“Secondo le nostre fonti, ci sarebbero stati tra i 43mila e i 50mila morti in 15 giorni. La maggior parte tra l'8 e il 9 gennaio”. Lo afferma, in una intervista a La Ragione, Pejman Abdolmohammadi, professore di Relazioni internazionali del Medio Oriente all'Università di Trento, fornendo numeri sulla repressione in Iran molto più alti rispetto alle stime ufficiali. “Tra l'8 e il 9 gennaio sono scese in piazza 5 milioni di persone in oltre 200 città. A quel punto il regime ha sparato senza discriminazione. Hanno ucciso mirando a colpire in particolare agli occhi e alla testa. Gaza non è neanche comparabile. Parliamo di sistemi nazisti”. L'esperto smentisce le voci su una interruzione della protesta: “Le dimostrazioni non si sono mai fermate. Si tratta di una rivoluzione che è stata repressa nel sangue, ma gli iraniani sono di nuovo pronti a scendere in piazza. C'è una strategia: in questo momento l'opposizione iraniana è unita e ha scelto un leader, che è il figlio dello Scià. Questa leadership ha invitato a non uscire fino a quando non arriveranno gli aiuti dall'estero, per evitare una carneficina”. Abdolmohammadi sottolinea che “gli iraniani hanno versato il loro sangue per far capire che questa volta il loro futuro non lo deciderà chi si trova al sicuro in Norvegia o in Svezia, ma chi scenderà nelle piazze dell'Iran. Almeno l'80% degli iraniani è d'accordo sulla richiesta di aiuto per essere liberati”. Sul possibile intervento internazionale, il professore avverte che se non dovesse arrivare “significherebbe accettare un ritorno del terrorismo e del radicalismo islamico non solo nella regione, ma anche in Europa. O la testa del serpente si colpisce adesso, con l'80% degli iraniani pronti a scendere in piazza per sostenere questo aiuto, oppure non si potrà colpire più. È come ai tempi della Seconda guerra mondiale”. In caso di fallimento, il regime potrebbe rafforzarsi: “Diventerebbe più saldo il rapporto tra il regime e Russia e Cina. Quest'ultima diventerebbe ancora più forte nella regione, la Russia lo diventerebbe in Europa”. Notando un cambio di passo anche nella diplomazia italiana, Abdolmohammadi conclude evidenziando la trasformazione in atto nel Paese: “La rivoluzione culturale è in parte già avvenuta, dal 2022 l'Iran è già un nuovo Iran. Ma adesso ci vuole la rivoluzione politica. Gli iraniani vogliono riavere indietro il loro Paese”. (31 gen - red)
(© 9Colonne - citare la fonte)



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