Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

CINEMA, CECCARELLI:
TORNIAMO A ‘GRAFFIARE’

CINEMA, CECCARELLI: <BR> TORNIAMO A ‘GRAFFIARE’

Tonino Guerra scrisse che “le nuvole sono le sceneggiature del cielo” e Khalil Gibran che "le nuvole sono i pensieri della terra”. Certo Stefano Ceccarelli lo può ben testimoniare perché, la decisione che la sua innata cinefilia dovesse andare “oltre”, gli balenò dentro con forza inequivocabile proprio mentre stava, letteralmente, tra le nuvole. Era il 1993, lavorava come steward Alitalia già da 6 anni e, proprio mentre era in volo, decise di iscriversi al Dams dell’Università di Bologna che, in quegli anni, viveva ancora la sua età dell’oro. Aveva già 30 anni e, in ateneo, lo scambiavano più per un professore che per uno studente. Preparare gli esami, viaggiando tra un continente e l’altro, e facendo la spola Roma-Bologna, non è facile ma Ceccarelli non demorde. Nel 1999 arriva così alla laurea e nello stesso anno partecipa ad una trasmissione radiofonica Rai che bandisce un contest per nuovi autori comici. Concorre con una versione comica del Codice da Vinci, dal titolo “Mi sa di sì” (arriva secondo ma fa sbellicare dalle risate tutti…) e, nel 2001, firma il suo primo cortometraggio, “Riduzione di personale”, che vince diversi premi ed un recensore scrive che, dei problemi sul lavoro, dicono più questi tre minuti di corto che la Cgil in 300 comizi.

In questi inizi si esprimono già i due poli dell’immaginario dello sceneggiatore romano – commedia brillante, rom-com e denuncia sociale - che poi andranno sempre mescolandosi nel suo lavoro da sceneggiatore che prende il via grazie Paola Pascolini, decana degli sceneggiatori televisivi, creatrice di “Un medico in famiglia”. Ceccarelli la conosce nel 2004 – anno in cui lavora anche al cortometraggio “Credevo non arrivassi più” con Lorenza Indovina e Pier Giorgio Bellocchio – mentre frequenta, da uditore essendo fuori per età, tra tanti allievi più giovani, il corso di script di Rai Fiction. “Pascolini con grande disponibilità ci diede la sua mail invitandoci a mandarle i nostri lavori – ricorda -. ‘Li metto in un cassetto che lascio però aperto’ ci disse. Allora le inviai la bozza di una commedia che avevo appena scritto e, con mia grande sorpresa, mi chiese di lavorarci insieme (e nel 2024 sono tornati a collaborare per la serie tv melo-giallo Mediaset “Se potessi dirti addio” con Gabriel Garko e Anna Safroncik, ndr). Nacque così il film tv “Due mamme di troppo”. Le divertenti vicissitudini delle due suocere per eccellenza e di una delle migliori famiglie allargate della fiction nostrana vanno in onda nel gennaio 2009 su Canale 5, con la regia di Antonello Grimaldi. Il pubblico viene conquistato subito (e il successo porta alla produzione di una serie tv) da Angela Finocchiaro e Lunetta Savino, l’una raffinata signora della Torino bene e l’altra massaggiatrice della stessa, popolana e peraltro immigrata dal Sud, costrette ad una strampalata alleanza per impedire ai rispettivi figli di sposarsi per poi ritrovarsi amiche per coronare il sogno di felicità della giovane coppia. Una commedia briosa che narra il più classico scontro tra classi sociali, la ricca borghesia ed il mondo operaio.

Una dicotomia che Ceccarelli ben conosce essendo cresciuto nel quartiere di Roma in cui queste due anime sono più nette, ed in modo proverbiale per chi lo abita, rivaleggiando e convivendo da sempre: quella Monteverde con il toponimo di “vecchio” (a rappresentare la zona delle palazzine liberty, dei silenziosi viali alberati, abitata da scrittori, attori, intellettuali) e di “nuovo” (la zona dei palazzoni, del grande mercato rionale, del “chiasso”). “Sono monteverde-dipendente – racconta – ma del vecchio però! Dal 1991 vivo a Monteverde nuovo però e se penso che ho vissuto più tempo qui che là mi sento male! Non che sia brutta. Il contrario. E’ una zona ben servita, in alcuni punti residenziale ma è una zona che non riesco a sentire mia tanto che mi sposto sempre per ogni cosa e punto deciso oltre il ‘confine’ di via di Donna Olimpia… La colazione la faccio al Caffè 104, ex Fiorini, che è diventato una specie di writing room perché qui mi vedo spesso con altri colleghi amici. La spesa lo stesso, sempre nella stessa zona. “Vittima” dell’imprinting! Insomma Monteverde vecchio è in tutto e per tutto il centro del mio mondo! Tanto che i miei amici mi prendono sempre in giro quando bisogna andare a cena dicendomi: ‘Possiamo uscire almeno una volta da Monteverde?’”. Due  parti di Monteverde, identità distinte eppure complementari, in cui nascono e si intrecciano tutto un mosaico di micro-mondi, proprio come nelle sceneggiature dello stesso Ceccarelli, il cui libro preferito è non a caso l’ottocentesco “Manoscritto trovato a Saragozza” in cui una storia ne contiene tante altre e secondo cui la letteratura si lega alla vita similmente alla spirale del Dna: “Si incrociano, si separano, poi si incrociano di nuovo cosicché la vita ne esce romanzata ed il romanzo diventa vita, e chi crea, chi legge, può attingere il meglio da una parte e dall'altra se riesce…”. Ed oscilla sempre tra sogno e realtà anche il suo romanzo del 2010 “Camilla Portafortuna” (finalista al Premio Rea) che potrebbe diventare un film al quale sta lavorando con una produzione. La storia di una sorta di Amelie italiana che ha conquistato, alla sua lettura, una importante attrice. “Il nome? Top secret” taglia corto Ceccarelli col suo sorriso sornione.

C’è inoltre la sua firma dietro la sketch comedy “Impazienti”, del 2014, su Raidue, diretta da Celeste Laudisio, veterano della comicità televisiva, con Max Tortora e Enrico Bertolino, esilarante incontro-scontro nelle corsie di un ospedale tra il romano furbetto ed il milanese pignolo. Come anche dietro alcuni dei surreali personaggi di Paola Minaccioni de “Il Ruggito del coniglio” su Rai Radio 2. D’altronde la battuta tagliente si attaglia bene a Ceccarelli, dotato com’è della migliore vis romanesca col suo sarcasmo disincantato, la schiettezza goliardica, la sottile autoironia. Tutti caratteri che emergono bene se lo si interroga sul futuro dell’audiovisivo ((è tra l’altro uno dei fondatori di Writers Guild Italy che, insieme a 100 autori, sta cercando di arrivare a dare agli sceneggiatori italiani un dovuto contratto di lavoro che ne garantisca i diritti perché non hanno cassa mutua, né ferie, né indennità, sono pagati pochissimo e se trovano il 30% del loro lavoro rispettato nel prodotto finale è grasso che cola: “Servono certamente più rischio d’impresa e coraggio. Siamo arretrati, artigiani in senso spregiativo, non investiamo, come invece si fa in Francia i cui film si vendono poi dappertutto. Stanno avanti miliardi di anni. E sconcerta che i francesi eccellono in un genere in cui una volta dominavamo noi, ossia la commedia, “la comedie à l’italienne”! Ora invece siamo noi a copiarli e anche male! Hanno la fortuna di avere un governo che a differenza del nostro sostiene il cinema contribuendo a renderlo un’industria solida. Ci credono, investono. Penso ad un film come Le Règne animal di Thomas Cailley, cinque Premi César ed un attore eccezionale come Romain Duris. Ecco, se andassi da un produttore raccontandogli che ho scritto una storia di una mutazione genetica che trasforma gli esseri umani in ibridi animali, probabilmente mi tirerebbero il copione in testa. Il paradosso è poi quando ti senti dire di ispirarti alle serie tv inglesi, che sono bellissime recitate superbamente… Pensa se uno sceneggiatore proponesse una storia che racconta di agenti segreti falliti, confinati tra cui uno, il capo, che scorreggia davanti al premier! E allora ecco che in tv vediamo passare solo serie family senza conflitto, storie edulcorate, tutte rassicuranti…. Ma non sarebbe ora di cambiare?! C’è voluto il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot per farci scoprire che Mainetti e Guaglianone erano bravi ma erano bravi anche prima.  E dopo mille rifiuti, Mainetti se l’è prodotto da solo. A complicare le cose c’è poi un crescente problema culturale. Se non conosci il cinema del passato non conosci la storia del tuo paese e alla fine non la sai neanche raccontare. E così il gusto si appiattisce. Ecco perché dico che è fondamentale promuovere il cinema in sala ed investire sulla formazione scolastica”. E qui Ceccarelli, classe 1963, ricorda le esperienze da studente che più porta nel cuore: spettacoli con le pomeridiane di sabato a prezzi popolari al Teatro Argentina, tra cui “Il Volpone” di Ben Johnson con Mario Scaccia ed un giovanissimo Gabriele Lavia, nel novembre 1977, lo stesso spettacolo che Giorgio Tirabassi dirà che gli fece scoccare “la scintilla” per il teatro. E poi, quando andava alla scuola media, la “Manzoni” di viale di Villa Pamphili, la prova aperta agli studenti, all’auditorium della Conciliazione, del concerto di Karajan. Ed il corso di recitazione nel doposcuola niente meno che con La Nuova Opera dei Burattini, la storica compagnia fondata da Maria Signorelli (dal 2000 diventata Teatro Verde), burattinaia di fama internazionale, una carriera che conta oltre 150 spettacoli con grandi nomi, da Gianni Rodari ad Ennio Morricone (nel 1970 vi fece i primi passi anche Carlo Verdone dando la voce al pupazzo Pippo). Ceccarelli divenne uno degli allievi più appassionati e continuò a seguire la compagnia anche alle scuole superiori e, nel 1982, l’anno della maturità, lavorò alla messinscena, con il teatro di Roma, de L’Inferno di Dante con la regia di Michele Mirabella e le voci, tra gli altri, di Arnoldo Foà e Vittorio Gassman. Dopo la scuola andava direttamente alle prove, in vicolo dei Riari, a Trastevere, dove c’era Alla Ringhiera, uno delle storiche cantine romane. In casa Ceccarelli, dagli anni ‘70, ogni lunedì sera era segnato sempre dal “duvudubà” di Lucio Dalla, il celebre skat della sigla che, su Rai 1, apriva l’appuntamento settimanale con i film: “La mia cultura cinematografica me la sono costruita con i film di quell’appuntamento per me fisso: tutto Hitchcock, John Ford, il ciclo su Katharine Hepburn, le commedie all’italiana, il grande Ettore Scola, Billy Wilder, Age e Scarpelli, tutto, c’era tutto…”.

E poi “Il Vascello”. Oggi teatro, era il cinema di Monteverde Vecchio (a Monteverde Nuovo c’era invece l’Ariel, oggi diventata una sala biliardo). “Qui, come anche all’Ariel – ricorda Ceccarelli – il soffitto si apriva nell’intervallo ed era una assoluta magia la luce naturale e la vista del cielo che inondavano la sala, con il tetto che scorreva a forma di chiglia di un vascello”. Un rito tra buio e luce che seguiva quello d’inizio film: “Da piccolissimo, per farmi addormentare, mi dicevano che mi portavano al cinema. Mio padre, poveraccio, di sera, mi metteva in macchina, faceva il giro dell’isolato con la 1100, si inventava la trama del film ma io ero già cotto. C’è una teoria interessante che vede la sala buia del cinema come un utero protettivo e lo schermo l’esterno che ti invoglia ad uscire.  Per me era proprio così. Prima che iniziasse il film chiudevo occhi e li riaprivo solo una volta sicuro che la sala fosse buia. E lo faccio ancora adesso!”. Anche il piccolo schermo incantava il Ceccarelli bambino: “Ricordate i televisori degli anni ’60, quelli che avevano un trasformatore? Prima di andare all’asilo lo accendevo e spegnevo almeno 2-3 volte di seguito, come fosse un rito apotropaico un patto di amicizia tra me e lui, come la carezza a un cane prima di lasciarlo a casa per qualche ora.  E adoravo Il paese di Giocagiò…”. D’altronde proprio il conduttore dello storico programma per bambini, Marco Danè, ha confessato pochi anni fa che il “puntino” che compariva sullo schermo quando si spegneva l’apparecchio televisivo dell’epoca ebbe un forte influsso anche per lui, facendogli sentire quello che ha chiamato il “guizzo”: l’assoluta certezza che la sua vita si sarebbe svolta nel mondo dello spettacolo.

“Abitavamo in via Vitellia, vicino alla basilica di San Pancrazio, davanti Villa Pamphili, con un terrazzo meraviglioso – prosegue Ceccarelli -. Purtroppo lo stipendio di mio padre non bastò più a coprire l'affitto e dovemmo trasferire, un paio di traverse più all’interno”. Poco lontano la zona più amata: “Via Poerio, con i suoi villini meravigliosi. Il mio rifugio, mentale e fisico, fin da ragazzo. Ci andavo a passeggiare d'inverno, fantasticando su chi abitasse dietro le finestre illuminate, quali trame di vita si intrecciassero. Già c'era in me lo sceneggiatore in nuce! Altro mio luogo del cuore è l'erboristeria L'Erba Gatta che prima di trasferirsi a Piazza R. Pilo stava in Via Alberto Mario. Conservo sempre il ricordo, i suoi profumi, i caldi colori. Era come entrare in un libro di favole inglesi, un fairy tale, con gli animaletti del bosco e gli elfi. Da ragazzo amavo – e amo tuttora – le storie soprannaturali degli scrittori gotici, come Il castello di Otranto di Horace Walpole. Forse una sorta di imprinting mi venne dall’aver visto da piccolo Il Gabinetto del dottor Caligari! Così a 17 anni, con dei compagni di scuola, ci divertimmo a girare un horror, in super8. Era appena uscito Inferno di Dario Argento e noi lo chiamammo Purgatorio perché non potevamo permetterci gli inferi con quello che costava la pellicola! Ci tassammo tutti per garantire almeno una durata consona a un film di genere. Un salasso! Lo girammo tra Villa Pamphili e nel bellissimo e misterioso cortile di Palazzo Mattei (era nostra amica la figlia del custode). Organizzammo una proiezione per i professori della scuola che erano molto incuriositi. Non venne nessuno. La compagna addetta all’ufficio stampa si era dimenticata di avvisarli. E sì, l’arcano, continua ad affascinarmi e le mie cosiddette letture da ombrellone, sono state spesso testi di esoterismo e fanta archeologia”. E proprio un soggetto di un film horror che Ceccarelli scrisse proprio da adolescente è diventata la sceneggiatura di “They talk” (Mi parlano), film supernatural del 2021 diretto da Giorgio Bruno, con Rocio Munoz Morales, girato in inglese e ambientato nella provincia americana che in realtà è l'altopiano della Sila. “Una storia a cui tengo da sempre, scritta con Vinicio Canton e che forse il pur bravo regista non ha sviluppato come avrebbe dovuto. Infatti, se divento ricco mi compro diritti dal produttore e lo rigiro!” confessa lo sceneggiatore. Una vena notturna, popolata di eventi prodigiosi e profezie, che Ceccarelli ha trasportato anche nel suo secondo romanzo, “La mia fine del mondo” del 2012, un "coming of age" che oltreoceano sarebbe già una serie tv stile Netflix, la storia di un 11ennne per cui le calamità naturali raccontate dai telegiornali hanno la stessa portata terrificante del passaggio dalla quinta elementare alla prima media, la scoperta che suo padre ha una seconda famiglia segreta e altri sconvolgimenti personali. Per salutarsi una domanda “spaziale”: “Se un alieno atterrasse a Roma?”. Risposta: “Rimarrebbe abbagliato per la bellezza, come tutti soprattutto se atterrasse a Monteverde Vecchio. Poi, forse, se ne andrebbe. Oggi il nostro mi sembra un Paese senza futuro, sempre meno democratico, sempre più capitalistico, che sta diventando come gli Stati Uniti ma senza avere il suo potenziale. Nel film la meglio gioventù, un professore esorta il personaggio interpretato da Luigi Lo Cascio ad andarsene via da quello che è un Paese morto. Si svolgeva nel 1966…”. (30 gen - red)

(© 9Colonne - citare la fonte)