Parte da Torino “A Collection”, prima tappa di un grande progetto che intreccia la ricerca contemporanea di giovani ma affermati artisti del panorama italiano alla visione creativa delle nuove tecniche di tessitura. Un’operazione per affermare come sia possibile, con la ricerca tecnologica e la creatività, unire l’attenzione per l’ambiente alla produzione di opere d’arte realizzando, da un prodotto considerato “rifiuto”, un oggetto contemporaneo di alto livello, di lusso in quanto opera d’arte. Il progetto – A Palazzo Barolo fino al 15 dicembre - prende forma in affascinanti grandi arazzi contemporanei realizzati con straordinari filati ottenuti dalla lavorazione della plastica riciclata. Agli arazzi realizzati dal maestro tessitore Giovanni Bonotto si affiancano le opere di dieci artisti invitati: Giuseppe Abate, Thomas Braida, Nebojša Despotović, Manuel Felisi, Alberto La Tassa, Elena Mazzi, Ruben Montini, Giovanni Ozzola, Fabio Roncato, Giuseppe Stampone. Il progetto è la materializzazione di un semplice assunto: i filati ottenuti dal riciclo della plastica, grazie alle loro infinite cromie e matericità, possono comporre arazzi dettagliati e raffinatissimi. La plastica, proveniente per lo più dalle bottigliette che inquinano i mari, viene lavorata mediante un processo meccanico di fusione e filatura. La trasformazione della cosiddetta materia prima-seconda è condotta in maniera ecologia, sostenibile e produttiva e procede fino allo stadio finale in cui delicati sistemi di manipolazione consentono di ottenere filati che simulano alla perfezione quelli di origine naturale, anzi, le loro caratteristiche ne sono ulteriormente valorizzate.
TORINO: LE ARCHITETTURE DI MAURO RESTIFFE
L’architettura, in particolare quella relativa al periodo modernista, è da sempre fonte di ispirazione per Mauro Restiffe. Nel corso della sua carriera, l’artista ha viaggiato e fotografato le opere di noti architetti in tutto il mondo: da Philip Johnson a Oscar Niemeyer. Nelle sue foto – esposte fino al 5 gennaio alle OGR - Officine Grandi Riparazioni Torino sotto il titolo “History as landscape” – il fotografo brasiliano rivela combinazioni inaspettate tra architettura e paesaggio, tra interni ed esterni, focalizzandosi su dettagli inosservati e tracce di presenza umana: l’architettura funge da palcoscenico per la storia, sia essa pubblica o privata. Le immagini di Restiffe, intrise di valore storico, raccontano intime prospettive sulla storia di un Paese, come nel caso delle famose serie Empossamento (2003) e Oscar (2012). Per la sua personale a Torino, Restiffe fotografa l’Italia con lo stesso approccio, raccontando alcuni tra i progetti di Carlo Mollino, Piero Portaluppi, Franco Albini e Carlo Scarpa.
BRESCIA: LA NUOVA ARTE AFRICANA
Da un’idea di Stelva Artist in Residence, in collaborazione con MO.CA - Centro per le nuove culture di Bresciam nasce la mostra “Africa now” che presenta 22 opere di artisti provenienti da tutto il continente africano. Un’esposizione - negli spazi MO.CA fino al 6 gennaio - che intende far conoscere una scena artistica in grande trasformazione promuovendo il recupero della dignità culturale e fornendo ai visitatori un’immagine utile a cambiare i pregiudizi. Le opere rappresentano l’Africa con tutte le contraddizioni e l’incontenibile vivacità che la contraddistinguono attraverso l’utilizzo di diversi materiali, tessuti e colori dall’arte figurativa a quella astratta. Una varietà culturale che dimostra l’impossibile omogeneità artistica di un continente così vasto ma accomunato allo stesso tempo dalla tradizione e dall’evoluzione.
MILANO: LE ONBRE DI GIUSEPPE UNCINI
La Fondazione Marconi di Milano presenta la mostra “Giuseppe Uncini. La conquista dell’ombra” dedicata al lavoro dell’artista marchigiano tra il 1968 e il 1977. Un progetto espositivo, in collaborazione con l’Archivio Uncini, che documenta l’evoluzione della lunga e approfondita indagine dell’artista sul tema delle ombre. Punto di partenza è la mostra, intitolata “Ombre”, che si tenne nel 1976 allo Studio Marconi e per la quale l’artista realizzò Grande parete Studio Marconi MT 6, espressamente progettata per la galleria milanese. L’opera rientra nel periodo in cui Uncini decide di spostare la sua attenzione dalla “costruzione di oggetti” alla “costruzione dell’ombra”, dalla forma reale dell’oggetto costruito, alla sua forma virtuale. Luce e ombra vengono così poste allo stesso livello di valore e considerate “materie” alla stessa stregua, permettendo una nuova e inedita lettura dell’opera. Questa scoperta, motivo dominante della sua ricerca fino agli anni Ottanta, lo porta anche a riflettere sulle antinomie luce-ombra, pieno-vuoto, presenza-assenza. “Fino ad allora avevo pensato di essere e di voler fare il pittore. Poi questa convinzione a poco a poco mi cadde sotto le mani. In seguito sono diventato, mi dicono, scultore. Io ancora non ci credo e mi sento tra la scultura e la pittura e mi va benissimo, non c’è problema in questo” raccontò lo stesso Uncini nel 1998). Per la sua maestosità, la Grande parete rappresenta un momento apicale della ricerca di Uncini e segna la sua definitiva conquista di quella “fuggevole essenza” che fa ormai parte integrante dell’opera stessa.
MILANO: LE PIU’ BELLE FOTO NATURALISTICHE DEL MONDO
Il Wildlife Photographer of the Year, la mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, va in scena anche quest’anno a Milano nei suggestivi spazi della Fondazione Luciana Matalon , fino al 22 dicembre. Organizzato dall’associazione Radicediunopercento l’evento è sempre attesissimo e presenta le 100 immagini premiate alla 54ma edizione del concorso di fotografia indetto dal Natural History Museum di Londra. Arrivati da 95 paesi, in competizione 45.000 scatti realizzati da fotografi professionisti e non, che sono stati selezionati, alla fine dello scorso anno, da una giuria internazionale di esperti, in base a creatività, valore artistico e complessità tecnica. Da ammirare le foto finaliste e vincitrici delle 19 categorie del premio che ritraggono animali rari nel loro habitat, comportamenti insoliti e immagini di sorprendente introspezione psicologica; un’incredibile esperienza visiva, composizioni e colori che trafiggono gli occhi da un remoto angolo del deserto, dagli abissi del mare o dall’intricato verde della giungla. Il fotografo olandese Marsel van Oosten ha vinto l’ambito titolo Wildlife Photographer of the Year 2018 per il suo straordinario scatto, The Golden Couple (categoria Animal Portraits), che raffigura due scimmie dal naso dorato nella foresta temperata delle montagne cinesi di Qinling, l’unico habitat per queste specie a rischio di estinzione. Il ritratto coglie la bellezza e la fragilità della vita sulla terra oltre che uno scorcio di alcuni degli straordinari esseri viventi con cui condividiamo il pianeta. Il sedicenne Skye Meaker ha ricevuto il premio Young Wildlife Photographer of the Year 2018 con il suo affascinante scatto Lounging Leopard, un leopardo che si sveglia dal sonno nella Mashatu Game Reserve, nel Botswana. Sei i fotografi italiani premiati a partire dal lombardo Marco Colombo che ha conquistato la vittoria nella categoria Natura urbana con lo scatto Crossing Paths: protagonista è un orso marsicano avventuratosi nottetempo nelle strade di un paesino del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Menzioni speciali inoltre a Emanuele Biggi autore di Eye to Eye nella categoria Animali nel loro ambiente, Valter Bernardeschi con Mister Whiskers in Ritratti animali, Lorenzo Shoubridge con Sinuous Moves in Anfibi e Rettili, Stefano Baglioni con A Rock in a Hard Place in Piante e Funghi e Georg Kantioler con le due foto Dolomites by Moonlight e Ice-Cave Blues in Ambienti della terra. A corredo della mostra, a grande richiesta, torna la possibilità di fare un’esperienza di “realtà virtuale immersiva”, grazie ad un visore RV di ultima generazione.
FIRENZE: UNA “MAIEUTICA” DI MASCHERE SONORE
Presenti nella Bibbia nell’era del pre-diluvio, i Nephilìm sono un popolo di umanoidi nati dall’incrocio tra i “figli di Dio” e le figlie di Adamo. Esseri ibridi, eroici e innaturali la cui nascita è una conseguenza inaspettata nel piano della creazione, costringendo Dio a intervenire per limitare la loro vita, evitando così che essi ereditino l’immortalità paterna e diventino un fattore incontrollabile e potente nell’equazione divina. Nell’immaginario collettivo sono rappresentati talvolta come giganti, creature impure, artificiali e magiche. Analizzando etimologicamente la parola, la radice verbale del termine Nephilìm significa “essere caduti” o “essere discesi”. La loro epopea enigmatica è stata scelta come titolo della nuova installazione/mostra di Yuval Avital (Gerusalemme, 1977) che si svolge fino al 31 dicembre nell’antica cripta dell’unico museo di arte contemporanea della città di Firenze, il museo Marino Marini, creando un grande coro di maschere sonore, opere composte da "volti" dalle fattezze umane ma definiti in pochissimi tratti e realizzati con materie che attingono dal repertorio delle lavorazioni artigianali più tradizionali del territorio le cui bocche emettono un suono arcaico che richiama un canto mantrico. Come nel Rinascimento, le botteghe di nuovo al servizio dell'artista maieutico. Una comunità temporanea di volti icono-sonori in cui antico e contemporaneo coincidono, formando una cassa armonica per amplificare le voci ancestrali e farle giungere più udibili all'umanità. Un progetto ambizioso durato un anno che è riuscito intrecciare mondi ed eccellenze artigianali - l’intarsio, alabastro, cuoio, pelle, scagliola, gesso, filo d’argento, cartapesta, piume, ferro battuto, bronzo, ottone, filato, metallo, vetro, terracotta, ceramica, marmo, resina, legno – che hanno accolto l’invito dell’artista a concedere le proprie rare abilità in una creazione contemporanea. Tutte unite, le maschere sonore formano un coro complesso, intonando una partitura in costante evoluzione.
PISTOIA: “ITALIA MODERNA” DALLE COLLEZIONI INTESA SANPAOLO
I leggii in metallo di “Dimostrazione” (1975) di Giulio Paolini e la scultura “Asciuga Ali” (1995) di Giosetta Fioroni, le grandi superfici colorate con la penna a sfera blu di Alighiero Boetti con “Ai Ieooei Lghrbtt” (1975) e il giallo accecante del “Michelangelo” (1967) di Tano Festa, e ancora le riflessioni sui numeri di Fibonacci di Mario Merz e lo “Scoglio” realizzato da Pino Pascali nel 1966. Sono solo alcuni esempi delle oltre 80 opere che compongono il percorso de “Il benessere e la crisi”, seconda tappa della mostra “Italia moderna 1945- 1975. Dalla Ricostruzione alla Contestazione” fino al 6 gennaio alla Fondazione Pistoia Musei, nella sua sede di Palazzo Buontalenti. Un grande progetto dedicato all’arte italiana del Novecento, con oltre 150 opere provenienti dalle prestigiose collezioni di Intesa Sanpaolo. “Ricostruzione” e “Contestazione” non sono solo due poli cronologici entro cui si dipana l’idea della Modernità italiana, ma due indicazioni culturali, che mostrano l’arco di sviluppo di idee e di costumi che ha portato l’Italia alla ribalta internazionale, sia come economia che come soggetto culturale. L’intera mostra è un viaggio scandito in due tappe: la prima, dal titolo “Le Macerie e la speranza”, conclusasi ad agosto, ha raccontato gli anni dal 1945 al 1960, durante i quali gli artisti hanno dovuto confrontarsi prima con le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, poi con la ricostruzione e la rinascita del paese. Questa seconda tappa della mostra, “Il benessere e la crisi”, rende omaggio all’Italia degli anni Sessanta e Settanta, mettendo in relazione il contesto storico, politico e sociale con quello artistico, rendendo evidente la forte e netta rottura con la cultura figurativa del passato. La visione di una società nuova, proiettata nel futuro, era già stata immaginata dagli artisti, ma è attorno al 1960 che queste idee si sviluppano in modi e forme che contraddicono radicalmente le tendenze informali del decennio precedente.





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