Per sommo paradosso va ringraziato quel docente che ad inizi degli anni ’70 ottenne l’espulsione scolastica di Fausta Orecchio, allora turbolenta sedicenne. Senza quel traumatico evento non avremmo avuto l’editore che più di ogni altro, in Italia ma anche a livello internazionale, ha permesso all’albo illustrato di entrare nel nuovo millennio con una dimensione innovativa ma solidamente radicata nella tradizione secolare della grafica elevata a forma d’arte. Con libri raffinati, profondi, vere e proprie esperienze estetiche, si può ben dire che da 25 anni la casa editrice Orecchio acerbo concretizza il dettato leonardesco della pittura come “poesia che si vede” e della poesia come “pittura che parla”, riuscendo a creare la massima sintonia, un collante di vitalità, tra parola e illustrazione, grazie alla grafica che si fa terzo linguaggio ed in cui ogni dettaglio editoriale, il formato, la carta, le rilegature, nulla è lasciato al caso. Riuscendo così a nutrire, pagina dopo pagina, la fantasia dei bambini ed indicando agli adulti la strada per ritrovarla.
“Libri che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi” lo slogan-manifesto della casa editrice che ha il suo quartiere generale in un villino liberty di Monteverde Vecchio. Su di una parete è affissa tutta la filastrocca di Gianni Rodari sull’uomo maturo che avendo conservato un orecchio acerbo riusciva a capire le parole dei bambini che gli adulti più non comprendevano ed ascoltare “gli alberi, gli uccelli, le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli”. E così, infatti, i libri di Orecchio acerbo sono magistralmente ricettivi di linguaggi e temi che ci riguardano tutti, riescono a sollevare interrogativi che fanno crescere ad ogni età ed accompagnano con delicatezza anche nelle storture e crudezze del nostro mondo. “Non è facile ma non c'è niente di più importante che io possa fare, come editore, se non riuscire a toccare nell’animo, far prendere coscienza di cose che esistono solo nei libri, arrivando al bambino ma anche al ragazzo che - dopo i libri imposti a scuola può ritrovare il gusto della lettura spontanea – e così al genitore che si ritrova a sfogliare uno dei nostri libri. Ecco perché è così importante sostenere la lettura con politiche adeguate” racconta Fausta Orecchio mentre sotto la sua scrivania spuntano i due occhi dolcissimi di un galgo (un levriero spagnolo adottato un anno fa dall’associazione che si occupa di salvare questi cani che vengono soppressi quando non servono più per la caccia, ndr). I titoli di Orecchio acerbo (basta sfogliare il suo sorprendente catalogo) mantenendo la barra a dritta sull’infanzia ma sempre in una dimensione che travalica l’età anagrafica: ricercando il bambino, l’esploratore di perché, l’investigatore del senso della vita, insito in ognuno di noi. Esemplare in tal senso, tra gli ultimi titoli pubblicati, “Nessuno tranne me” di Sara Lundberg, vincitore del Nordic Council Children and Young People’s Literature Prize 2025, uno dei più importanti riconoscimenti letterari al mondo di libri per l’infanzia: un libro che in sole 200 parole e illustrazioni lussureggianti, sature di pittura, è un inno all’indipendenza per i bambini e un sogno liberatorio per gli adulti: “Ricorda ai grandi di prendere per mano e tenersi ben stretto il bambino dentro di loro, alla ricerca del proprio punto selvatico, selvaggio, in un attraversamento continuo tra sogno e realtà” racconta Fausta Orecchio. Un approccio coraggioso che è valso nel 2004 alla casa editrice il Premio Andersen per la miglior “produzione editoriale fatta ad arte”, in sostanza l’oscar degli editori (e nel 2012 a Fausta Orecchio la laurea honoris causa all’Accademia di Belle Arti di Macerata). “Contamina i generi. Mescola le carte. Promuove la scoperta di grandi artisti internazionali e regala a quelli che operano nel nostro paese spazi di sperimentazione e libertà” si leggeva nella motivazione del premio cui ne seguiranno negli anni innumerevoli altri, alla casa editrice come alla sua fondatrice, la cui forza risoluta spicca ancor di più nella minuta figura, dal sorriso gentile. Una fermezza che da 25 anni si accompagna ad un obiettivo fisso: mettere la grafica “attenta e consapevole”, in complesso equilibrio tra “leggibilità ed espressività” (e la cruciale vendibilità) al servizio di quello che ci accade intorno.
Al fianco di Fausta Orecchio, il graphic designer ed illustratore Simone Tonucci (nella foto), anche suo compagno di vita ed oggi direttore commerciale della casa editrice, cui si deve il felice suggerimento del nome di Orecchio acerbo. “Mi ricordai di una fiaba di Gianni Rodari che mio padre (il pedagogista Francesco Tonucci, fondatore del progetto Città dei bambini che ha conquistato non solo l’Italia ma anche diversi paesi del Sud America, la cui associazione fa base proprio nella redazione di Orecchio acerbo, ndr) mi raccontò quando avevo pochi anni e mi è sempre rimasta in mente. Un monito a coltivare e conservare il nostro mondo fantastico”. Simone Tonucci (alias Osther Mayer) nel 2002 ha illustrato una fiaba, “Il paese dei quadrati” (cui nel 2006 si è aggiunto “Il paese dei cerchi”, che il padre ideò negli anni ’70 quando si trovò a collaborare con Gianni Rodari come con altre personalità legate al mondo dell’infanzia per fornire agli insegnanti strumenti didattici innovativi. E proprio questa fiaba dei quadrati che non vedono di buon occhio i triangoli, vicini di casa delle forme insolite, finché un terremoto li obbliga a ricostruire tutto scoprendo che si vive bene anche come trapezi, rombi e pentagoni, può definirsi un vero e proprio “teorema” del modo in cui Orecchio acerbo riesce a dialogare con l’infanzia mandando messaggi profondi con levità. L’unione fa la forza, racconta questa favola euclidea. Ed è quella che ha sorretto la casa editrice, specialmente nello scossone quasi fatale attraversato nel 2012. “Abbiamo faticato tanto all’inizio – prosegue Tonucci – e stretto i denti tenendo fede ad una linea basta su scelte non consuete. Ancora 5 anni fa l’albo illustrato era considerato una stranezza mentre oggi non è più così. E allora ci eravamo riempiti di debiti e siamo stati costretto, nel 2012, a vendere metà società a Fandango grazie al quale abbiamo potuto cambiare distributore e trovare in Messaggerie un distributore che ha creduto fortemente in noi. Come anche ci hanno sempre sostenuto i librai, le biblioteche…E, a fine 2014, abbiamo fatto una super colletta e abbiamo ripreso tutto il controllo della casa editrice. Con i nostri autori che per un anno hanno rinunciato alle royalty”. Un gesto entusiasmante perché parliamo di autori importantissimi: oltre che Fabian Negrin, Spider (che ha illustrato “La riparazione del nonno” di Stefano Benni, nel 2007 miglior libro dell’anno al Premio Andersen), Francesca Ghermandi, Arnal Ballester, Oreste Zevola, Pedro Scassa, Gabriella Giandelli, Marina Sagona, Gipi, Igort, Giovanni Lussu, Franco Matticchio. E Lorenzo Mattotti (che di recente Orecchio acerbo ha riportato al fumetto con uno strepitoso Huckleberry Finn). Sua grande amica (di Mattotti ha firmato anche i manifesti per le estati romane) Fausta Orecchio lo invitò a trascorrere una estate nelle isole Eolie insieme a Negrin ma il rapporto tra i due grandi artisti non fu proprio idilliaco, “tranne che quando finirono per solidarizzare mentre scivolavano sulla sabbia scendendo dal cratere di Vulcano!”). Proprio Fabian Negrin è l’autore del primo titolo di Orecchio acerbo, il 6 dicembre 2001: “Il gigante Gambipiombo” apre la collana "millemillimetri": un formato ad organetto, lungo un metro, leggibile in entrambi i versi, con cui la casa editrice irrompe letteralmente alla Fiera del Libro di Bologna facendo scrivere a Walter Fochesato, sulla rivista Andersen: “Aprite le orecchie...”. Poi un anno dopo, arrivò “Il signor Ventriglia” di Marco Baliani, impossibile da sviluppare a fisarmonica, e cominciò quell’avventura disseminata di innumerevoli libri elevati ad arte: dagli animali antropomorfi di Toon Tellegen in un libro stampato in serigrafia a tre colori in due combinazioni con 500 copie numerate all’Alice nel paese delle meraviglie riletto da Yayoi Kusama al viaggio “in cui la realtà si piega alla meraviglia” di “Ore 25 e 05” con le immagini non-sense di Guy Billout e Bernard Friot autore per ragazzi da milioni di copie vendute. E ovviamente le opere di Fabian Negrin. Autore immaginifico, ha continuato nel tempo a donare perle assolute ad Orecchio acerbo, a partire dal suo “In bocca al lupo” del 2003 (che ha dato per la prima volta tenerezza alla feroce belva di Cappuccetto rosso) per passare alla fantasmagoria assoluta di “Fumo negli occhi”, alle metamorfosi di “C’era una volta un cacciatore”, ai disegni di “Topissimamente tuo” di Francesca Lazzarato, nel 2006 premio Libro per l'Ambiente per miglior coerenza grafica-testo, alla curatela della collana “Pulci nell’orecchio”, prezioso lavoro di riscoperta di piccole gemme della letteratura internazionale - da Cechov a Boll, da Kipling a Lawrence – in cui Negrin presenta due sole potenti illustrazioni, all’inizio e alla fine del libro. “Fausta separò testo e immagine, portando titolo, autore e paratesti in quarta e lasciando la nuda illustrazione a signoreggiare in copertina. La millenaria guerra fra Logos e Imago si era conclusa: separati in casa” la presentazione di Negrin che è un omaggio alla maestria di Fausta Orecchio.
Da ragazza, dopo la sua espulsione scolastica, Fausta Orecchio avrebbe voluto diventare una matematica od anche una musicista (tentò alcuni esami in conservatorio) ma, “per punizione” come racconta, viene mandata a lavorare come grafica Ma, nel tempo, fortificando la tecnica ed affinando l’estro estetico, è riuscita ad esprimere nella grafica proprio quelle sue due passioni giovanili, la matematica e la musica: la gabbia grafica della pagina da comporre come una scala di note, le linee guida invisibili che si dispiegano come una melodia, la trama di un tessuto, l’armonia con i suoi accordi a fare da ordito verticale, il ritmo a scandire il movimento narrativo, punti focali, spazi bianchi e font, vuoti, ombre (la stessa Fausta Orecchio nel 2012 si è dilettata in un esilarante esercizio di stile matematico "Fiabla-bla" in coppia con Olivier Douzou, gigante dell’illustrazione francese: sole 77 parole, 12 figure e 7 colori per rimescolare le fiabe più famose). E su tutto il misterioso legante matematico del codice della bellezza, della divina proporzione, ricercato per secoli da artisti, architetti e scienziati, da Vitruvio a Platone, da Piero della Francesca a Mondrian per cogliere almeno un distillato dell’ordine della natura e del cosmo.
Nello studio di Fausta Orecchio spicca una riproduzione della “Presentazione di Gesù al tempio” di Giovanni Bellini, la luce dorata, i panneggi morbidi, armonia e mistero. Poco sotto il ritratto di Franco Matticchio a Goffredo Fofi, il grande ed anticonformista intellettuale morto lo scorso luglio. “Un grandissimo amico ma soprattutto il padre che mi sono scelta. Una presenza per noi ispiratrice…” prosegue. “Nel mio lavoro penso più a come unire parola e illustrazione più che al pubblico dei bambini. Abbiamo sempre privilegiato l’armonia del libro e non regole che non si sa bene chi le abbia dettate. Nessuno di noi ha mai pensato ad un corpo grande, ad esempio. La nostra idea è che i bambini quando imparano a leggere ci vedano bene e ci vedono molto meglio dei grandi! Credo che la bellezza sia il punto di contatto comune tra piccoli e grandi. Siamo circondati da cose talmente brutte che non possiamo che cercarla e volerla nelle nostre vite. Una bellezza che peraltro cura perché può raccontare anche l’orrore, illuminare l’oscurità”.
Fausta Orecchio ricorda così gli inizi della casa editrice: “Nel 2001 eravamo solo uno studio grafico e avevamo cominciato a soffrire molto del fatto che gli uffici marketing dei nostri committenti non ci lasciassero spazi di creatività – racconta -. Il mio lavoro di grafica mi aveva portato a intrecciare numerosi rapporti con scrittori, illustratori, autori e attori. E decidemmo così di pubblicare da soli, sperimentando se fosse possibile coniugare qualità e vendibilità. Ci lanciammo letteralmente, animati solo da una passione condivisa! Chi fonda una casa editrice deve partire con un fondo di almeno 100mila euro ma noi non avevamo niente se non il lavoro dello studio grafico. Fu questo a tenerci a galla nei primi tempi…”. Ricordando quei giorni Fausta Orecchio ritorna a quel 1981 in cui, ai primi passi nella grafica, si ritrovò a vivere gli ultimi mesi del quotidiano di Lotta continua, a Roma, in via dei Magazzini Generali. Cercavano grafici e lei si presenta all’amministratore Paolo Cesari chiedendo come compenso le 300mila lire al mese che le servivano per pagarsi l’affitto. “Quei soldi non arrivarono ma mi ha ripagato con tante altre cose, tra cui anche il dono di aver scoperto Monteverde Vecchio. Gli alberi, le case a misura d’uomo di 2-3 piani, le varietà architettoniche, un quartiere meraviglioso…” ammicca divertita all’indirizzo di Cesari, suo ex compagno, che oggi cura la comunicazione di Orecchio acerbo. “Non pagando più l’affitto mi dovetti arrangiare a casa di amici. I tipografi, non pagati, se ne erano andati e per riuscire a fare uscire il quotidiano facevo tutto da sola. La mattina iniziavo spazzando, poi impaginavo, montavo le pellicole e andavo avanti così fino a mezzanotte. Ma vissi una delle esperienze più importanti della mia vita. Avevamo la sensazione di fare qualcosa di dirompente, di necessario e le difficoltà non ci spaventavano. E vivendo delle situazioni difficili si creano dei rapporti di solidarietà fortissimi. Così è capitato anche noi quando la casa editrice ha avuto il suo momento di crisi. E ora siamo una bella squadra, che lavora all’unisono. In redazione ci sono, con la loro grande sensibilità, Carla Ghisalberti, Germana Raimondi ed Anna Felician. Ognuno di noi sa cosa fare e non ci sono ruoli bene definiti e tutto intorno mille cose fa dare, adempimenti amministrativi, la gestione del magazzino… Mi viene da dire una cosa che invece non penso. Se l'avessi saputo prima non lo avrei fatto!”.
Una fucina laboriosa e coraggiosa come i suoi libri, mai rassicuranti, e per questo curativi. Come testimonia peraltro l’ironico bugiardino che li accompagna specificando che curano “stati di grave bulimia televisiva. Sindrome acuta di insufficienza immaginatoria. Distonia o rimbecillimento da abuso di videogiochi. Irritazioni cellulari da SMS. Elettroencefalogramma da iperattività”. Tanto esilarante quanto drammatica l’indicazione di “coadiuvante nel trattamento delle dipendenze da psicofamiliari (anfemammine, erononnine, coccaziine, ecc.)”. Già alla sua nascita, nel suo manifesto di intenti, Orecchio acerbo scriveva: “La nostra idea è che in un mondo percorso da profonde contraddizioni sia necessario non tanto instillare nei più piccoli grandi certezze, quanto alcune piccole incertezze. Non sempre le mamme profumano, non tutte le oche sono stupide, esistono luoghi del mondo in cui i bambini non sono né amati, né buoni”. Ecco allora la strage delle operaie di New York che generò l’8 marzo di "Per mille camicette al giorno" di Serena Ballista, la guerra de “La fioraia di Sarajevo” di Mario Boccia, entrambi con le immagini di potente dolcezza di Sonia Maria Luce Possentini, la Shoah ne “L’albero di Anne” di Irène Cohen-Janca, illustrato da Maurizio Quarello, e in “Bruno il bambino che imparò a volare” illustrato da Ofra Amit dove Nadia Terranova racconta il mondo fantastico di uno dei più grandi scrittori polacchi, Bruno Shulz. E ancora: il dramma della malattia mentale de “Il grande cavallo blu” con i testi di Irène Cohen-Janca ed i disegni di Maurizio Quarello, la crudezza delle storie dei meninos de rua di “Noialtri” narrate da Manuela Andreozzi e disegnate da Pedro Scassa, la violenza contro le donne di “A una stella cadente” di Mara Cerri, Premio Andersen di quest’anno, uno tra i tanti nomi di autori di Orecchio acerbo in cui l’illustrazione è inscindibile dalla narrazione. Il pericolo nucleare di “Grand Central Terminal” del fisico Leo Szilard illustrato da Gipi, la denuncia ecologica di “Stardust” di Hannah Arnesen, la solitudine degli ultimi de “Il carrello di Madama Miseria” di Lise Melinand, la violenza sugli afroamericani de “L’isola di Kalief” di Davide Orecchio (Fausta Orecchio ha convinto nel 2021 il fratello scrittore a cimentarsi nel suo primo libro illustrato perché i più piccoli potessero fare di Kalief Browder un loro “eroe”), il passaggio dalla monarchia alla Repubblica di “Giovanna e i suoi re” di Lia Levi, donato dalla Presidenza della Repubblica ai ragazzi di Scampia per i 60 anni del referendum del 1946, con i disegni di Simone Tonucci).
Proprio Goffredo Fofi riconobbe espressamente in Fausta Orecchio la preziosa capacità di “abbinare sempre l’autore giusto dei testi e l’autore giusto per illustrare quei testi o viceversa” come scrive nella postfazione de “La casa sull’altura” del 2011, straordinario incontro tra Nino De Vita, uno dei maggiori poeti siciliani contemporanei e le illustrazioni di Simone Massi, il maggiore autore di animazione oggi in Italia. E ancora lo stesso Fofi così scrive nella prefazione di “Dark to light” di Brad Holland, catalogo della mostra del 2006 alla Fiera del libro di Torino, con cui Orecchio acerbo è riuscito a convincere la star dell’illustrazione americana ad illustrare il racconto “La notte di Q” di Michael Reynolds, sul veterinario palestinese dello zoo di Qalqilya che infranse il coprifuoco per nutrire gli animali: “Dall'ombra alla luce, anzi a una difficile alba, una luce che ci ricorda la differenza tra l'utopia e la sua possibilità di realizzarsi, le difficoltà in cui siamo costretti e quelle che ancora ci aspettano”. Fiabe oscure, sull’attraversamento del sottile confine tra mondo bambino e mondo adulto e del tempo che scorre allontanandoci dall’infanzia, illuminano il catalogo di Orecchio acerbo. Ed in particolare, con le magistrali illustrazioni di Maria Cerri, premio Andersen, è nata la nuova collana “Terremoti” che invita gli autori a raccontare episodi che hanno segnato profondamente la loro infanzia, traumatici ma necessari per la propria crescita: da “Gianni Barba” della regista Alice Rohrwacher a “Zia Nina” di Nadia Terranova. (15 gen – red)
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