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direttore Paolo Pagliaro

Mariano Sabatini spiega perchè 'Scrivere è l’infinito'

Libri
Ogni settimana uno scaffale diverso, ogni settimana sarà come entrare in una libreria virtuale per sfogliare un volume di cui si è sentito parlare o che incuriosisce. Lo "Speciale libri" illustra le novità delle principali case editrici nazionali e degli autori più amati, senza perdere di vista scrittori emergenti e realtà indipendenti. I generi spaziano dai saggi ai romanzi, dalle inchieste giornalistiche, alla storia e alle biografie.

 “Sapete che esiste una scrittrice che per timore di perdere il dattiloscritto del  nuovo romanzo si è fatta costruire una scatola stagna che immerge in una vasca d'acqua sporca nella speranza che gli eventuali ladri la evitino?  Poi c'è chi è disperato perché non trova più i nastri della macchina da scrivere che ancora utilizza e chi ha bisogno, invece, del buio per scrivere o di una finestra con un grande panorama. Insomma: rituali, manie e scaramanzie dei grandi narratori che io ho racchiuso in questo libro”. Così Mariano Sabatini presenta a 9colonne il suo nuovo lavoro, nelle librerie e sugli store da ieri, dal titolo “Scrivere è l’infinito” pubblicato da Vallecchi.  “Scrivere è indubitabilmente l’infinito del verbo che indica l'azione del trasferire su carta personaggi, storie, vicende, atmosfere ma è anche l’infinitezza, come dice Lidia Ravera ‘scrivere è governare sull'infinito possibile’”. In questo libro “racconto- spiega il giornalista e scrittore -  tante esperienze narrative e questo lo rende un repertorio privilegiato per chi adora gli scrittori e per chi  ama leggere”. Il lettore andrà quindi alla scoperta di “tutti gli step  che accompagnano la creazione di un romanzo raccontati da scrittori di prima grandezza come De Cataldo, Comencini, Bevilacqua, Camilleri, Faletti, de Giovanni, Verasani, Ginzburg, Ravera, Vinci, Bignardi. Insomma – conclude  Sabatini - romanzieri davvero famosi,  amati attesi”.

IL TESTO Più di cento testimonianze di narratori famosi, apprezzati, amati, tra cui: Michael Cunningham, Jeffery Deaver, Joe R. Lansdale, Dacia Maraini, Andrea Camilleri, Lawrence Block, Amitav Gosh, Raul Montanari, Daria Bignardi, Andrea Vitali, Maurizio de Giovanni, Gianrico Carofiglio, Lidia Ravera, Simona Vinci, Grazia Verasani, Romana Petri, Gabriella Genisi, Simonetta Agnello Hornby, Licia Troisi, Valerio Varesi, Barbara Alberti, Tullio Avoledo, Giuseppe Genna, Ferdinando Camon, Marta Morazzoni, Bianca Pitzorno, Lisa Ginzburg, Cinzia Tani, Barbara Baraldi, Danila Comastri Montanari, Margherita Oggero, Paolo Di Paolo, Paola Calvetti, Valerio Massimo Manfredi, Cristina Comencini, Paola Mastrocola e tantissimi altri. Tutto questo è “Scrivere è l'infinito. Tecniche, rituali e manie dei grandi narratori” di Mariano Sabatini. Un libro imperdibile per chi ama leggere della vita e dei processi creativi dei narratori più noti, capaci e prolifici. Quelli che Mariano Sabatini ha interpellato per capire se scrittori si nasce o si può diventarlo. E come. Con il proliferare delle scuole di scrittura creativa, l’interrogativo non è affatto pretestuoso. Scrivere può insegnare a scrivere. Ma soprattutto serve leggere: tanto, di tutto. Ecco, allora, che in Scrivere è l’infinito il lettore – aspirante scrittore - troverà un ampio repertorio di esperienze narrative di oltre cento romanzieri sui loro singolari metodi di lavoro. Se scrivere è, indubitabilmente, l’infinito del verbo che denomina la mera azione del trasferire su carta pensieri, idee, personaggi... è anche la tensione, a tempo indeterminato, che serve a creare le storie. Individuare il proprio metodo è fondamentale, e magari si può cominciare proprio imitando gli scrittori che ce l’hanno fatta: i loro metodi, le ossessioni e i rituali. Un’autentica miniera di consigli utili, suggestioni, aneddoti.

L’AUTORE Mariano Sabatini (Roma, 1971) ha scritto per i maggiori quotidiani, periodici e web. Ha firmato programmi di successo per la Rai, Tmc e altri network nazionali; ha condotto rubriche in radio e continua a frequentare gli studi televisivi come commentatore. Pubblica racconti per riviste popolari e ha partecipato a varie antologie narrative. Dal 2001 ha scritto diversi libri di carattere saggistico. L’inganno dell’ippocastano (Salani, 2016) è il suo primo romanzo, che si è aggiudicato il premio Flaiano e il premio Romiti Opera prima 2017 ed è tradotto nei paesi di lingua francese. A questo ha fatto seguito Primo venne Caino (Salani, 2018), sempre con Leo Malinverno – giornalista investigativo – come protagonista.(red)  ////


 

TEOLOGIA: CRISTINA SIMONELLI INDAGA SU “EVA, LA PRIMA DONNA”

 

La teologa Cristina Simonelli indaga su “Eva, la prima donna” in un saggio pubblicato dal Mulino.  Chi mai sensatamente vorrebbe un’innocenza inconsapevole, che dia il nome ai viventi senza conoscerne il mistero? Dov’è Eva? In quali pieghe della storia e delle storie è stata confinata? Seducente come una Venere, audace nel desiderio di conoscenza, insidiosa come un serpente, disperata nella cacciata e potente nella maternità. Eva sin dal Libro della Genesi si sdoppia, si dissolve, si mescola nelle riletture e si affaccia ad altre narrazioni. Cristina Simonelli ci guida sulle sue tracce, evocandola dal labirinto dei testi, mostrandocela nella sua complessità e liberandola dai fraintendimenti. Eva è l’incarnazione dell’armonia perduta e promessa all’umanità in cammino. L’eredità di Eva è oggi motivo di forza per le donne, di riflessione per gli uomini e un ulteriore tassello alla decostruzione degli stereotipi e delle proiezioni sui generi. Cristina Simonelli ha presieduto il Coordinamento delle teologhe italiane dal 2013 al 2021. Insegna Teologia patristica a Verona (San Zeno e San Pietro Martire) e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano). Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo “Provvisorietà” (EMP, 2016), “Manuale di Storia della Chiesa. L’età antica” (con G. Laiti, Morcelliana, 2018) e “Incontri. Memorie e prospettive della teologia femminista” (con E. Green, San Paolo, 2019).

 

 

 

 

 

“HITLER” DI JOHANN CHAPOUTOT E CHRISTIAN INGRAO

“Hitler” di Johann Chapoutot e Christian Ingrao viene proposta dalla casa editrice Laterza (traduzione di L. Falaschi). I fallimenti personali e i successi politici, le folli ossessioni e il freddo pragmatismo del più temuto dittatore del Ventesimo secolo. “Abbiamo cercato di considerare Hitler un condensato, o se si preferisce come il catalizzatore di forze che si sprigionano dalla vertiginosa mutazione di quei sistemi economici, sociali e cognitivi che costituiscono l’Europa – in particolare l’Europa di mezzo – tra la fine dell’Ottocento e la Grande Guerra e che hanno trasformato il continente, le sue modalità di ‘gestire’ le masse umane, di nutrirle, guidarle, controllarle e di pensare la dimensione politica. Ciò che si delinea è quindi la storia di un uomo, di un destino, ma anche, per suo tramite, di un oggetto che abbracciò l’Europa e che si autodenominò ‘Terzo Reich’. Nel destino di quest’uomo si mescolano infatti militantismo frenetico, speranza imperiale, conquista dell’Europa, guerra ripugnante, inaudito genocidio” spiegano gli autori del saggio. Johann Chapoutot è professore di Storia contemporanea alla Sorbonne Université di Parigi e membro onorario dell’Institut Universitaire de France.Tra i suoi volumi ricordiamo Le nazisme et l’Antiquité (Presses Universitaires de France 2012) e, per Einaudi, Controllare e distruggere (2015) e La legge del sangue (2016). Per Laterza è autore di L’affaire Potempa. Come Hitler assassinò Weimar(2017) eLa rivoluzione culturale nazista (2019). Christian Ingrao ha diretto l’Institut d’Histoire du Temps Présent di Parigi. Specialista del nazismo e del fenomeno bellico, ha pubblicato, tra l’altro, Les chasseurs noirs. La brigade Dirlewanger (Perrin 2006) e Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS (Einaudi 2012).

     

 

PER IL PROF BIRAGHI “QUESTA E’ ARCHITETTURA”

 “Questa è architettura. Il progetto come filosofia della prassi” è il nuovo libro di Marco Biraghi pubblicato da Einaudi. Da sempre l’architettura si fonda su una complessa interazione tra la mente e gli aspetti legati alla sfera dei sensi. Da questo punto di vista, un contributo fondamentale lo ha fornito la mano, mediatrice dell’idea attraverso il disegno, e capace in taluni casi di darle direttamente forma mediante un’azione mimetica. In ciò l’architettura rivela di non essere affatto riducibile a mera astrazione, ma di avere a che fare con il corpo. In un’epoca come l’attuale, che tende a sottoporre ogni processo produttivo a una drastica razionalizzazione, non è facile mantenere vivo questo accordo. E non soltanto perché oggi la progettazione è inevitabilmente regolata da programmi di disegno automatizzato. Sempre piú spesso nelle società dominate da un capitalismo finanziario smaterializzato l’architettura si limita a soddisfare le esigenze del mercato, al piú considerata come la nobile ereditiera di un illustre passato. Ciò impone all’architetto di rispondere a un duplice appello. Se da un lato deve prendere coscienza del ruolo di intellettuale e non di semplice tecnico, dall’altro deve difendere un modo di pensare e organizzare lo spazio e la materia che ne custodisca il rapporto con quella prima radice a cui sono sempre stati connessi: il tempo. Un’architettura che davvero riesca a farsi forma concreta di queste problematiche può proporsi come rimedio per le società odierne, ammalate della carenza di un agire e sentire collettivo. È in tale prospettiva che la pratica dell’architetto dovrebbe guardare al di là dei modelli di operatività puramente esecutiva, riattingendo a una filosofia della prassi, dove il pensare e l’agire sono inestricabilmente connessi. Biraghi (Milano 1959) è professore di Storia dell'architettura contemporanea al Politecnico di Milano. Per Einaudi ha pubblicato Storia dell'architettura contemporanea 1750-2008 (2 voll., 2008), Storia dell'architettura italiana 1985-2015 (con Silvia Micheli, 2013), L'architetto come intellettuale (2019), e Questa è architettura. Il progetto come filosofia della prassi (2021) e ha curato - tra gli altri - Architettura del Novecento (con Alberto Ferlenga, 3 voll., 2012-2013).

      

 

MARCO MARTINELLI “NEL NOME DI DANTE”

In libreria dal prossimo 8 luglio per Ponte alle Grazie “Nel nome di Dante. Diventare grandi con la Divina Commedia”, di Marco Martinelli. Ha ancora senso leggere, o rileggere, la Commedia di Dante Alighieri, quella che Boccaccio definì Divina? Che cosa ha da dirci oggi il Padre della nostra lingua? Probabilmente tanto. Basta mettere da parte il Monumento della letteratura italiana che tutti ci invidiano, quello che si è obbligati a studiare a scuola, e considerarlo anzitutto un uomo come noi. Un uomo però attento al mondo circostante. Il Dante in carne e ossa è stato, come tutti, ragazzo e da ragazzo ha visto la sua città, Firenze, dilaniata dal conflitto tra guelfi e ghibellini; crescendo è diventato letterato e poeta, cittadino impegnato in politica, e per questo costretto all’esilio; vittima infine della malaria verrà sepolto lontano dalla sua patria, a Ravenna. Dante aveva conosciuto la realtà dell’inferno in terra e l’ha trasfigurata con la forza della sua immaginazione nell’Inferno, aveva sperimentato la possibilità di ricominciare e l’ha trasposta nel Purgatorio, aveva conosciuto la potenza dell’Amore e l’ha sublimata nel Paradiso. Per capirlo occorre tuttavia sapersi accostare al poeta come ha fatto Marco Martinelli grazie all’insegnamento di un altro padre: il suo. Vincenzo Martinelli ha trasmesso al figlio la passione per questo Dante a tutto tondo, così come gli ha trasmesso la curiosità per la Storia, l’interesse per le vite altrui, un senso alto della politica. Martinelli affianca alle parole di Dante e ai racconti sul suo tempo memorie più personali ed eventi più recenti, più contemporanei scontri tra Neri e Bianchi, facendo dialogare il Due-Trecento con il Novecento in un’originalissima rilettura della Commedia che, oltre al libro, anima anche uno spettacolo teatrale.

(© 9Colonne - citare la fonte)