Il 1.407mo giorno della guerra russo-ucraina segna un forte arretramento nelle trattative in corso per la fine delle ostilità. Mentre non emerge nessuna prova sul presunto attacco dei droni alla dacia di Vladimir Putin e dal Cremlino giungono minacce dirette di ritorsione ai “centri di potere” ucraini, ieri sera, tra le 20 e le 23, diverse aree della regione di Mosca hanno subito dei blackout estesi durante un attacco di droni ad infrastrutture: le stime sulle persone rimaste senza elettricità oscillano tra le 120mila indicate dal Moscow Times e le 600mila riportate dall'agenzia Ukrinform. Il ministero della Difesa russo dichiara di aver abbattuto 27 droni sulla capitale e il governatore Vorobyov ne confermi altri 21 intercettati in sette comuni limitrofi, tra cui Istra e Odintsovo, mentre la compagnia Rosseti ha liquidato l'evento come uno spegnimento automatico di una sottostazione. Parallelamente, le forze di Mosca hanno colpito duramente Odessa dopo la mezzanotte, ferendo quattro persone tra cui tre bambini di 8 e 14 anni e di 7 mesi, colpendo infrastrutture residenziali e logistiche mentre le difese aeree tentavano di contrastare forti esplosioni udite in tutta la città. Al contempo, nuovi raid ucraini hanno danneggiato infrastrutture portuali e un gasdotto nel settore residenziale di Tuapse, sul Mar Nero, mentre lo Stato Maggiore di Kiev segnala ben 142 scontri lungo la linea del fronte in sole 24 ore, caratterizzati dall'uso massiccio di oltre 100 bombe guidate e quasi 3.000 droni da parte russa. Inoltre la tensione militare cresce sensibilmente con l'ufficializzazione del trasferimento dei missili russi Oreshnik con capacità nucleare in Bielorussia, armi ipersoniche con gittata di 5.500 km che Putin definisce impossibili da intercettare e che, mimetizzate nelle foreste bielorusse, riducono drasticamente i tempi di reazione contro obiettivi europei e della costa occidentale statunitense.
Il 2025 si chiude registrando uno dei momenti più critici e trasformativi dall'inizio dell'invasione russa dell’Ucraina su vasta scala. Al termine di quasi quattro anni di ostilità, il bilancio della guerra è quello di un conflitto che ha ridefinito gli equilibri globali, ma che resta tragicamente lontano da una risoluzione definitiva. Quello che va concludendosi è stato l'anno della "guerra di logoramento estremo", caratterizzato da una spinta russa incessante nel Donbass e da una resistenza ucraina che, pur ripiegando in alcuni settori chiave, ha mantenuto l'integrità del fronte grazie a un massiccio supporto tecnologico occidentale. Il bilancio umano e materiale è spaventoso. Le stime più attendibili parlano di centinaia di migliaia di vittime tra morti e feriti su entrambi i fronti. Sebbene i dati ufficiali restino protetti dal segreto militare, le stime di intelligence occidentali e analisti indipendenti tracciano un quadro plumbeo: le perdite totali, tra morti e feriti, supererebbero il milione di unità complessive. Per la Russia, si ipotizzano tra i 600.000 e i 700.000 uomini fuori combattimento, con un tasso di mortalità particolarmente elevato dovuto alle tattiche di "assalto a ondate" nel Donbass. Da parte ucraina, le perdite stimate oscillano tra i 300.000 e i 400.000 effettivi tra caduti e mutilati, a cui si aggiunge l'impatto devastante sulla popolazione civile e la crisi demografica che ne deriva.
L'Ucraina ha visto inoltre la distruzione di gran parte della propria infrastruttura energetica, sebbene la capacità di riparazione sostenuta dai partner europei abbia evitato il collasso totale durante gli inverni. L'economia russa, sebbene resiliente grazie alla conversione bellica e all'elusione delle sanzioni, inizia a mostrare crepe strutturali dovute all'inflazione galoppante e alla carenza di manodopera, con oltre il 40% del bilancio statale assorbito dalle spese per la difesa. Sotto il profilo territoriale, la Russia controlla circa il 18-20% del territorio ucraino. Tuttavia, l'offensiva russa del 2025 non ha ottenuto lo sfondamento strategico sperato, trasformandosi in una serie di assalti sanguinosi per guadagnare pochi chilometri quadrati. L'Ucraina, dal canto suo, ha spostato la pressione all'interno della Russia, utilizzando droni a lungo raggio e missili forniti dall'Occidente per colpire basi logistiche e raffinerie, portando la percezione del conflitto direttamente nel cuore del territorio nemico.
Le prospettive per il 2026 sono dominate da un'incertezza diplomatica senza precedenti. L'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca ha introdotto una variabile dirompente. Il "Piano Trump", che ipotizza un congelamento immediato delle ostilità lungo le linee attuali e una zona demilitarizzata, si scontra con le posizioni inconciliabili di Kiev e Mosca. L'Ucraina, sostenuta dalla "Coalizione dei volenterosi" europea, teme che una tregua senza garanzie di sicurezza reali (come l'invio di truppe di monitoraggio europee o un percorso chiaro verso la NATO) sia solo un preludio a una nuova invasione russa. Proprio la nascita della "Coalizione dei volenterosi" — guidata da Francia, Regno Unito, Polonia e Paesi Baltici — rappresenta la grande novità per il 2026. L'Europa sembra pronta ad assumersi la responsabilità principale della sicurezza continentale, indipendentemente dalle decisioni di Washington. Per il prossimo anno si prevede un ulteriore potenziamento della produzione industriale bellica europea, con l'obiettivo di fornire a Kiev i mezzi per una "deterrenza attiva" che scoraggi Mosca dal proseguire l'aggressione.
Il 2026 si profila dunque come l'anno del bivio: o un "congelamento instabile" mediato dagli Stati Uniti, con il rischio di una partizione de facto del Paese, o il proseguimento di una guerra di posizione ad alta intensità alimentata dalla rinnovata autonomia strategica europea. In entrambi i casi, la ricostruzione dell'Ucraina rimarrà la sfida titanica del secolo, con costi stimati ben oltre i 500 miliardi di dollari. Mentre la comunità internazionale guarda ai possibili tavoli negoziali di gennaio, il terreno resta segnato dal fumo delle esplosioni e da un fronte che non dorme mai, confermando che la pace, se arriverà, sarà un processo fragile, lungo e probabilmente amaro per tutte le parti coinvolte. (31 dic – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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