BAJANI, “IL LIBRO DELLE CASE” IN CORSA PER LO STREGA
“Andrea Bajani è uno degli scrittori viventi che ammiro di più”. Se a dirlo è il critico letterario statuinitense Edmund White sulle colonne del “The New York Times”. “Il libro delle case”, pubblicato da Feltrinelli, in corsa per il Premio Strega 2021, prende le mosse da alcune domande: a quante parti di noi siamo disposti a rinunciare per continuare a essere noi stessi? E soprattutto: dove abbiamo lasciato ciò che non ci siamo portati dietro? Quali case lo custodiscono in segreto o lo tengono in ostaggio? Per raccontare la vita di un uomo, l’unica possibilità è setacciare le sue case, cercare gli indizi di quel piccolo inevitabile crimine che è dire “io” sapendo che dietro c’è sempre qualche menzogna. “Il libro delle case” è la storia di un uomo – “che per convenzione chiameremo Io” –, le amicizie, il matrimonio nel suo rifugio e nelle sue ferite, la scoperta del sesso e della poesia, il distacco da una famiglia esperta in autodistruzione. La storia di Io salta di casa in casa, su e giù nel tempo, ciascuna è la tessera di un puzzle che si compone tra l’ultimo quarto del millennio e il primo degli anni zero: è giovane amante di una donna sposata in una casa di provincia, infante che insegue una tartaruga in un appartamento di Roma mentre dalla tv si rovesciano le immagini di Aldo Moro sequestrato e del corpo di Pasolini rinvenuto all’Idroscalo; è marito in una casa borghese di Torino, bohémien in una mansarda di Parigi e adulto in carriera in un albergo londinese; ragazzo preso a pugni dal padre in una casa di vacanza, e studente universitario buttato sopra un materasso; poi semplicemente un uomo, che si tira dietro la porta di una casa vuota. Costruito come una partita di Cluedo o un poliziesco esistenziale, Il libro delle case è un viaggio attraverso i cambiamenti degli ultimi cinquant’anni, nelle sue geografie, nelle sue architetture reali così come in quelle interiori, i luoghi da cui veniamo e quelli in cui stiamo vivendo, le palazzine di periferia degli anni sessanta, lo sparo che cambia il corso della storia, e il bacio rubato dietro una tenda. In un romanzo unico per costruzione, poesia e visionarietà, Bajani traccia il grande affresco di un’educazione sentimentale a metri quadri. La vita che succede è soprattutto la vita nelle stanze. Bajani, classe 1975, collabora con diversi quotidiani e riviste. I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue.
“LA CECCHINA DELL’ARMATA ROSSA” DI LJUDMILA PAVLICENKO
Odoya presenta “La cecchina dell’Armata Rossa” di Ljudmila Pavlicenko, traduzione di Kollektiv Ulyanov erefazione Martin Pegler (320 pagine illustrate). L’autobiografia della "russian sniper" più letale di tutti i tempi tradotta in dieci lingue e già utilizzata per una trasposizione cinematografica arriva finalmente nelle librerie italiane. La vicenda militare di Ljudmila Pavlicenko ebbe il suo apice durante l’assedio di Sebastopoli in cui il suo apporto fu decisivo nell’eliminazione di cecchini e addirittura di carristi alla guida del proprio mezzo. Un racconto eccezionale di momenti salienti della Seconda guerra mondiale, scritto magistralmente, dal punto di vista di una donna graduata e dal cuore delle operazioni belliche. Il suo impegno si mantenne anche dopo le azioni a cui prese parte: Stalin la volle mandare in America per sensibilizzare Stati Uniti e Canada all’intervento su suolo europeo. Fu la prima donna sovietica a essere accolta alla Casa Bianca. Eleanor Roorsvelt la chiamava “my darling”. (red)
“COSA LORO, COSA NOSTRA”: LE MAFIE STRANIERE SPIEGATE DA DI NICOLA E MUSUMECI
Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci sono autori di “Cosa loro, Cosa nostra. Come le mafie straniere sono diventate un pezzo d'Italia”, pubblicato da Utet. Le triadi cinesi riciclano denaro in tutta Europa (ma in epoca di Covid-19 si danno al cybercrime); i clan ucraini gestiscono il contrabbando di sigarette; i cult nigeriani amministrano il racket della prostituzione e controllano le piazze di spaccio a colpi di machete; i dealers marocchini trasportano l’hashish da Tangeri a Genova; le gang di latinos trasformano i parchetti di quartiere in zone di guerriglia. A poco a poco, le mafie d’importazione hanno guadagnato un loro spazio rispetto alle organizzazioni mafiose “tradizionali”, stravolgendo l’universo del crimine così come lo conoscevamo, dove si alternavano cosche strutturate e piccolo malaffare. Cosa nostra, camorra, ’ndrangheta: nonostante le origini multiculturali, le nuove mafie si rifanno al modello della grande criminalità organizzata made in Italy, con cui a volte guerreggiano ma spesso collaborano, prendendo a prestito i loro codici e le loro regole. Eppure, per quanto sia pervasivo nella cronaca nera il racconto di certi loro crimini efferati, continuiamo a sottovalutare la portata della loro infiltrazione, l’estensione delle loro reti, il potere dei loro boss. Lo stesso errore che per decenni fecero negli Stati Uniti occupandosi di Cosa Nostra: per combatterla fu necessario ammetterne l’esistenza, studiarla, capire quanto fosse intrinseca al sistema economico e politico della nazione. E così dovremmo fare anche noi, perché le mafie straniere non sono il lato oscuro dell’immigrazione, ma il risultato dei nostri fallimenti politici, dell’incapacità dello Stato italiano di controllare davvero il territorio. Il criminologo Di Nicola e il giornalista d’inchiesta Musumeci intrecciano atti processuali, fatti di cronaca e testimonianze dirette per ricostruire le dinamiche segrete e i riti di affiliazione di gruppi in apparenza così lontani dalla nostra vita quotidiana. Ma proprio la volontà di non vedere rischia di rendere sinistramente presago il titolo: Cosa loro, Cosa nostra. Di Nicola è professore di criminologia all'Università di Trento, dove coordina il gruppo di ricerca eCrime e l'Istituto di scienze della sicurezza. Le sue ricerche vertono sul nesso tra migrazioni e criminalità, il traffico internazionale di migranti, la criminalità economica e organizzata. Ha ricevuto il premio nazionale Paolo Borsellino. Ha scritto, insieme a Musumeci, Confessioni di un trafficante di uomini (Chiarelettere, 2014), libro dal grande successo internazionale. Musumeci è giornalista freelance, fotografo, film-maker e conduttore radiofonico. Si occupa di conflitti internazionali, attualità e immigrazione, prevalentemente in Africa e Medio Oriente. Conduce “Nessun luogo è lontano” su Radio 24. Autore tv, ha firmato programmi e ha collaborato e collabora con media italiani e internazionali. Insegna alla Scuola di giornalismo della Cattolica di Milano. Ha scritto Io sono il cattivo. Quindici ritratti di geni del male (Il Sole 24 Ore, 2020) e, con Andrea Di Nicola, il libro di inchiesta Confessioni di un trafficante di uomini (Chiarelettere, 2014).
“SANGUE INQUIETO” DI ROBERT GALBRAITH
Una donna scomparsa quarant’anni prima, un assassino a piede libero, molte piste da seguire… Una nuova indagine per Cormoran Strike. Dopo il successo dei precedenti quattro libri e delle prime tre stagioni di Strike in onda su Sky e Top Crime, arriva l’attesissimo quinto capitolo della serie, “Sangue inquieto” di Robert Galbraith, edito da Salani. Il nuovo caso arriva nelle mani di Cormoran Strike in una buia serata d’agosto, davanti al mare della Cornovaglia, mentre è fuori servizio e sta cercando una scusa per telefonare a Robin, la sua socia. In quel momento tutto desidera tranne che parlare con una sconosciuta che gli chiede di indagare sulla scomparsa della madre, Margot Bamborough, avvenuta per giunta quarant’anni prima. Un cold case più complesso del previsto, con un serial killer tra i piedi e un’indagine della polizia a suo tempo molto controversa, fra predizioni dei tarocchi, testimoni sfuggenti e piste oscuramente intrecciate. Galbraith ritorna con un nuovo, magnetico capitolo della storia di Robin e Strike, una delle coppie di investigatori più amate di sempre. Galbraith è lo pseudonimo di J.K. Rowling, l’autrice bestseller della serie di Harry Potter e del romanzo Il seggio vacante. I primi quattro romanzi di Strike, Il richiamo del cuculo, Il baco da seta, La via del male e Bianco letale hanno svettato in cima alle classifiche inglesi e internazionali e sono stati adattati in una serie televisiva dalla Brontë Film and Television.
STEFANO PIVATO RACCONTA “LA FELICITÀ IN BICICLETTA”
Lo storico Stefano Pivato racconta “La felicità in bicicletta”, in un saggio pubblicato dal Mulino. Chi monta in sella a una bicicletta prova sentimenti di appagamento e pienezza: l’affrancamento dai limiti del corpo, l’ebbrezza della velocità e dell’indipendenza, la fuga dalle tristezze della vita. È così per i primi ciclisti, e poi sempre per ogni nuovo bambino che conquista la sua due ruote. “Sentivo di navigare nell’aria”, ricordava un grande intellettuale come Ezio Raimondi. Ed è felicità per la donna, per la quale la bicicletta è strumento di emancipazione, così come per l’operaio di “Ladri di biciclette”, che grazie alla bici può trovare lavoro. Oggi è anche la felicità della fuga dalla civiltà moderna, il sogno di un mondo lento a misura d’uomo. Poeti, scrittori, filosofi e gente comune hanno testimoniato la loro gratitudine per la bicicletta fonte di felicità: in questo libro, felice a sua volta, Pivato tesse il racconto di un inscalfibile amore collettivo per le due ruote. Stefano Pivato ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Trieste e di Urbino e collabora con il Dipartimento di storia dell’Università di San Marino. Per il Mulino ha tra l’altro pubblicato: “Il secolo del rumore” (2011), “I comunisti mangiano i bambini” (2013), “Favole e politica” (2015), “I comunisti sulla Luna” (con M. Pivato, 2017), “Storia sociale della bicicletta” (2019), “Storia dello sport in Italia” (con P. Dietschy, 2019).
(© 9Colonne - citare la fonte)




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