Torna in libreria da oggi per il Saggiatore “Gnanca na busia”, autobiografia della contadina mantovana Clelia Marchi che scrisse i ricordi di una vita su un lenzuolo del proprio corredo. Esito di un accurato lavoro di revisione che ha riportato la scrittura di Clelia alla sua stesura originale, questa nuova versione del volume recupera il titolo assegnato dall’autrice al suo lenzuolo e si arricchisce della postfazione di Vinicio Capossela. Al “lenzuolo-libro”, un’opera preziosa divenuta simbolo dell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, è dedicata una stanza nel Piccolo museo del diario. “Gnanca na busia” è il racconto dell’esistenza, semplice e straordinaria, di questa contadina che decise di scrivere i ricordi di settant’anni di vita su un lenzuolo. La testimonianza unica di un mondo rurale oggi così remoto e incomprensibile, racchiuso nelle parole della più umile dei suoi esponenti. “Care persone fatene tesoro di questo lenzuolo che c’è un po’ della vita mia; è mio marito; Clelia Marchi (72) anni ha scritto la storia della gente della sua terra, riempendo un lenzuolo di scritte, dai lavori agricoli, agli affetti”: così si apre la storia narrata da Clelia, sette decadi, molte fatiche, un solo grande amore. Una storia che la donna inizia a scrivere dopo la morte del marito, prima su quaderni e fogliacci e quindi su un lenzuolo bianco del corredo, largo più di due metri, che donerà all’Archivio dei diari perché ne trattenga e tramandi la memoria. Per un felice caso del destino Clelia inizia a scrivere esattamente 40 anni fa, nello stesso momento in cui Saverio Tutino è alla ricerca del luogo dove far nascere l’Archivio dei diari, che due anni dopo accoglierà i quaderni e il prezioso manoscritto. Clelia Marchi è nata il 19 aprile 1912 ed è morta il 6 marzo 2006. Ha trascorso tutta la sua vita a Poggio Rusco, un paesino del Mantovano. A 14 anni mentre sta "dietro alla macchina del frumento" incontra Anteo Benatti, che diventerà compagno della sua vita. Dopo una vita di duro lavoro, Clelia e Anteo riescono finalmente a comprare la casa. Ma subito dopo il marito scompare tragicamente. E’ allora che Clelia comincia a scrivere. Clelia racconta una storia fatta di miseria e guerra, di polenta e lavoro nei campi, di muri crivellati da proiettili e paura del nemico e del padrone, ma anche di amore: per gli otto figli, quattro cresciuti e quattro perduti, e soprattutto per un ragazzo dagli occhi azzurri, conosciuto a 14i anni e sposato a 18. Una storia di piccole cose e grandi avvenimenti, di grandi passioni e insuperabili lutti, narrata tutta di fila lungo 184 righe, numerate per non perdere il filo leggendo, attorno a un solo imperativo: “gnanca na busia”, nemmeno una bugia. “La scrittura, quale che sia il grado di confidenza con cui la si pratica, è sempre solitudine che rompe l’isolamento. Tanto più è commovente quando è incerta, quando fa da sé le proprie regole per essere aderente alla vita. Quando non trasferisce del tutto la vita nella lingua imparata a scuola, ma in quella che esce dalla nostra bocca”scrive Capossela nel testo che accompagna il libro. “La cultura va dispersa non solo con il patrimonio dei grandi, ma con quello dei piccoli, degli umili, dei molti”. (16 feb - red)
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