Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

La scena emergente italiana all’Art Verona

Mostre
Le grandi mostre in programma in Italia e quelle che hanno l'Italia, attraverso i suoi grandi artisti, come protagonista nel mondo. Lo "Speciale mostre" è un viaggio tra capolavori, opere d'avanguardia e sperimentali, pittura e scultura, memoria e identità, storia e filosofia, un tributo all'arte e ai suoi protagonisti e un modo per scoprire quanto di buono fanno le istituzioni nazionali e locali per il nostro patrimonio culturale e di creatività.

La scena emergente italiana all’Art Verona

Eataly Art House - E.ART.H. presenta, in occasione di Art Verona 2023, un nuovo progetto espositivo dedicato alla scena emergente italiana, un focus sulla produzione pittorica contemporanea attraverso l’opera di nove giovani artisti: “Première”, a cura di Luca Beatrice. Pensata per l’Art Market di E.ART.H., la collettiva riunisce le opere di Mauro Baio (Lecco, 1991), Chiara Calore (Abano Terme, 1994), Matteo Capriotti (Giulianova, 1996), Andrea Ceddia (Roma, 1997), Lorenzo Ermini (Montevarchi, 1996), Olga Lepri (Mosca, 1997), Gloria Franzin (Treviso, 1999), Sofia Massalongo (Verona, 1998) e Davide Serpetti (L’Aquila, 1990), e sarà aperta al pubblico dal 13 ottobre al 31 marzo 2024, al pian terreno di Eataly Verona. L’approccio di questi artisti, nati tra il 1990 e il 1999, tra le generazioni Y (Millennials) e Z, riflette le urgenze del nostro tempo e si struttura alla luce delle nuove possibilità tecnologiche, comunicative ed educative proprie degli ultimi decenni e delle leve cresciute a seguito dei processi innescati negli anni Sessanta del Novecento. Nativi digitali, familiari alle dinamiche della rete e alla comunicazione istantanea, dalla TV ai social media, questo gruppo rappresenta una generazione di rottura, che si affaccia su mondo completamente rinnovato. I pittori selezionati per questo spaccato hanno fatto esperienza di un cambiamento sempre più radicale e repentino, affrontato la crisi economica del 2008 e il riconoscimento di una mescolanza sfrenata di generi e linguaggi. Ciò che ne emerge è uno sguardo che rivela la volontà di mettere alla prova le strategie visive più consolidate, mantenendo tuttavia la superficie pittorica come dispositivo preferenziale. Con “Première”, Eataly Art House prosegue la propria ricerca sulla scena emergente italiana e il complesso di azioni a sostegno delle giovani leve creative, tra arte e fotografia contemporanee, con l’obiettivo di portare all’attenzione del proprio pubblico le migliori esperienze artistiche attuali. Influenzata dalla lezione di David Hockney, la pratica di Mauro Baio si concentra sulla composizione dell'immagine e sul rapporto tra ombra e colore. La sua pittura è caratterizzata da un approccio meticoloso e da una scelta accurata dei materiali, come la legna per il telaio, il cotone e il gesso per la tela. I dipinti di Andrea Ceddia combinano figure ambigue, elementi simbolici e ritmi cromatici contrastanti. Animata dalla presenza di soggetti tratti da fotografie rimodellate, la sua pittura - prettamente allegorica e visionaria - è caratterizzata da atmosfere teatrali ed eccentriche. La pittura di Chiara Calore è caratterizzata dalla giustapposizione di diversi elementi figurativi in forma ironica e visionaria. Le sue tele sono popolate da un ammasso bizzarro e inverosimile di uomini, animali e freak, che si agitano sulla tela in maniera anarchica, in una selva di rimandi. Il lavoro di Matteo Capriotti è costituito da un complesso immaginario che si articola in molteplici forme e percezioni estetiche, oscillando dentro e fuori i confini del reale. Nella sua pratica, l’artista esplora il lato sinistro della fanciullezza, comprese le paure che l’hanno caratterizzata e che negli anni hanno condotto a una nuova consapevolezza, supportato dai suoi studi di matrice scientifica. Utilizzando differenti mezzi espressivi con un’attenzione particolare alla pittura, Lorenzo Ermini indaga il panorama iconico contemporaneo in continua mutazione. Attraverso un processo di rovesciamento semantico, le sue opere esplorano l’auto-sabotaggio, la costruzione di una falsa pista, il mondo multifunzionale delle immagini e dei simboli. La ricerca di Gloria Franzin affronta temi quali la memoria, la creazione, l'appropriazione e lo sguardo, privilegiando la pittura come medium espressivo, tra quelli utilizzati dall’artista. Riproponendo e analizzando degli specifici processi mentali, la pittura si configura come una sorta di pratica performativa tesa a generare nuovi immaginari. La ricerca visiva di Olga Lepri si sviluppa attraverso lo sguardo pittorico e ruota attorno a temi eterei come la cecità, l’incertezza e i sogni. La sua pratica si basa sul disegno, la pittura a olio e un forte interesse per l’anatomia. Sofia Massalongo lavora invece su una visione intima e personale del mondo circostante. L’atmosfera misteriosa, ambigua e ironica che emerge dai suoi dipinti intende evocare la magia surreale del quotidiano, in cui il colore svolge una funzione fondamentale diventando il filtro attraverso il quale individuare la realtà. L’opera di Davide Serpetti riflette sulla relazione tra icone e potere. Negli ultimi anni, la sua ricerca si è concentrata sul concetto di identità non binaria, perseguendo un modello di rappresentazione androgina, con l'obiettivo di raggiungere una forma di rappresentazione visiva universale. (gci)

“LA LEGGEREZZA DELL’ARTE”: ALLA SCOPERTA DI BRUNO MUNARI ALL’ART VERONA 2023

Eataly Art House - E.ART.H. presenta, in occasione di Art Verona 2023, un nuovo progetto espositivo inedito, dedicato a uno dei principali protagonisti della scena culturale italiana del Novecento, la cui eredità artistica e intellettuale, a 25 anni dalla scomparsa, continua a ispirare generazioni di creativi in tutto il mondo: Bruno Munari (1907, Milano – 1998, Milano). Curata da Alberto Salvadori e Luca Zaffarano, con la collaborazione di Repetto Gallery di Lugano, la mostra “Bruno Munari. La leggerezza dell’arte” sarà aperta al pubblico gratuitamente dal 13 ottobre al 31 marzo 2024 presso gli spazi dell’Art House al primo piano di Eataly Verona. Il progetto espositivo ripercorre le tappe fondamentali di una carriera vocata alla sperimentazione, che ha attraversato l’intero Novecento lasciando un corpus di opere quanto mai vario e innovativo. La mostra fornisce una chiara lettura dei processi creativi alla base della poetica di Munari e delle forme spettacolari e giocose con le quali l’artista si è sempre rivolto a un pubblico indifferenziato, grazie a una combinazione sapiente di arte, tecnica e spirito ludico. Un catalogo, edito da Edizioni E.ART.H., ricco di apparati iconografici accompagnati da brevi testi dello stesso Munari, offrirà al lettore un utile strumento per proseguire la scoperta dell’opera e dell’attività teorica dell’artista. A questo nucleo centrale si aggiungeranno altre sezioni documentali: una parte dedicata alle ultime ricerche storico-critiche, una selezione di fonti storiche e un’appendice composta da sequenze fotografiche descrittive delle installazioni e degli ambienti luminosi. La mostra prevede anche un ciclo di laboratori educativi dedicati al pensiero progettuale creativo dell’artista, sintetizzato nel celebre "Metodo Munari", curati dall’Associazione Bruno Munari e progettati da Silvana Sperati, strutturati per fasce d’età e aperti alle scuole di ogni ordine e grado e alle famiglie. Inizialmente concepiti per la Pinacoteca di Brera a Milano nel 1977 con il titolo "Giocare con l’arte", i laboratori sono per eccellenza i luoghi della sperimentazione, dell’autoapprendimento e della formulazione di processi creativi, per questo trovano grande attenzione nella produzione dell’artista. Le attività sono orientate a trasformare la conoscenza dei materiali e dei processi sperimentali in esperienza concreta, secondo il principio del “fare per capire”, con l’obiettivo di fornire una maggiore capacità di lettura dell’arte nelle sue varie declinazioni. Le attività pensate per la mostra si sviluppano in dialogo con la specificità di Eataly Verona e trovano nel progetto culturale di Eataly Art House, incentrato sul cibo e sull’inclusività, un fondamentale filo conduttore. I global partner della mostra sono Azimut investimenti, Deloitte, Grana Padano, illycaffè, gli sponsor Allegrini, Borgogno Barolo, Fontanafredda, Planeta, e gli sponsor tecnici Ciaccio e Theke, per il sostegno costante alla propria programmazione espositiva e culturale. (gci)

A PIACENZA L’ARTE DI MAURIZIO L’ALTRELLA

Un’occasione per scoprire l’arte “dark” di Maurizio L’Altrella: dallo scorso 1° ottobre fino al 19 novembre, con la collaborazione della Città di Piacenza, Palazzo Farnese ospiterà “ĬMĀGO”, la mostra personale di Maurizio L’Altrella, uno dei nomi affermati del panorama della nuova figurazione italiana. Un progetto che nasce da un dialogo contemporaneo della pittura di L’Altrella con la figurazione antica dei dipinti della Pinacoteca dei Musei Civici di Palazzo Farnese, che vanta una collezione di opere dal XIV al XIX secolo. Quello allestito nella sede di Palazzo Farnese, come ricorda la curatrice Alessandra Klimciuk, è un percorso espositivo che, grazie a una trentina di opere inedite, ci permette di attraversare il mondo onirico e visionario di L’Altrella, percorrendo un viaggio nella sua rappresentazione inconscia: l’“ĬMĀGO” del titolo della mostra, termine divenuto di uso comune in psicanalisi che identifica in maniera specifica il modo in cui il soggetto percepisce l’altro e costruisce la sua percezione del mondo esterno. Al piano nobile dei Musei Civici di Palazzo Farnese, L’Altrella espone tre dipinti a colloquio e a confronto, per tematica e iconografia, con alcune delle opere che costituiscono il nucleo della collezione della Pinacoteca: Inspired by God (2023) in dialogo con il dipinto di Camillo Boccaccino Re Davide (1533); Bilqis, Regina di Saba (2023), in cui rielabora La Regina di Saba di Pier Francesco Ferrante (1652); Il sogno ricorrente di Prospero (2023), in cui, partendo da un dettaglio dell’opera di Pieter Molier detto il Tempesta, Mare in burrasca con naufragio (1675 - 1699), affronta il tema romantico delle tempeste marine con la suggestione, però, di una delle opere cinematografiche più potenti e visionarie del suo regista culto, L'ultima tempesta (Prospero's Books), diretto da Peter Greenaway nel 1991 e tratto dal testo teatrale La tempesta di William Shakespeare, in cui la tempesta è simbolicamente una prova grazie alla quale, chi l'attraversa, ne esce purificato e trasformato. Il percorso espositivo prosegue nello spazio di Palazzo Farnese dedicato alle mostre temporanee con una selezione di opere, tra cui il ciclo di undici dipinti dedicati alla Dolce Madre, in cui l’iconografia classica della Madonna con Bambino, soggetto tradizionale dell'iconografia cristiana, assume di volta in volta una rappresentazione o immagine inconscia molto diversa dalla figura genitoriale del titolo. La sua costruzione dello spazio equipara la pittura alla scultura, con un attento lavoro sulla luce prima e sulla carne poi. A supporto della narrazione, è stato pubblicato un catalogo con testi di Alessandra Klimciuk e Alessandro Mescoli insieme alla trascrizione della video intervista di Eleonora Aimone che sarà proiettata in mostra. Allestimento a cura dell’architetto Marcello Tagliaferri. Maurizio L’Altrella è nato nel 1972 a Milano, dove vive e lavora. Ha iniziato la sua esperienza pittorica nel 2010. Le sue opere fanno parte di prestigiose collezioni private, mentre l’autore oggi collabora con gallerie in Italia e all’estero. Le sue influenze e la sua ispirazione passano principalmente attraverso l’osservazione dei grandi maestri del ‘500 e del ’600 fiammingo, italiano, spagnolo e di quelli del XIX e XX secolo, tra cui Eduard Manet, Caspar David Friedrich, William Turner, Francis Bacon, Lucian Freud e Gerhard Richter. Il suo sguardo viene coinvolto in maniera importante anche da maestri contemporanei che si esprimono con tipi di media diversi dalla pittura, come Bill Viola o Peter Greenaway. La musica è un componente fondamentale nelle sue creazioni. (gci)

ALLA SCOPERTA DEGLI ETRUSCHI A SESTO FIORENTINO (FI)

Un’occasione unica per ammirare cimeli etruschi solitamente non visibili perché conservati nei depositi: dallo scorso 29 settembre fino al 31 luglio 2024, gli spazi della Biblioteca Ernesto Ragionieri di Sesto Fiorentino (FI) ospiteranno “Archeologia svelata a Sesto Fiorentino. Momenti di vita nella piana prima, durante e dopo gli Etruschi”, una mostra che espone parte del corredo rinvenuto all’interno della maestosa Tomba della Montagnola, uno dei monumenti funerari etruschi più importanti dell’Italia centrale, e altri straordinari reperti provenienti dal territorio di Sesto Fiorentino, testimonianze di una storia lunga millenni, dal Neolitico all’età romana. L’esposizione, ideata e curata da Valentina Leonini, funzionaria archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, e Barbara Arbeid, curatrice della sezione etrusca per le fasi pre-ellenistiche del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, è organizzata dal Comune di Sesto Fiorentino in collaborazione con SABAP Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e la Direzione Regionale Musei della Toscana - Museo Archeologico Nazionale di Firenze, con la compartecipazione del Consiglio Regionale della Toscana. È un tesoro gentilizio quello della Tomba della Montagnola, costruita nella seconda metà del VII secolo a.C. per ospitare le spoglie di una nobile famiglia etrusca esponente della classe egemone che deteneva il controllo del territorio, delle attività e delle strade e che, commissionando la costruzione di queste architetture monumentali, esibiva il proprio prestigio sociale ed economico. Allo stesso modo il corredo funebre, costituito da oggetti rari e preziosi, aveva la funzione di mostrare i numerosi privilegi personali, militari e politici dei defunti. Nonostante la tomba sia stata più volte depredata, durante gli scavi del sito condotti alla fine degli anni ‘50 furono ritrovati molti reperti di straordinaria fattura, che costituiscono il nucleo principale dell’esposizione. Si tratta di diversi unguentari, o alabastra, i piccoli vasi utilizzati per la conservazione di profumi e oli da massaggio, tra i quali meritano particolare attenzione: un esemplare in bucchero ionico, forse giunto dall’Etruria meridionale; una fibula in oro a forma di sanguisuga e una tenia, elemento decorativo, con rosette applicate; statuette e placchette in osso decorate e incise; numerosi avori e alcune pissidi; una porzione di sgabello pieghevole, tipico del mondo etrusco; infine, di particolare pregio, un uovo di struzzo finemente decorato, con tutta probabilità corpo centrale di un recipiente più ampio, e la sua base in avorio. Quando nel 1959 Giacomo Caputo, tra i pionieri dell’archeologia del Novecento, che con il suo lavoro diede impulso alla ricerca sia in Italia che nel Mediterraneo, scoprì la Tomba della Montagnola, capì subito di trovarsi di fronte ad un sito unico e la definì, insieme al vicino sepolcro detto “della Mula”, “il segno più alto toccato dall’architettura etrusca nel senso dell’edificare”. La struttura, un monumento funerario a tholos, caratterizzato cioè da un’ampia camera circolare coperta da una falsa cupola di blocchi di pietra e rivestita all’esterno da un tumulo di terra, risale al periodo “orientalizzante”, momento in cui si diffuse anche nella nostra penisola una tendenza decorativa tipica del Vicino Oriente, sia nelle arti che nell’artigianato. Con le tracce ancora visibili di un ricco apparato di affreschi e graffiti, che presentavano iscrizioni e altri segni, quali elementi zoomorfi e fitomorfi, la Montagnola è una delle poche tombe che si sono mantenute inalterate fino ad oggi. Ma tutto il territorio di Sesto Fiorentino, nel corso dei decenni, ha continuato a restituire tracce di vita che testimoniano l’insediamento della piana a partire dal VII millennio a.C., quando vi si diffusero piccoli villaggi neolitici che si dedicavano all’economia agricola. Di questa epoca è esposta una scodella in ceramica con piccole bugne, emersa in frammenti ma accuratamente ricostruita e restaurata. “Archeologia svelata” prosegue mostrando vestigia dell’Età del Rame, dell’Età del Bronzo e dell’età “Campaniforme” - così chiamata perché con essa, tra il III e il II millennio a.C., si diffuse l’uso di contenitori dalla forma, appunto, di campana - permettendo di ammirare alcuni frammenti di ceramica decorata nello stile caratteristico di questa fase, strumenti di selce e una splendida pintadera, uno stampino che serviva per decorare il corpo, il pane o i tessuti. A testimonianza della frequentazione nell’età del Ferro, sono esposti alcuni materiali della cultura “Villanoviana”, ovvero la fase più antica della civiltà etrusca (che si sviluppò dall’inizio del I millennio fino all’VIII secolo a.C.). Peculiarità del periodo villanoviano era l’uso di conservare le ceneri dei defunti all’interno di vasi dalla forma di doppio cono, spesso chiusi da una ciotola-coperchio. Ecco quindi, in mostra, due cinerari biconici, dei quali uno decorato a traforo, provenienti dalle necropoli di Val di Rose e Madonna del Piano. Un gocciolatoio a testa di pantera e una figura maschile in bronzo, indizi della presenza di un edificio di culto nella zona, aprono la sezione dedicata a “Gli Etruschi nel territorio”. Oltre alle abitazioni e ai siti produttivi, dovevano essere presenti a Sesto Fiorentino anche necropoli di un certo rilievo, come racconta il ritrovamento di alcune stele decorate, tra cui quella esposta in mostra con una figura maschile, forse l’effigie di un guerriero. Il percorso espositivo si conclude con alcuni oggetti risalenti all’età romana: una brocca, lucerne, monete in bronzo e una collana d’oro emersi dalla villa romana di Petrosa, oltre ad una testa marmorea di Hermes proveniente dal ninfeo di Settimello, i cui resti, ritrovati nei pressi dell’omonima chiesa, sono probabilmente ascrivibili ad un complesso termale di pertinenza di una dimora o di una "statio" della via Cassia. A completamento della mostra, viene inoltre presentata la Carta archeologica di Sesto Fiorentino, realizzata nell’ambito del Piano Operativo Comunale. La Carta permette di visualizzare la straordinaria densità di ritrovamenti archeologici, grazie ai quali è possibile la ricostruzione storica di un territorio che per millenni è stato luogo privilegiato di insediamento per numerose comunità, e di interesse strategico per commerci e scambi tra genti lontane. L’esposizione si colloca nell’ambito delle iniziative organizzate in occasione della Giornata degli Etruschi, che si celebra il 27 agosto di ogni anno per ricordare il giorno in cui, nel 1569, Cosimo I de’ Medici divenne Granduca di Toscana. Un titolo che estendeva ufficialmente il suo governo, e quello dei suoi successori, dalla città di Firenze al territorio che fu degli Etruschi. In collaborazione con Unicoop Firenze saranno organizzate periodicamente delle visite guidate alla mostra, che comprenderanno anche un tour al sito archeologico della Montagnola e ai resti della Villa Romana. (gci)

L’ARTE DI CECILY BROWN CONQUISTA FIRENZE

Nell’ambito della terza edizione della Florence Art Week, le sale al piano terra del Museo Novecento di Firenze tornano ad ospitare, dallo scorso 30 settembre fino al 4 febbraio 2024, un focus sulla pittura contemporanea presentando le opere di una delle sue più talentuose esponenti, la pittrice inglese Cecily Brown, che più di ogni altra ha saputo reinventare il rapporto tra l’arte contemporanea e la grande arte figurativa dei secoli scorsi. Protagonista in questo periodo di una mostra personale al Metropolitan Museum di New York, l’artista espone i suoi lavori per la prima volta a Firenze, al Museo Novecento e in Palazzo Vecchio, nell’esposizione “Temptations, Torments, Trials and Tribulations”, a cura di Sergio Risaliti. La mostra personale dell’artista, nata a Londra nel 1969 e residente a New York dal 1994, raccoglie oltre trenta lavori, tra cui dipinti e opere su carta, per lo più inediti, nati da una riflessione attorno alle Tentazioni di sant’Antonio, soggetto ampiamente indagato dagli artisti nei secoli, come il giovanissimo Michelangelo Buonarroti, che, secondo Giorgio Vasari, si misurò con la riproduzione a colori di un'incisione di Martin Schongauer. Nei suoi dipinti, la Brown cerca un dialogo con la storia dell’arte, ma la tradizione figurativa viene messa a servizio del linguaggio moderno, tanto astratto quanto espressivo, con una pittura sempre sontuosa, vibrante eppure controllatissima. Il titolo scelto da Cecily Brown per questa mostra fiorentina evoca la vita di ascesi, battaglie spirituali e privazioni del santo. In via del tutto eccezionale verrà esposta, nella cappella al piano terra del Museo Novecento, una versione su tavola di epoca rinascimentale delle Tentazioni di Sant’Antonio, di collezione privata, che, come quella attribuita al giovane Michelangelo - oggi conservata al Kimbell Art Museum di Fort Worth in Texas e databile tra il 1487 e il 1489 - deriva dalla medesima incisione di Martin Schongauer. Un’occasione assai rara per poter osservare l’immagine che ha ispirato Cecily Brown, insieme ai risultati del suo dialogo con la composizione. Alimentata da una profonda conoscenza della storia dell’arte e dei suoi maestri, Brown si cimenta con un soggetto della tradizione senza indugiare nel fascino della citazione, ma rendendo Antonio Abate in perturbanti e originali composizioni, innervate di forza e colore. Le “Abstract narratives” (narrazioni astratte) di Brown, come le ha definite, non abbandonano mai del tutto la figurazione e mettono in discussione e ironizzano sulla mascolinità storicamente legata all'Espressionismo astratto e alle sue mitiche figure, esplorando le infinte potenzialità della forma e del colore, vitalità, carnalità e sensualità. In mostra, ampio spazio è riservato anche alle stampe (litografie) e ai disegni, quest'ultimi una pratica quasi quotidiana che l'artista utilizza per studiare e interiorizzare fonti, immagini e soggetti che si ritrovano nei dipinti. In alcuni disegni l’artista si è lasciata ispirare dalla celebre incisione di Martin Schongauer con le Tentazioni di Sant' Antonio, la sua struttura iconografica e figurativa lascia posto a un gioco di linee e tracciati che trasfigurano l’immagine originale in una nuova apparizione pittorica che trasuda di nuove sensazioni e pulsioni: tentazioni, tormenti, paure e tribolazioni, come recita il titolo della mostra, libere adesso di esprimersi con gioiosa passionalità. L’esposizione prosegue nel Museo di Palazzo Vecchio, dove all’interno del Camerino di Bianca Cappello, amante del Duca Francesco I de’ Medici, Brown presenta una sola tela, esercizio di presa di coscienza di diversi livelli di realtà e visibilità. Spoglio di arredi e decorato solo con una volta a grottesche, il Camerino custodiva collezioni e piccoli preziosi della nobildonna Bianca Cappello, oltre a una piccola feritoia che le permetteva di osservare in segreto, dall’alto, ciò che accadeva nel Salone dei Cinquecento, luogo dei ricevimenti ufficiali del Palazzo. L’ambiente dissimula dietro una serie di deliziose scene mitologiche a carattere erotico la sua segreta funzione, che poteva essere funzionale a incontri segreti. Il viluppo dei colori quasi nasconde un corpo nudo femminile disteso su un manto di pennellate, che si aggiunge in questa metamorfosi di tempo e spazio alle personificazioni a grottesca delle Tre Grazie, di Andromeda e di Leda. (gci)

NELLA FOTO. Davide Serpetti, Il tatuato, 2022, olio, acrilico e spray su tela, 92x137cm (dettaglio)

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