Volti spaventati, preoccupati, meravigliati, incuriositi, appena rischiarati nelle loro diverse espressioni dalla luce della lanterna e dal flebile chiarore della luna. Sono i protagonisti del celebre dipinto settecentesco Esperimento su di un uccello inserito in una pompa pneumatica, eseguito nel 1768 dal pittore inglese Joseph Wright of Derby: capolavoro indiscusso della National Gallery di Londra, sbarca per la prima volta in Italia, alla Galleria degli Uffizi di Firenze, dove, esposto al secondo piano del museo (nella sala 38, tra la stanza che custodisce i dipinti di Leonardo da Vinci e quella di Michelangelo e Raffaello) vi resterà fino al 24 gennaio 2021 nell’esposizione “Arte e Scienza”, curata da Alessandra Griffo. Proprio le reazioni umane nei confronti della ricerca scientifica sono il tema portante di quest'opera, che per l’occasione diventa anche simbolo dei legami culturali tra Londra e Firenze nel segno della storia, dell’arte e della natura. Nel 1768, data a cui risale il dipinto di Wright of Derby, le sperimentazioni sul vuoto d'aria tramite pompa pneumatica messa a punto da Robert Boyle, chimico irlandese vissuto nel secolo precedente, non costituivano più una novità scientifica. Erano però ampiamente proposte con fini divulgativi e didattici nelle sedi più disparate; e lo stesso accadeva nello stesso periodo anche a Firenze. Nella mostra sono poste in dialogo con la grande tela altre opere che illustrano la pratica dello studio a lume di candela, la concentrazione notturna sul lavoro di concetto, come il San Girolamo con due angeli di Bartolomeo Cavarozzi (1617), e il disegno di Enea Vico, L’Accademia di Baccio Bandinelli (1560). Completa l’esposizione l’ottocentesco Orologio da mensola in forma di gabbietta, oggetto prezioso in prestito dagli Appartamenti Imperiali e Reali di Palazzo Pitti, la cui forma evoca direttamente l’uccelliera da cui è stata estratta la colomba protagonista, suo malgrado, dell’esperimento raccontato da Wright of Derby nel suo quadro.
DALLA NATURA ALLA PITTURA: IL GENIO DI LUCA GIORDANO A CAPODIMONTE
La mostra “Luca Giordano. Dalla Natura alla Pittura”, a cura di Stefano Causa e Patrizia Piscitello, è un'idea di Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte e di Christophe Leribault, direttore del Petit Palais di Parigi, dove si è svolta la prima esposizione dal titolo Luca Giordano. Le triomphe de la peinture napolitaine (14 novembre 2019 al 23 febbraio 2020) che, insieme alla mostra su Gemito, ha completato “la stagione napoletana” dell'autunno 2019 nel cuore della capitale francese. L’esposizione sarà aperta al pubblico a Capodimonte fino al 10 gennaio 2021. “In questa seconda tappa, a Napoli – afferma il direttore Sylvain Bellenger - Giordano ci viene raccontato come non lo è mai stato prima, diversamente da Parigi. Sebbene Giordano abbia contato molto per i francesi, non lo si poteva presentare allo stesso modo ai napoletani, che sono abituati a incontrarlo frequentemente, a volte senza riconoscerlo, nel loro museo o nelle loro chiese”. La mostra, dedicata a Ferdinando Bologna, realizzata in collaborazione con l'associazione Amici di Capodimonte onlus, si articola in dieci sezioni con oltre novanta opere, molte delle quali provenienti da importanti musei e istituzioni estere (Louvre, Prado, Patrimonio Nacional, Fondazione Santamarca e molte altre) e italiane (Palazzo Abatellis, Pinacoteca nazionale di Bologna, Musei civili di Vicenza) e, in particolare, napoletane (Complesso dei Girolamini, Curia di Napoli, Museo e Certosa di San Martino, Museo Duca di Martina, Museo del Tesoro di San Gennaro, Pio Monte della Misericordia, Società italiana di Storia Patria e molti altri). L'allestimento in sala Causa, a cura di Roberto Cremascoli con Flavia Chiavaroli (Cor Arquitectos) conserva gli spazi della mostra Caravaggio Napoli ma ne ribalta il senso: dai vicoli di Napoli si passa ai salotti seicenteschi con una nuova sequenza espositiva che diventa un susseguirsi di “stanze delle meraviglie”.
UN PAESE DEL MEZZOGIORNO, LACEDONIA NELLE FOTO DI FRANK CANCIAN
Arriva a Roma per la prima volta una significativa selezione delle immagini in bianco e nero, scattate a Lacedonia (Avellino) nel 1957 da Frank Cancian, noto antropologo americano, figlio di genitori italiani, che ha alternato la sua professione di scienziato sociale con la passione per la fotografia. Le immagini raccontano, con straordinario vigore, la realtà sociale e culturale del paese nel 1957, anno del soggiorno in Italia del giovane studioso all’epoca poco più che ventenne, borsista Fulbright. La mostra “Frank Cancian. Un Paese del Mezzogiorno Italiano – Lacedonia, 1957” sarà aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2021 al museo delle Civiltà. Accompagna l’esposizione un volume realizzato in edizione italiana e inglese da Postcart per la cura di Francesco Faeta “Un paese del Mezzogiorno italiano. Lacedonia (1957) nelle fotografie di Frank Cancian - A Town in Souther Italy. Lacedonia (1957) in Frank Cancian's photographs”. La mostra è realizzata dal Museo delle Civiltà (MuCiv) di Roma, e dall'Istituto Centrale per il patrimonio immateriale (ICPI) del MiBACT in collaborazione con il Comune di Lacedonia (Avellino), del Museo Antropologico Visuale Irpino (MAVI) dove è custodita la collezione fotografica di Frank Cancian, della Pro Loco "Gino Chicone", dell'Associazione Culturale "La Pilart" e del Museo etnografico di Morigerati (Salerno). Hanno dato il loro patrocinio scientifico e culturale il Fulbright Program, la Società Italiana di Antropologia Culturale (SIAC), la Società Italiana per lo Studio della Fotografia (SISF), l'Università degli Studi Roma Tre - Dipartimento Scienze Politiche, la Fondazione “Un Paese”.
LA MILANO BOMBARDATA DEL 1943 NELL'ARCHIVIO PUBLIFOTO
Alle Gallerie d’Italia – Piazza Scala, il museo milanese di Intesa Sanpaolo, è aperta al pubblico fino al 22 novembre la mostra “Ma noi ricostruiremo. La Milano bombardata del 1943 nell'Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo”. Tra oltre 3.300 fotografie dell’Archivio Publifoto che ritraggono la Milano bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale, Mario Calabresi, curatore della mostra, ha selezionato 70 immagini di undici luoghi simbolo della città – tra cui il Cenacolo, la Galleria Vittorio Emanuele, Sant’Ambrogio, Brera, l’Università Statale e piazza Fontana – devastati dagli attacchi aerei del 1943. Le immagini mostrano il volto di una città distrutta ma allo stesso tempo coraggiosa, scatti cruciali che ne raffigurano l’orgoglio e la capacità di rinascere. Con la testimonianza storica di eventi così drammatici, la mostra vuole, pur nella grande differenza di origini, situazioni ed effetti rispetto a quel periodo storico, essere di stimolo alla ripartenza attuale della città. Ai documenti storici sono affiancati gli scatti degli stessi luoghi realizzati durante il lockdown dal fotografo torinese Daniele Ratti. Arricchisce il percorso espositivo il contributo di Umberto Gentiloni, storico e accademico dell’Università La Sapienza di Roma, sulla strategia decisa dagli Alleati di colpire il Paese per abbattere definitivamente il Fascismo nell’agosto 1943, pochi giorni dopo la caduta di Mussolini, e una mappa della città che indica i luoghi maggiormente colpiti dai bombardamenti. La mostra è il primo appuntamento del progetto ‘Viaggio nell’Archivio Publifoto di Intesa Sanpaolo’ che intende aprire il patrimonio fotografico alla disponibilità del pubblico.
A VICENZA IL “FUTURO” VISTO DALL’ARTE
Fino al 7 febbraio alle Gallerie d’Italia a Palazzo Leoni Montanari, sede museale di Intesa Sanpaolo a Vicenza, apre la mostra “Futuro. Arte e società dagli anni Sessanta a domani”, a cura di Luca Beatrice e Walter Guadagnini. L’esposizione presenta oltre 90 opere di artisti italiani e internazionali come Boccioni, Fontana, Christo, Boetti, Rotella, Warhol, Lichtenstein, Rauschenberg, Schifano, Hirst, provenienti da importanti collezioni private e dalla collezione Intesa Sanpaolo. La mostra apre una riflessione di straordinaria attualità sul concetto di "futuro" attraverso le visioni dell’arte, dagli anni '60 - decennio del boom economico, della crescita demografica, dell’ottimismo e del consumismo che nell’arte si traducono nell’era pop e nell’esplosione dei fenomeni giovanili -, fino a una società che si è trovata a vivere contemporaneamente il cambio di un secolo e di un millennio, attesi con grandi aspettative e alcune paure. L’esposizione prende avvio con un prologo dedicato al Futurismo, la prima avanguardia europea che dal suo nome rivela la volontà di essere motore di cambiamento, con opere in mostra di Boccioni, Depero, Marussig, Zanini e con due parole chiave, ‘spazio’ e ‘tempo’: il primo visto con gli occhi di Fontana, Munari, Klein; il secondo con l’ironia di Baj e le intuizioni di artisti quali Boetti, Cattelan, Mari, Paolini, Turcato.
(© 9Colonne - citare la fonte)




amministrazione