ROMA: VESTIGIA DAL SUDAN
Al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco di Roma fino al 19 gennaio la mostra“Il leone e la montagna. Scavi italiani in Sudan” ripercorre la storia di una missione archeologica che opera da oltre quaranta anni in uno dei più interessanti siti dell’archeologia in Sudan, con una scelta di pezzi che permette di riconoscere le caratteristiche di un regno africano fiorito al tempo della Roma imperiale. Pur nella loro fragilità e frammentarietà, i materiali esposti sono ancora in grado di fornire – grazie anche a un corredo di testi, immagini e ricostruzioni grafiche prodotto dagli archeologi della Missione– un quadro quanto più esauriente e aggiornato possibile dell’area cerimoniale di epoca meroitica, fiorita a Napata intorno al I sec. d.C. Gli oggetti accompagnano, dunque, il visitatore nella scoperta di un mondo ancora poco noto e di una cultura che fa da ponte tra Africa, Egitto e Mediterraneo.
ROMA: IL PUTTO DI ENZO CUCCHI
Enzo Cucchi, tra le figure più influenti della scena artistica contemporanea, straordinario inventore di immagini potenti ed enigmatiche, presenta un nuovo progetto, ideato appositamente per gli spazi del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, fino al 19 gennaio. Un putto, al cui alluce appare aggrappato uno scorpione, mani agli occhi nel gesto del cannocchiale per focalizzare la visione, reinterpreta in un’immagine estremamente contemporanea l’iconografia classica del bambino nudo, con riferimenti che vanno dalla statuaria romana ai grandi affreschi barocchi. Nella rappresentazione del putto concepita dall’artista si fondono arte e mito, scienza e astrologia: il suo gioco allegro è funestato dalla minaccia dell’animale velenoso che, secondo la mitologia greca, aveva ucciso il cacciatore Orione a causa della sua tracotanza, dove lo scorpione è simbolo dell’ignoto e finanche della morte, allegoria del mistero e dell’occulto. Con questa opera/gesto Enzo Cucchi, fieramente antimoderno, torna infine a parlare di Roma, sua città di adozione, nella cui culla si nutre da sempre e nella quale coglie il senso di resistenza personale e civile all’inarrestabile avanzare di un mondo basato sulla velocità e sull’emergenza e di una cultura della tecnica e della scienza che prosciuga ogni giorno di più gli spazi del desiderio e della libertà di pensiero.
ROMA: INGE MORATH, FOTOGRAFA DI ANIME
Nella lunga e intensa carriera di Inge Morath, non poteva mancare Roma. Quando nel 1954 si reca per la prima volta nella Città eterna, la fotografa americana ha da poco iniziato a lavorare per l’agenzia Magnum. Ora la capitale ospita, nel Museo di Roma in Trastevere, fino al 19 gennaio, la prima retrospettiva italiana. “Inge Morath. La vita. La fotografia” presenta circa 140 fotografie, decine di documenti originali ed immagini realizzate da grandi maestri come Henri Cartier-Bresson e YulBrinner, che ritraggono l’autrice austriaca in diversi momenti della sua carriera. Viaggiatrice instancabile, poliglotta, donna dai poliedrici interessi e di profonda cultura, Morath inizia a scattare nel 1952. L’anno successivo, grazie a Robert Capa, comincia a lavorare per Magnum Photos a Parigi. Poi l’incontro con Henry Cartier-Bresson che nel 1960 accompagna a Reno, per lavorare sul set de Gli Spostati, con Marilyn Monroe e Clarke Gable diretta da John Huston. Qui scatta uno dei suoi più bei ritratti: una Marilyn quasi scomposta che sola, lontana dal set, prova dei passi di danza. Durante le riprese Inge conoscerà lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, sceneggiatore della pellicola, che diventerà suo marito nel 1962. Che si trattasse di celebrità o di gente comune, di singole persone o di comunità, le sue sono immagini che sanno cogliere le intimità più profonde dei soggetti. Riesce a fissare l’anima di grandi artisti – da Henri Moore, a Alberto Giacometti, Jean Arp, Pablo Picasso – e di scrittori come André Malraux, Doris Lessing, Philip Roth e celebrità come Igor Stravinskij, YulBrynner, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Pierre Cardin, Fidel Castro. Immortala l’anima dei luoghi. Imperdibili le sue foto della casa di Boris Pasternak, della biblioteca di Puskin, della casa di Cechov, degli studi di artisti permeate dallo spirito delle persone che vi avevano vissuto.
TORINO: LA MADONNA DI BELLINI “OSPITE ILLUSTRE”
Intesa Sanpaolo espone fino al 6 gennaio, al 36mo piano, nel cuore della Serra bioclimatica del suo grattacielo di Torino, un capolavoro assoluto di Giovanni Bellini, tra i più celebri artisti del Rinascimento: la Madonna con il Bambino, noto come Madonna di Alzano, dell’Accademia Carrara di Bergamo. Si tratta di un prestito eccezionale in quanto il dipinto, per la straordinaria qualità, solo in rarissime occasioni ha lasciato la propria sede. L’opera è stata eseguita forse per Alessio Agliardi, poi passata a sua figlia Lucrezia, da vedova divenuta badessa delle Carmelitane di Sant’Anna ad Albino. Successivamente sono state realizzate una copia da Giovan Battista Moroni e un’altra replica in contemporanea. Trasferita poi ad Alzano Lombardo nella chiesa di Santa Maria della Pace, viene infine acquistata da Giovanni Morelli e da lui donata nel 1891 all’Accademia Carrara. L’opera di Bellini è la 12ma edizione de L’Ospite illustre, la rassegna curata e promossa da Intesa Sanpaolo che propone un’opera di rilievo in prestito temporaneo da prestigiosi musei italiani e stranieri ospitata nelle sedi espositive della Banca, le Gallerie d’Italia di Milano, Napoli e Vicenza, e il grattacielo di Torino, diventato spazio museale di Intesa Sanpaolo. La presenza a Torino del dipinto è in stretta relazione con la contemporanea mostra dedicata ad Andrea Mantegna a Palazzo Madama, in programma fino al 4 maggio, con importanti prestiti provenienti da Accademia Carrara, tra questi Resurrezione di Cristo, protagonista della straordinaria attribuzione del 2018, opera da secoli creduta una copia e ora restituita al maestro Mantegna.
FIRENZE: NOVECENTO LUNARE
La mostra “Novecento lunare. Lucio Fontana, Eliseo Mattiacci, Fausto Melotti, Giulio Turcato”, ospitata nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, a Firenze, fino al 15 gennaio, la conquista dello spazio e l’allunaggio vengono evocati con una selezione di opere di artisti italiani che, in modo diretto o meno, si ispirano alla Luna e alla sua orbita, alla sua superficie rugosa, con le costellazioni, i pianeti maggiori e i fenomeni celesti. Di Lucio Fontana è esposto un “Concetto spaziale” del 1961, con una sua tonalità “celestiale”, costituito da una serie di buchi che evocano quasi l’orbita ellittica di un pianeta; “La cometa” di Fausto Melotti, del 1978, porta nella Sala dei Gigli l’armonia, il ritmo e la poesia delle sfere celesti; di Eliseo Mattiacci, artista che nel suo percorso ha sempre manifestato un “afflato cosmico”, riuscendo a trasformare la materia, lo spazio e il tempo, è presentato Riflesso del cielo del 1989 e infine di Giulio Turcato “Superficie lunare”, del 1971, che si inserisce nella sua produzione, iniziata a metà degli anni Sessanta, di grandi composizioni su gommapiuma o schiuma di poliuretano che rievocano superfici, crateri, tonalità dei corpi celesti.
MATERA: ECHI D’ACQUA, INSTALLAZIONI SONORE
Nell’ambito del programma di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, l’associazione LoxoSconcept e la Fondazione Matera Basilicata 2019 presentano la parte più importante del progetto di sound art “In VitrØ - Artificial sonification”, la installazione sonora “Echi d’acqua”, nel Palombaro Lungo di Matera, fino al 20 gennaio,realizzata dal CRM – Centro Ricerche Musicali. Domani la presentazione presso la sede della Fondazione,nell’ex Convento di Santa Lucia. Cinque percorsi artistici, visivi e musicali che utilizzano le particolari caratteristiche acustiche e gli elementi architettonici del Palombaro lungo, la celebre cisterna sotterranea che attraversa il centro della città. La presenza dell’acqua, le forme architettoniche, la geometria del percorso, l’incidenza percettiva della materia muraria e del colore, la suggestione dei fenomeni di riflessione acustica, e i delicati disegni della luce, hanno ispirato il lavoro di cinque compositori - Laura Bianchini, Giulio Colangelo, Alessio Gabriele, Silvia Lanzalone e Michelangelo Lupone, con la – collaborazione dell’architetto Emanuela Mentuccia – nel creare un percorso artistico che esalti la relazione tra visione e ascolto, lo spazio e il suono, sollecitando nel visitatore una partecipazione emozionale che permetta di riscoprire le caratteristiche del luogo, rinnovato e magnificato rispetto alla sua originaria funzione. Ogni area è caratterizzata da una diversa modalità di diffusione del suono che utilizza specifiche tecnologie (come i planofoni, superfici vibranti in legno armonico di diverse dimensioni e coloratura) progettate da Michelangelo Lupone e sviluppate al CRM secondo i criteri del “teatro dell’ascolto”.
FIRENZE: DANIÈLE LORENZI SCOTTO
Fino al 26 gennaio Palazzo Medici Riccardi, a Firenze, ospita “Il colore dei miei giorni” di Danièle Lorenzi Scotto. Gli oltre 70 dipinti esposti ripercorrono, soprattutto attraverso ritratti, l’intera avventura umana e creativa di quest’artista di origini italiane, che si lega alle vicende culturali e artistiche del secondo Novecento, prendendo avvio alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso proprio a Firenze. Alla declinazione armonica del fauvismo l’artista ha affiancato una ricca serie di altre suggestioni, provenienti da reminiscenze dell’arte italiana e da continui incontri ravvicinati con la grande pittura francese. La schiettezza cromatica violenta di Derin, le geometrie spigolose di Friesz sono all’origine del suo post-fauvismo. L’umanità caricata e quasi grottesca di Vlaminick affiora da certi suoi ritratti. Ma è al meraviglioso mondo di Matisse, con la sua carica solare, che va riconosciuto il contributo più significativo nel plasmare la sua vasta cultura artistica. I suoi quadri sembrano quasi prendere vita: i volti squadrano lo spettatore anche quando l’artista si sottrae al figurativo abbracciando il rigore della geometria. Correda l’esposizione un docufilm con la regia di Federico Strinati che ripercorre tappe della carriera dell’artista, delineando una parabola introspettiva e silenziosa.
(© 9Colonne - citare la fonte)





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