Grandi metropoli contemporanee dove grandi e immobili architetture danno vita ad atmosfere che esulano dal reale. Sono le affascinanti immagini della mostra "Il Tempo Sospeso" di Aldo Damioli (Milano, 1952), con 38 opere esposte dallo scorso 15 aprile fino al 20 maggio nel Salone degli Svizzeri del Palazzo Ducale di Massa. L'esposizione è organizzata dall'Associazione Quattro Coronati con il patrocinio della Provincia di Massa-Carrara. Damioli è uno dei maggiori esponenti di una pittura concettuale che affonda le radici nella metafisica, con opere sospese tra l'irreale e la realtà. L'artista rielabora uno dei più antichi generi pittorici, il paesaggio e le vedute, la cui sintassi è stata scritta da illustri artisti nel corso del Rinascimento e del successivo naturalismo, e lo riporta a un complesso e articolato sistema di simboli. "Ciò che interessa Damioli - spiegano gli organizzatori - è rendere le sue vedute quanto più possibile simili alla realtà virando l'immagine ad una immagine surreale dove si assiste alla visione di città immobili nel tempo in contrapposizione con il movimento sospeso. Appare evidente una scrupolosa attenzione per i dettagli, palese sia nella resa delle strutture architettoniche sia nel modo di ritrarre il cielo e l'acqua attraverso contrasti chiaroscurali ed effetti di luci e ombre, sono propri dell'abilità pittorica di Aldo Damioli. Come un sapiente direttore della fotografia, l'artista imposta un paradigma linguistico, che allude alla scansione grammatica del cinema; dove le singole 'inquadrature' urbanistiche si estendono anche al 'fuori campo'. La rappresentazione degli edifici ai lati del corso d'acqua è propedeutica alla creazione di una profondità così vera che sembra voler proseguire oltre la tela, verso un nuovo paesaggio che ci viene suggerito ma non svelato, ogni spettatore lo può far suo in una personale visione che va oltre il reale". (gci)
TRA CIBO E FOTOGRAFIA ALL'EATALY ART HOUSE DI VERONA
Tra arte culinaria e fotografia: a Verona, Eataly Art House – E.ART.H. Dallo scorso 22 aprile fino al 17 settembre presenta "Photo&Food. Il cibo nelle fotografie Magnum dagli anni Quaranta a oggi", una nuova mostra collettiva dedicata al cibo e alla sua rappresentazione nella fotografia degli ultimi ottant'anni. La mostra è a cura di Walter Guadagnini, in collaborazione con Costanza Vilizzi, ed è realizzata insieme a Magnum Photos. Il percorso espositivo comprende 125 immagini, firmate da 29 fotografi internazionali, membri dell'agenzia Magnum Photos: Abbas, Eve Arnold, Olivia Arthur, Jonas Bendiksen, Werner Bischof, René Burri Bruce Davidson, Cristina De Middel, Elliott Erwitt, Leonard Freed, Ara Guler, Philippe Halsman, Nanna Heitmann, Thomas Hoepker, David Hurn, Elliott Landy, Guy Le Querrec, Alex Majoli, Peter Marlow, Inge Morath, Martin Parr, Paolo Pellegrin, Raghu Rai, George Rodger, Zied Ben Romdhane, Jérome Sessini, David Seymour, Ferdinando Scianna e Alex Webb. Divisa in cinque sezioni e organizzata secondo un andamento sia cronologico che tematico, l'esposizione considera il cibo nella sua connotazione sociale, economica e simbolica, evidenziando l'inestricabile legame tra la vita dell'uomo e tutte quelle attività legate agli alimenti che appartengono a una sfera naturale e soprattutto culturale. La mostra si apre sulle immagini in bianco e nero della sezione "Dalla guerra al Boom", che presenta le opere di Werner Bischof, Elliott Erwitt, Inge Morath, Martin Parr, George Rodger e David Seymour. Il percorso prende, infatti, le mosse dalla descrizione di un periodo drammatico, la Seconda guerra mondiale, in cui nutrirsi era una preoccupazione quotidiana per la maggior parte della popolazione europea. Nella seconda parte si prosegue con gli anni Cinquanta e Sessanta: un'altra società e un diverso rapporto con il cibo si fanno avanti nei decenni della ricostruzione e del boom economico. Esplode la convivialità, si immortalano grandi tavolate, il cibo inizia a essere spettacolare e proprio i grandi protagonisti della scena culturale e politica interpretano al meglio questo ruolo. Infatti, nella sezione "Il cibo delle star", composta dalle opere di René Burri, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Ara Guler, Philippe Halsman, Thomas Hoepker, David Hurn, Elliott Landy, Peter Marlow, Martin Parr e David Seymour, si incontrano Marilyn Monroe e Ronald Reagan, Alfred Hitchcock e Muhammad Ali, testimonial non di un brand specifico, ma del nuovo rapporto che la società ha intessuto con la tavola. La terza sezione, intitolata "Dal produttore al consumatore", riunisce una selezione di immagini legate alla filiera alimentare e a tutti quei processi che trasformano un prodotto della natura in merce, sino alla sua fruizione. Eve Arnold, Alex Majoli, Martin Parr, Paolo Pellegrin, Ferdinando Scianna e Alex Webb sono gli autori di scatti provenienti da ogni parte del mondo che lasciano emergere l'aspetto più specificamente sociale, economico e latamente politico del cibo. Il quarto capitolo di questo romanzo dell'immagine e del gusto è dedicato alle nuove forme di produzione e consumo e si intitola "Cibo estremo". Attraverso le opere di Jonas Bendiksen, Cristina de Middel, Martin Parr, Zied Ben Romdhane, Jérome Sessini e Alex Webb, la mostra compie un viaggio tra attrazione e incredulità, in un mondo da un lato permeato dalla tecnologia, dall'altro desideroso di riscoprire ritmi e modi di vita del passato, per recuperare una necessaria durabilità. La mostra si chiude poi su un tema da sempre legato a tutte le fasi del rapporto tra l'uomo e il cibo, dalla raccolta alla coltivazione sino al consumo, vale a dire l'aspetto sacrale, che tocca ogni cultura e ogni forma religiosa. Nella sezione "La tavola sacra", attraverso le opere di Abbas, Olivia Arthur, Jonas Bendiksen, Leonard Freed, Nanna Heitmann, Guy Le Querrec, Raghu Rai e Ferdinando Scianna, si entra in una dimensione simbolica, percorrendo i diversi continenti per partecipare a riti che l'uomo segue dalla notte dei tempi nel tracciare la propria relazione con il cibo. (gci)
"I VOLTI DELLA SAPIENZA": A TRENTO L'ARTE DEI FRATELLI DOSSI
Tra la fine del 1531 e i primi mesi del 1532 Dosso Dossi, con l'aiuto del fratello Battista, fu impegnato nella decorazione della biblioteca del principe vescovo Bernardo Cles nel Magno Palazzo del Castello del Buonconsiglio a Trento. Sulle pareti realizza affreschi (in gran parte perduti) mentre per i cassettoni del soffitto dipinge una serie di diciotto dipinti su tavola di abete rosso raffiguranti saggi, filosofi e oratori dell'antichità: saranno proprio le tavole restaurate e le immagini dei sapienti, filosofi e saggi, a partire dall'arte antica, il filo conduttore della mostra che sarà inaugurata il 30 giugno al Castello del Buonconsiglio di Trento, intitolata "I volti della sapienza. Dosso e Battista Dossi nella Biblioteca di Bernardo Cles" visitabile fino al 22 ottobre. La mostra, curata da Vincenzo Farinella e Laura Dal Prà, sarà un'opportunità unica di vederle per la prima volta da vicino grazie allo smontaggio e restauro (attualmente in corso proprio nella Libraria clesiana) e di conoscere le numerose vicissitudini che hanno interessato queste opere. Inoltre, l'esposizione vedrà esposte un centinaio di opere tra sculture, stampe, volumi e dipinti come il celebre quadro raffigurante Eraclito e Democrito di Donato Bramante proveniente dalla Pinacoteca di Brera, i busti in marmo di Omero e Cicerone concessi in prestito dai Musei Capitolini di Roma e dagli Uffizi, le due magnifiche tele del Dosso provenienti dal museo canadese Agnes Etherington Art Centre e dal museo americano Chrysler e ancora opere del Moretto, Salvator Rosa, Andrea Pozzo, Mattia Preti, Luca Giordano, Vincenzo Grandi, Albrecht Duerer e Josè de Ribera. Le tavole saranno messe a confronto da una parte con dipinti aventi lo stesso soggetto ma realizzati da altri pittori, dall'altra con opere di Dosso Dossi e di Battista eseguite poco prima o poco dopo gli anni di attività a Trento, per mettere a fuoco il tema della collaborazione dei due fratelli. Infine, anche in collegamento ideale con l'identità dei "Sapienti dosseschi", il percorso si svilupperà a partire da una preziosa serie di busti raffiguranti filosofi e scienziati del mondo antico per poi comprendere capolavori del tardo Cinquecento e del Seicento quando le immagini dei più illustri sapienti organizzate in veri e propri cicli conosceranno un grande successo. Fama che darà vita a un fortunatissimo genere iconografico. (gci)
A ROMA L'ESPOSIZIONE FOTOGRAFICA SU CAVALLO PAZZO
Dallo scorso 13 aprile gli spazi espositivi del WeGil di Roma, hub culturale della Regione Lazio, ospitano la mostra fotografica "Cavallo Pazzo / Mario Appignani - Frammenti di una vita underground", curata da Valerio M. Trapasso che sta inoltre curando un documentario sul personaggio per la società di produzione cinematografica Groenlandia. Attraverso l'esposizione di 33 scatti inediti del giornalista e fotografo Andrea Falcon, che seguì Cavallo Pazzo per tutto il 1994, la mostra riscopre la figura di Mario Appignani e restituisce la complessità del personaggio: attivista radicale, indiano metropolitano, invasore di piazze e stadi, sabotatore televisivo, scrittore di denuncia sociale, sodale di Pasolini, outsider picaresco e sentimentale, presenza trasversale nei territori della politica e dell'underground, leader di se stesso ma protagonista dimenticato della vita pubblica italiana, morto a soli 41 anni nel 1996 a Roma. "Per molti Cavallo Pazzo è stato soltanto il primo e più efficace disturbatore mediatico d’Italia, dal palco di Sanremo alle invasioni di campo negli stadi. Ma la presenza costante di Mario Appignani sulla stampa per 30 anni testimonia un’attività irrefrenabile, una performance permanente dove lo scandalo era non solo cercato e celebrato, ma anche vissuto sulla pelle" spiega Valerio M. Trapasso. Dalle foto, a metà tra reportage e pedinamento, emerge l'ironia e la spregiudicatezza di Cavallo Pazzo e l'intensità di momenti quotidiani vissuti da Appignani spogliato del ruolo di sabotatore e performer. Gli scatti di Falcon, all'epoca 24enne, restituiscono la complicità ottenuta sul campo, appresso alle incursioni nei cortei e nei palazzi del potere o nella tregua della comunità di recupero Saman a Borgo Sabotino. Una rincorsa continua nei confronti di un personaggio sfuggente, tra appuntamenti improvvisi, richieste assurde, confessioni private, dimostrazioni di familiarità. Attraverso queste immagini, Cavallo Pazzo sembra scendere per un momento dal palco e sospendere l'eterna corsa. "Più ci passavo tempo insieme più cercavo di capire chi fosse. Con il rischio di non capirlo mai. Era spontaneo, semplice, alla mano. Raccontava un sacco di cose ma lasciandomi spesso il dubbio se credergli. Molte volte era spiazzante: quando pensavo che l’avesse sparata grossa scoprivo poi che mi aveva svelato una verità oppure accadeva il contrario" afferma Andrea Falcon. Oltre alla galleria fotografica, la mostra si compone di due interventi dell'artista Leonardo Crudi. Una tela dedicata a Cavallo Pazzo della serie "Novecento dimenticato" con cui Crudi continua la sua personale ricerca sull'immaginario dell'underground romano. Una video installazione ideata dallo stesso artista e dal curatore Valerio M. Trapasso che vuole restituire l'aspetto più visionario di Cavallo Pazzo montando interventi pubblici di Appignani, riprese di Falcon al suo seguito e immagini della sua Roma. A completare il progetto della mostra è il catalogo editoriale curato da Valerio M. Trapasso che contiene interventi di Filippo Ceccarelli, Valerio M. Trapasso, Andrea Falcon, Stefano Ciavatta, Patrizio Bati e materiali di archivio, tra cui documenti, lettere e ritagli. "Quando Appignani muore a soli 41 anni nel 1996, è il Comune di Roma con Rutelli a farsi carico delle spese del funerale. È il riconoscimento che la città, catalizzatore naturale di esistenze underground e di personalità pubbliche, aveva perso uno dei suoi figli più irrequieti. Ma è anche il segno della trasversalità di Cavallo Pazzo che intercetta la storia d’Italia fin dagli anni Settanta: da Pasolini alla Fallaci, da Bertolucci a D’Alema, da Renato Nicolini a Bettino Craxi" scrive Valerio M. Trapasso nel catalogo. (redm)
LE OPERE DI ARNALDO POMODORO NELLA SEDE DI FENDI A ROMA
Arnaldo Pomodoro e il suo linguaggio unico saranno presto esposti per il pubblico romano: il 12 maggio FENDI inaugurerà, all'interno della propria sede nel Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, la mostra "Arnaldo Pomodoro. Il Grande Teatro delle Civiltà", a cura di Lorenzo Respi e Andrea Viliani, in collaborazione con Fondazione Arnaldo Pomodoro. L'esposizione sarà visitabile gratuitamente fino al 1° ottobre. La collaborazione tra Fondazione Arnaldo Pomodoro e FENDI rientra in una partnership più ampia volta a unire il rispetto per l'eredità storica al sostegno e alla diffusione dei linguaggi artistici contemporanei e alla ricerca di nuove forme di collaborazione basate sulla sostenibilità e l'innovazione. Concepita per gli spazi sia interni che esterni del Palazzo della Civiltà Italiana, che dal 2015 ospitano la sede romana di FENDI, la mostra attraversa settant'anni di ricerca dell'artista, configurandosi come un "teatro" autobiografico, al contempo reale e mentale, storico e immaginifico, in cui vengono messe in scena circa trenta opere realizzate da Pomodoro tra la fine degli anni Cinquanta e il 2021, insieme a una serie di materiali d'archivio (fotografie, documenti, bozzetti, disegni, molti dei quali inediti) che evocano lo spirito e l'atmosfera dello studio e dell'archivio dell'artista. "Il Grande Teatro delle Civiltà" esplora l'interconnessione, nella pratica di Pomodoro, fra arti visive e arti sceniche, e mette in evidenza il rapporto tra la dimensione progettuale dell'opera e la sua realizzazione. Una trama da cui emergono i possibili e molteplici riferimenti a quelle "civiltà" arcaiche, antiche, moderne o anche solo fantastiche, a cui l'opera di Pomodoro costantemente rinvia, originando forme e materie che sono al contempo memoria del passato e visione del futuro. (gci)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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