“Una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell'interesse dello Stato”. Sono le parole che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo da inizio maggio, consegna nell’ultima intervista a Giorgio Bocca uscita su Repubblica il 10 agosto 1982, meno di un mese prima di essere ucciso in un agguato il 3 settembre di trentotto anni fa. Quella sera, in via Isidoro Carini a Palermo, l’auto su cui è a bordo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro (con la quale si è sposato appena il 10 luglio) viene affiancata da un commando che li uccide entrambi sul colpo, ferendo l’agente di scorta Domenico Russo, che li segue a breve distanza, che morirà pochi giorni dopo. Nato a Saluzzo, nel cuneese, nel 1920, figlio di un ufficiale dell’Arma, Dalla Chiesa (laureato in giurisprudenza e in scienze politiche) entra nei Carabinieri prima della fine della guerra, nel 1942. Durante l’occupazione nazista collabora con la Resistenza in territorio marchigiano, un’esperienza che definisce fondamentale come confesserà a Enzo Biagi: “Mi trovai alla testa di bande di patrioti e responsabile di intere popolazioni”.
IN SICILIA. Nel settembre del ’49 il giovane capitano dei Carabinieri entra a far parte del Corpo forze repressione banditismo (Cfrb) che opera in Sicilia, al comando del Gruppo squadriglie di Corleone. L’esperienza si rivela importante per la sua formazione. La principale indagine svolta da Dalla Chiesa riguarda la scomparsa, avvenuta nel marzo del 1948, del sindacalista socialista Placido Rizzotto. Dopo varie esperienze in giro per l’Italia (tra cui Firenze, Milano, Roma e Torino) torna in Sicilia alla metà degli anni sessanta, assumendo il comando della legione di Palermo prima della promozione a colonnello che arriva pochi mesi dopo: Dalla Chiesa innesta attivamente la sua azione nella controffensiva dello Stato nei confronti della criminalità mafiosa, che prende avvio al termine della cosiddetta 'prima guerra di mafia' e innova profondamente i metodi della lotta a Cosa Nostra. Man mano il suo prestigio e la sua popolarità crescono, anche grazie all’impegno in prima linea dei suoi uomini per soccorrere le popolazioni nel terremoto del Belice del 1968.
CONTRO IL TERRORISMO. Nell’autunno del ‘73 Dalla Chiesa viene trasferito a Torino, ottenendo la promozione a generale. Dalla lotta alla mafia la sua azione si sposta sul contrasto al terrorismo di sinistra, molto attivo nella città della Fiat. Sull’onda del sequestro del sostituto procuratore di Genova Mario Sossi viene accettata la sua proposta di contrastare l’estremismo di sinistra attraverso il Nucleo speciale di polizia giudiziaria. Per la mafia come per le Brigate Rosse, Dalla Chiesa è convinto che bisogna non soltanto colpire le manifestazioni criminali, ma risalire al fenomeno nel suo complesso e in profondità. I risultati non tardano ad arrivare, con arresti di capi eccellenti delle Br come Curcio e Franceschini, ma il nucleo viene smantellato nella sua costituzione originaria.
IL CASO MORO. Il ’78 per Dalla Chiesa si apre con la morte della prima moglie Dora, stroncata da un infarto il 19 febbraio. Meno di un mese dopo, il 16 marzo, l’Italia ritorna nell’incubo Br con il sequestro Moro. Dopo la tragica conclusione della vicenda il ministro dell’Interno Virginio Rognoni lo chiama alla direzione di una nuova struttura di contrasto: è il secondo tempo della lotta al terrorismo. Per Dalla Chiesa – al di là dei metodi di indagine – è essenziale infrangere il mito dell’inafferrabilità delle Br, per cui è essenziale il sostegno dei media e della società alle forze dell’ordine. I risultati anche qui non tardano ad arrivare, come dimostra il blitz nel covo di via Monte Nevoso a Milano, con l’arresto di brigatisti di primo piano e il rinvenimento di documenti relativi alla prigionia di Moro, tra cui il 'memoriale'. Alla fine del 1979 Dalla Chiesa continua la sua lotta al terrorismo passando al comando della Divisione Pastrengo a Milano: la svolta arriva con l’arresto a Torino del brigatista Patrizio Peci, che con il suo pentimento e la sua collaborazione dà il via a una reazione a catena che porta allo sfaldamento delle Brigate Rosse.
DI NUOVO A PALERMO. Alla fine del 1981 viene nominato vicecomandante generale dell’Arma, stesso grado cui era giunto il padre anni prima. Un incarico di assoluto prestigio, che non cancella però l’ostilità di certi settori dell’Arma e che non si confà appieno alla sua vocazione di uomo di campo. Accetta quindi l’incarico di prefetto di Palermo, per tornare a combattere la mafia: Dalla Chiesa dovrebbe prendere servizio il 6 maggio, ma ai primi del mese il neo prefetto è già in città per presiedere ai funerali di Pio La Torre, segretario regionale del Partito comunista italiano ucciso dalla mafia. Come emerge dalle pagine del suo diario, Dalla Chiesa percepisce un forte senso di isolamento nei suoi cento giorni a Palermo, anche a causa di una ritardata definizione dei suoi poteri. Nel maxiprocesso la motivazione del delitto viene individuata nella volontà dei corleonesi di eliminare un probabile ostacolo alla propria ascesa. Il pentito Tommaso Buscetta collega però il suo assassinio a quello del giornalista Carmine Pecorelli, legato alla comune conoscenza di informazioni sul caso Moro, ma l’ipotesi non trova riscontro nell’ambito dei procedimenti penali a carico di Giulio Andreotti. “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti” recita una scritta apparsa sul luogo della strage, ma dalla morte del prefetto si registra un salto in avanti nella lotta alla mafia, tanto che pochi giorni dopo viene introdotto il reato di associazione mafiosa.
MATTARELLA. “Carlo Alberto Dalla Chiesa ha servito lo Stato, in situazioni e ruoli anche molto diversi l’uno dall’altro, sempre animato dalla stessa determinazione e dalla costante fiducia nella capacità delle Istituzioni di affermare la legalità – sono le parole con cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricorda il trentottesimo anniversario della strage di via Carini - Consapevole della necessità di una visione strategica globale contro la mafia così come contro il terrorismo, cercava di individuare i punti deboli di ciascuna organizzazione criminale e gli strumenti più efficaci per colpirli. Nei suoi quattro mesi da Prefetto di Palermo, colse lucidamente le debolezze dell’attività di contrasto e i pericoli che si celavano nell’impegno isolato e non ancora ben coordinato di uomini e uffici. La sua azione contro la delinquenza mafiosa – sottolinea ancora Mattarella - fu tragicamente interrotta ma le sue intuizioni sono rimaste nel patrimonio comune di quanti hanno continuato a combatterla. Nel ricordo del loro estremo sacrificio, rinnovo alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo i sentimenti di vicinanza e partecipazione miei e di tutta l’Italia”. (Roc – 3 set)
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