"Siate affamati, siate folli": l'appello rivolto da Steve Jobs, fondatore della Apple, ai giovani dell'università di Stanford dà un po' il senso di quella che dovrebbe essere la missione rivoluzionaria della "meglio gioventù" di ogni epoca (prendendo in prestito il titolo della raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini). Goffredo Mameli era un giovane con cui quelli della nostra epoca - diversi più che mai da quelli del passato anche a causa dell'accelerazione impressa dalla rivoluzione digitale - avrebbero ben poco di cui parlare, se per assurdo un giorno dovessero incontrarlo. Ma certo nella propria vita - brevissima, ma altrettanto intensa - l'autore delle parole del nostro inno nazionale non si è risparmiato in quanto a "fame" di cambiamento e a "follia" nel volerlo realizzare. Ed è per questo che la storica Gabriella Airaldi ha scelto proprio l'appello di Jobs come incipit per il suo libro "l'Italia chiamò. Goffredo Mameli poeta e guerriero", pubblicato da Salerno editrice.
TRA MAZZINI E GARIBALDI. Discepolo di Giuseppe Mazzini, genovese come lui, "infaticabile come un innamorato" al pari del maestro (per usare le celebri parole del cancelliere austriaco Metternich su Mazzini), Mameli vive da protagonista la ventata di libertà soffiata nel biennio 1848-49 sull'Europa partorita dalla Restaurazione: come poeta - mettendo in versi con "Fratelli d'Italia" e non solo gli ideali repubblicani e unitari della Giovine Italia - come giornalista, scrivendo sui vari fogli che in quei mesi rivoluzionari squarciano il velo della censura e come combattente, in Lombardia come volontario contro gli austriaci ma soprattutto a Roma, difendendo la bellissima e fugace esperienza della Repubblica Romana (un po' come la sua vita) nata dalla fuga di Pio IX e soffocata nel sangue dai francesi nell'estate del 1849. Aiutante di campo di Garibaldi, Mameli muore a Roma il 6 luglio per le conseguenze di una ferita a una gamba riportata in combattimento il 3 giugno: appena tre giorni prima della sua morte i francesi entrano nella Città Eterna. Il 5 settembre Goffredo avrebbe compiuto 22 anni.
AL GIANICOLO. Al Gianicolo, appena dentro la cinta delle mura costruite da Urbano VIII alla metà del Seicento, riposano le spoglie mortali di Mameli. Lì tra Porta San Pancrazio - distrutta dalle cannonate francesi e poi ricostruita - e il complesso di San Pietro in Montorio, allestito all'epoca come ambulanza per i feriti. Non lontano da dove viene colpito (muore invece all'ospedale della Trinità dei Pellegrini) c'è la sua tomba, all'interno del Mausoleo Ossario Gianicolense dedicato "ai caduti per Roma" fino al 1870 e realizzato da Giovanni Iacobucci nel 1941. "Però il mio dolore è profondo e lo tengo sacro, è tutto per me. Cerco di essere degna del figlio. E d'una italiana, me lo divinizzo, lo considero come un martire, e come tale non lo piango... " sono le parole della madre Adelaide Zoagli incise sulla lapide, su cui campeggiano la lira e la spada, simboli del poeta-combattente.
UN CORPO CLANDESTINO. Ci sono tutti i segni del martirio, laico, nella figura di Mameli, esplicitamente evocato dalla madre in quelle parole databili a poco più di un mese dalla sua scomparsa.
Ma il corpo di Mameli - mazziniano e repubblicano - sale sugli altari della religione civile molto tardi: il suo è un corpo clandestino, scomodo, nella Roma papalina prima e nell'Italia monarchica poi. Nessuno per tanti anni sa dove si trovi il suo corpo - imbalsamato da Bertani, il "medico degli eroi" - che inumato semiclandestinamente nei sotterranei della Chiesa delle Stimmate a Roma vi resta fino al 1872, quando i suoi resti vengono spostati al Verano con una cerimonia per pochi intimi. Dal 1891 le spoglie vengono traslate nel monumento funebre edificato sempre nel cimitero romano, per poi trovare finalmente "pace" sul Gianicolo, a quasi un secolo dalla morte.
UN INNO DIMENTICATO, ANZI NO. Un destino tormentato vive anche il suo inno, vera colonna sonora delle battaglie combattute dai volontari del 48-49 per la libertà, la democrazia e l'unità, "descrizione di un'utopia" come dice Airaldi, la "Marsigliese italiana del 1848" che "non si fa leggere, ma si deve cantare" come rimarcava il grande storico francese Jules Michelet. Dopo un lungo periodo di oblio - più o meno per gli stessi motivi per cui anche il suo autore finisce nell'oscurità - il Canto degli italiani viene adottato provvisoriamente come inno dello Stato repubblicano dopo il referendum del 2 giugno 1946: di frequente criticato e giudicato con superficialità e sufficienza, "Il canto degli Italiani" risulta più forte dei suoi denigratori, e la sua adozione viene finalmente codificata con la legge n. 181/17 del 4 dicembre 2017. Il suo autore, però, resta nell'ombra, avvolto nelle nebbie di un Risorgimento troppo spesso percepito come "rigatteria" protofascista ("rigatteria romantica" è il giudizio poco generoso affibbiato da Carducci alle poesie di Mameli), nonostante il risveglio d' interesse legato alle celebrazioni per i 150 anni dell'unità. Il libro di Gabriella Airaldi ha il grande merito di diradare queste nebbie, restituendoci l'umanità di quel "giovane favoloso" (rubacchiando il titolo del bellissimo film di Martone dedicato a Leopardi) oltre il freddo del marmo, gli stereotipi della retorica e l'oscurità dell'oblio.
GENOVA E BALILLA. "L'Italia chiamò" fa quasi respirare il clima in cui Mameli diviene adulto, quello della Genova nella prima metà dell'Ottocento, con il suo indomito spirito repubblicano e con la sua insofferenza verso lo Stato sabaudo, di cui rappresenta il porto principale e a cui è stata accorpata con il Congresso di Vienna: riviviamo nelle pagine della Airaldi l'aria effervescente che segue l'elezione al soglio pontificio di Pio IX e che precede la guerra all'Austria. Gli anni del mito di Balilla (non un mito fascista in origine, come troppo spesso la memoria collettiva confonde) quando fioriscono una letteratura e una pubblicistica che riportano alla memoria l’insurrezione popolare scaturita il 5 dicembre 1746 nel sestiere di Portoria, quando un ragazzo, Giovanni Battista Perasso detto Balilla, lancia un sasso contro un plotone austriaco.
I MAMELI. Con questo libro riviviamo la vita dei Mameli, ricostruita attraverso le memorie di famiglia. La madre, Adelaide Zoagli, proviene da una famiglia dell'alta nobiltà genovese illustrata da due dogi mentre il padre mentre Giorgio Mameli esce dai ranghi della piccola nobiltà sarda. Possiamo apprezzare la personalità di una figura importante come la nonna materna, Angela Lomellini, che molto assomiglia per piglio a tante nostre nonne, che "non sentiva e non capiva quello che non voleva". Angela aveva assistito in gioventù agli avvenimenti della rivoluzione, dell'impero napoleonico e della reazione: "Un altro episodio dimostra quanto fosse vivo e forte nella sua famiglia lo spirito repubblicano. Nel corso di una festa data dal marchese Lomellini nel grande bosco di Pegli (poi dei marchesi Raggio) in onore di Napoleone I Angela, invitata a ballare dall’imperatore, aveva rifiutato adducendo la scusa di non esserne capace. E Napoleone le aveva detto: 'Già, siete moglie del fiero repubblicano Zoagli!". Sentimenti repubblicani trasmessi alla figlia Adelaide, che ha un ruolo decisivo nella formazione di Goffredo, come dimostra l'intensa corrispondenza epistolare tra di loro. Uno degli innumerevoli esempi del ruolo fondamentale giocato dalle donne nel nostro movimento nazionale, con case e ville che sono "naturali cellule politiche".
Amica di infanzia di Mazzini, Adelaide è la "regina Mab" di Shakespeare nei ricordi del fondatore della Giovine Italia: un rapporto speciale (mai si potrà sapere quali sentimenti davvero albergassero nei loro cuori) rinnovato quando lei gli raccomanda di vegliare sulle sorti del figlio, partito volontario. Pippo (così Mazzini viene chiamato dagli amici) ci resta malissimo quando Mab va in sposa a "un ufficiale del governo che noi guardiamo come nostro nemico". Giorgio Mameli è un tenente di vascello della Marina militare sarda: un uomo condizionato in senso legittimista dalla sua posizione professionale, ma dal libro della Airaldi ne esce un ritratto complesso e sfumato: "I figli amano molto quest’uomo che la carriera militare porta lontano dalla famiglia, ma che vive e combatte sul mare senza inasprirsi troppo, come dimostrano il suo attaccamento alla famiglia e la sua costante solidarietà con gli equipaggi delle navi".
GOFFREDO. La coppia ha 6 figli, primo dei quali proprio Goffredo. Il libro ripercorre attentamente le fasi della sua svolta politica, avvenuta nel 1846 (anno della sua adesione alla Giovine Italia) e nel '47, quando per la prima volta viene suonato in pubblico l'inno durante un'imponente manifestazione: "Non so spiegare la sorpresa che mi fece una mattina che stava accampato di Mantova udire da un bimbo che pascolava alcune capre il mio Fratelli d’Italia tanto più che pensavo che era impossibile che ne comprendesse il senso" racconta lo stesso Mameli. Prima ancora, però, saranno fondamentali i viaggi con i suoi per far nascere in lui il sentimento nazionale, oltre gli spiriti municipali. "l'Italia chiamò" ci restituisce la personalità e il temperamento di quel giovane di precaria salute ma incessante nel perseguire i propri obiettivi: c’è in lui "un’ansia di racconti e di fatti grandi, un domandar minuzioso sopra ogni cosa ed un non contentarsi mai delle spiegazioni che li venivano date" è il ritratto che emerge dalle memorie di famiglia, dai cui trapelano anche i particolari dei momenti salienti della crescita di un giovane, come lo studio e l'amore. Il suo comportamento non è impeccabile, come dimostra la zuffa scoppiata tra lui e un compagno di studi davanti all’entrata dell’Università. Ma è un ragazzo capace di imprese memorabili ed esagerate anche i questo campo: ".. quando si avvicina la data degli esami ed è a Casaleggio in casa della zia Ristori, decide improvvisamente di noleggiare un cavallo per affrontare le 40 miglia che lo separano da Genova. Ha di fronte un percorso difficile, dato che bisogna attraversare gli Appennini e non ci sono strade rotabili. Per di più i cavalli non sono sellati né si trovano selle. Goffredo litiga con il padrone, ma il tempo stringe e così parte, cavalcando alla meglio. Nel cuore della notte, arrivato al Passo della Bocchetta, si ferma, paga e rimanda indietro cavallo e padrone, decidendo di scendere dall’Appennino a piedi. Sorpreso da un uragano, arriva a Voltri stanco e bagnato. Entra in un’osteria e finisce per addormentarsi sul tavolo. Quando si sveglia mancano poche ore agli esami. Stacca un calesse e parte per Genova, sale le scale dell’Università, ma qui viene a sapere che, per un’indisposizione del professore, le prove sono rinviate di due giorni. Va a casa e si mette a letto con un ginocchio gonfio, esito di una rovinosa caduta sulla ghiaia di un fiume a causa del ribaltamento di una carrozza. Il medico insiste perché stia a letto, ma lui rifiuta sostenendo che deve fare gli esami; e così, dopo un’applicazione di mignatte, il terzo giorno si alza, si presenta agli esami e li supera tutti con lode". Non arriva alla laurea, travolto dalle passioni per la poesia e la politica. La sua breve esistenza si accende però anche di passioni amorose, la più importante per Geronima Feretto, costretta improvvisamente alle nozze con Stefano Giustiniani, il vedovo di Anna Schiaffino, suicidatasi per amore di Cavour. "Goffredo torna il giorno in cui si celebrano le nozze e non trovando l’amata inforca il cavallo, arrivando quando tutti tornano dalla funzione. Si rifugia allora a Polanesi e per tre giorni si chiude in casa; e qui – a quanto dicono i contadini – non mangia e non dorme. Il terzo giorno, mentre piove a dirotto e senza dar ascolto alle loro raccomandazioni, decide di tornare a Genova a piedi. Arriva però oltre la mezzanotte quando le porte della città sono ormai chiuse. Passa la notte sdraiato nella spianata del Bisagno e 'al mattino ricompare in casa lacero e molle ma con la gioia disperata di chi preso un partito, con la soddisfazione d’aver sfogato quanto le rodeva nel cuore cioè con la poesia Ad un angiolo ...’”. "La man Dio ci separa / Ognuno di noi rovina, / Spinto da proprio turbine, / e per diversa china: / Dove si soffre e lacrima / Sarà la tua bandiera, / La mia – fra il sangue e il fremito / Dove si pugna e spera": componimento profetico, visto che Geronima, infelice, sopravvive solo due anni alle morte di Goffredo.
UN SOGNATORE. Mameli vive forse la stagione più bella, l'incanto del nostro Risorgimento, spegnendosi subito. Non sappiamo quali scelte avrebbe fatto in seguito, per esempio in merito al rapporto con Casa Savoia. Resta di lui la bellezza della gioventù, dei tanti giovani che nel quarantotto hanno sognato di cambiare il mondo in cui vivevano. Ecco, questo sogno resta sempre vivo, perché Goffredo - pur nella sua specificità - rassomiglia ai giovani sognatori di ogni epoca, con la testa fra le nuvole e il cuore proteso verso l’avvenire: "Pur perseguitato dai suoi malanni, ama i passatempi del bel mondo, gioca a biliardo ed è molto ricercato. Però passa notti intere a leggere e a scrivere, 'per modo che di rado si spogliava per dormire, per lo che era sorvegliato dalla famiglia; bisognava spengerli il lume che solea dimenticare acceso. Trascurato della persona, la sua camera era un vero disordine. Talvolta passava qualche giorno in campagna per scrivere e tornando in città dimenticava la casa aperta'...". (Roc - 28 ott)
“PER UN PO’”, STORIA DI UN AFFIDO RACCONTATA DA NICCOLÒ AGLIARDI
La storia vera di un incontro in un romanzo. L’esperienza potente, difficile, che trasforma e arricchisce, di un genitore affidatario single, che decide di accogliere in casa un ragazzo dal passato infetto di ingiustizia e dolore. Tutto questo è “Per un po’. Storia di un amore possibile” (Salani editore) di Niccolò Agliardi, in libreria dal 24 ottobre. Federico, diciotto anni, ha un destino ma non una destinazione. Niccolò ha da poco superato i quaranta e ha deciso di provare a essere lui quella destinazione, scommettendo su una nuova pagina della sua vita. Perché alla fine del corso preparatorio, proprio lui, single e con nemmeno una convivenza all’orizzonte, è stato dichiarato idoneo per diventare genitore affidatario del ragazzo, che ha alle spalle già diversi tentativi di affido falliti ed è convinto che Rimini sia la capitale d’Italia perché lì abita la sua mamma. Un giorno di primavera Federico – che diventa subito Fede, poi Ciccio, poi Chicco e infine Johnny – entra per la prima volta nella sua nuova casa. Non c’è solo un soppalco da sistemare e un adolescente segnato dall’abbandono tra le mura (e nella vita) di Niccolò. Si moltiplicano i piatti da lavare, il disordine, le tre sveglie che suonano all’alba, le ansie. Ma si moltiplicano anche le risate, diastole e sistole di un cuore che aveva una quota di bene da dare, senza sapere a chi. “Per un po’” è la storia commovente, intima, epica di un genitore e un figlio prestati all’affido, per cui non esiste nessun manuale. Nic e Fede sono come pezzi spaiati che provano a combaciare per formare un puzzle a cui mancherà sempre un tassello, ma questo non impedirà al disegno di essere completato e alla storia di essere narrata… almeno per un po’. Il nuovo romanzo di Niccolò Agliardi è ispirato a una storia vera, la stessa da cui è nata anche la canzone Johnny, singolo e video di lancio della raccolta antologica Resto. Che cosa vuol dire essere idonei per questo ruolo a tempo? Che cosa significa essere davvero pronti e presenti per un’altra persona, che porta con sé ferite, diffidenze e differenze? In un libro onesto, diretto e poetico, Agliardi racconta il senso profondo, fra fallimenti e ricompense, aspettative e bisogni, paure e realtà, di un percorso di crescita e di consapevolezza dei propri limiti. Fare i conti con una paternità possibile, sospesa fra amore e regola, supporto e responsabilità, abbandono e abbraccio. Tutto questo senza mai sentirsi soli: oltre agli amici di sempre anche quelli nuovi de L’Albero della Vita, che da oltre vent’anni si occupa di affido famigliare.
L'AUTORE. Agliardi è nato a Milano nel 1974, si è laureato in Lettere moderne con una tesi sui luoghi reali e immaginari nelle canzoni di Francesco De Gregori. Autore e cantautore, ha pubblicato quattro dischi di inediti, ricevendo numerosi premi e riconoscimenti da pubblico e stampa. Da anni collabora con grandi artisti italiani e internazionali. Ha scritto con Alessandro Cattelan il romanzo Ma la vita è un’altra cosa. È collaboratore alla cattedra di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Milano e docente di Tecniche di scrittura creativa. È stato direttore artistico e compositore delle canzoni originali per la colonna sonora della serie tv record di ascolti Braccialetti rossi. Conduce programmi in radio e in tv. Con Salani ha già pubblicato Ti devo un ritorno.
VIOLENZA E DISUGUAGLIANZA DALLA PREISTORIA A OGGI
Si può trovare una cura per la disuguaglianza che non sia peggio della malattia? In “La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria a oggi”, di prossima pubblicazione per il Mulino, lo storico Walter Scheidel prova a rispondere a questa domanda. Da quando gli esseri umani hanno iniziato a coltivare la terra, ad allevare bestiame e a trasmettere i loro beni ai figli, si è realizzata una ripartizione squilibrata delle risorse: in altri termini, la concentrazione del reddito ha proceduto di pari passo con la civilizzazione. Nel corso di migliaia di anni, solo quattro “forze” - come i cavalieri dell’apocalisse - si sono mostrate efficaci nel ridurre la disuguaglianza: le grandi guerre, il fallimento degli stati, le rivoluzioni e le epidemie. Tutti eventi traumatici. Oggi la violenza che ha limitato la disuguaglianza nel passato sembra essere diminuita, ma che ne è delle prospettive per un futuro più equo? Le politiche attuate negli ultimi cinquant’anni per combattere il fenomeno non hanno dato risultati concreti: al contrario, le disparità di reddito sono aumentate quasi ovunque nei paesi occidentali. Un certo grado di disuguaglianza, che la stabilità e l’economia di mercato comportano, è forse il prezzo da pagare per vivere pacificamente? Walter Scheidel insegna Storia antica alla Stanford University. Fra i suoi libri recenti: “The Science of Roman History” (Princeton University Press, 2018) e “On Human Bondage: After Slavery and Social Death” (Wiley Blackwell, 2017).
LA DIFFERENZA TRA NAZIONALISTI E PATRIOTI
Per contrastare efficacemente il nazionalismo, dobbiamo riscoprire il patriottismo repubblicano che apprezza la cultura nazionale e i legittimi interessi dei cittadini, ma eleva l’una e gli altri agli ideali del vivere libero e civile. Il nazionalismo va combattuto con intransigenza perché esalta l’omogeneità culturale ed etnica, giustifica il disprezzo per chi non appartiene alla nostra nazione e, come ha già fatto in passato, può distruggere i regimi democratici e aprire la strada al totalitarismo. Se vuole porre freno al nazionalismo, la sinistra democratica deve in primo luogo rispondere al bisogno di identità nazionale, di cui ha sempre lasciato il monopolio alla destra. Per farlo, deve apprezzare la cultura nazionale e i legittimi interessi di ciascun cittadino ma anche elevare l’una e gli altri agli ideali del vivere libero e civile: è il patriottismo repubblicano, che tiene unite nazione, libertà politica e giustizia sociale. È la convinzione espressa da Maurizio Viroli in “Nazionalisti e patrioti”, pubblicato da Laterza. Viroli è Professor Emeritus of Politics della Princeton University, professore di Comunicazione politica dell’Università della Svizzera italiana e Professor of Government della University of Texas at Austin. È autore di numerosi volumi, tutti tradotti in molte lingue, tra cui L’Italia dei doveri (Rizzoli 2008) e Come se Dio ci fosse. Religione e libertà nella storia d’Italia (Einaudi 2009).
LUCARELLI RACCONTA I MISTERI DI PIAZZA FONTANA
Milano, 12 dicembre 1969. Una bomba esplode nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura, in piazza Fontana. È una strage. È l’inizio della strategia della tensione che con il sangue e la violenza tenta la via del colpo di Stato autoritario. Carlo Lucarelli in Piazza Fontana (in uscita per Einaudi) ricostruisce questo “romanzo nero della Storia d’Italia”, guidandoci in un percorso disseminato di bugie, capri espiatori, coperture e depistaggi. Un libro che ci toglie il sonno, perché è tutto vero. In appendice, a cura di Nicola Biondo, la cronologia degli avvenimenti, la sintesi delle fasi processuali, le biografie dei protagonisti, la bibliografia e filmografia essenziali. Carlo Lucarelli (Parma, 1960) ha pubblicato per Einaudi moltissimi libri, tra i quali ricordiamo: Nuovi misteri d'Italia (2004), La mattanza (2004), Piazza Fontana (Stile Libero Video 2007, Super ET 2019), L'ottava vibrazione (2008), L'ispettore Coliandro (2009), I veleni del crimine (2010), L'ispettore Grazia Negro (2013), Albergo Italia (2014), Carta bianca (2014), Il tempo delle iene (2015), L'estate torbida (2017), Intrigo italiano (2017), Peccato mortale (2018) e Navi a perdere (2018). Conduce da molti anni trasmissioni televisive, ora su Sky, sui vari aspetti non risolti dalle inchieste sul crimine. I suoi libri sono tradotti in piú lingue e sono oggetto di versioni cinematografiche e tv, tra cui il ciclo dedicato al commissario De Luca e la serie L'ispettore Coliandro.
“LA SCATOLA DI CUOIO” DI GIANNI SPINELLI
Un’insolita favola nera sull’invidia, l’avidità e i più bassi sentimenti umani. La storia raccontata nel romanzo “La scatola di cuoio” di Gianni Spinelli (in uscita per Fazi editore) è ambientata alla fine degli anni Cinquanta, in un paesino sperduto della Basilicata; un frate maledetto dal diavolo più che benedetto dal Signore mette su in maniera poco chiara una notevole ricchezza; in più, a casa di don Pantaleo, si sussurra, avvengono cose strane. “Il demonio è più castigato del Provinciale” affermano i suoi compaesani, immaginando che diverse donne “pittate” passino la notte nella sua casa-convento. Finché, un giorno, don Pantaleo viene ritrovato morto, accasciato su una scatola di cuoio. Parte subito un’indagine ma nel frattempo l’eredità del religioso – soldi, case e terreni – finisce nelle mani dell’arcigna donna Marta, moglie di un nipote e a sua volta non più giovanissima. Da qui avrà inizio una sanguinosa battaglia per l’eredità: tra cause intentate dai parenti, in un Sud all’inseguimento del bottino, la vicenda assumerà un carattere grottesco. Tra colpi di scena e agnizioni, in palio il succoso lascito di don Pantaleo, si snoda l’intera trama di questo libro, a metà tra la favola nera e un vero e proprio giallo, finché il mistero legato al testamento si scioglierà in un sorprendente finale che avrà tutto il sapore di una beffa. Con uno stile ironico e una scrittura brillante, Gianni Spinelli costruisce una storia piena di sorprese in cui l’eco dei grandi classici del genere favolistico, da Barbablù al Canto di Natale, si mescola alla satira di costume per una riflessione in forma di commedia sui sette vizi capitali, con al centro una misteriosissima scatola. Spinelli è giornalista professionista, già vice caporedattore della Gazzetta del Mezzogiorno. Ha scritto per Guerin Sportivo, Il Giorno, Corriere della Sera, Avvenire, Meridiani e Geo. Attualmente collabora con Donna Moderna ed è editorialista del Corriere del Mezzogiorno. Fra i suoi libri, Il gol di Platone, Settanta volte donna, Tutta colpa di Eva e Andiamo al Cremlino.
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