di Piero Innocenti
Panama ha sempre fatto gola a molti paesi, anche a coloro che, approfittando della legislazione sulle società anonime e della extraterritorialità tributaria, hanno trasferito ingenti quantitativi di denaro nelle banche (che sono 130 di una quarantina di paesi). Il Panama, un tempo, apparteneva alla Colombia. Nel 1903 gli USA stipularono un accordo diplomatico con il governo colombiano che prevedeva l’affitto agli americani della zona del Canale per una fascia profonda circa dieci miglia, tra Balboa e Colon. Il Parlamento colombiano, però, non volle ratificare l’accordo. Ne scaturì una rapida guerra di indipendenza del Panama che, nel novembre del 1903, portò alla nascita della Repubblica indipendente riconosciuta e protetta ( con annessa tutela militare) dagli USA, che ottennero così il controllo delle comunicazioni tra i due Oceani. Il canale fu aperto nel 1915 ed il regime di protettorato, con diritto di intervento armato, condizionò per un trentennio la vita del Paese.
Il trattato per l’affitto del canale ha subito numerose modifiche e aggiornamenti nel tempo fino alla riconsegna al governo panamense avvenuta il 31 dicembre 1999 come previsto dall’accordo Kissinger-Tack del 1974 che impegnava i contraenti , tra l’altro, a tenere aperto il canale per tutti paesi con un diritto di intervento americano qualora questa neutralità venisse violata.
Proprio in questi ultimi giorni il presidente Trump ha minacciato di riprendersi il canale sostenendo che di fatto è Pechino a “gestirlo”. Tutto questo accompagnato dalla sorprendente decisione della Corte suprema di Panama che ha annullato la concessione che consentiva ad un consorzio con sede a Hong Kong di gestire i porti del canale e, quindi, di avere una influenza notevole sulla importantissima via d’acqua.
Panama è, peraltro, territorio di transito della droga che dal Sud defluisce verso il Nord e i paesi occidentali ( a novembre 2025, nelle acque panamensi, a bordo di un peschereccio, è stato effettuato il sequestro di 13,5 tonnellate di cocaina, una delle quantità più grandi nella storia del Paese). L’influenza della criminalità colombiana, anche in questo paese,è sempre notevole. La costa offre numerosi rifugi alle lance che trasportano la cocaina e la popolazione ha tendenze ataviche al contrabbando e alla pirateria ; ed è soggetta a governi che non sempre hanno dimostrato grande interesse a combattere il narcotraffico.
Una trentina di anni fa rimase coinvolto in una vicenda di finanziamenti illeciti ricevuti dai narcos colombiani lo stesso presidente della Repubblica Ernesto Perez Balladares: ammise di aver ricevuto, in buona fede, 51mila dollari dai narcos del cartello di Cali attraverso due assegni emessi dalla insospettabile Deutsche Sudamericansche Bank per conto di una impresa – la Fuji Investement s.a. – di barche per la pesca del tonno risultata di proprietà di Josè Castrillon Henao, capo del settore finanziario dei narcos di Cali. Gli assegni furono accreditati sul conto gestito dall’allora secondo vice presidente Felipe Virzì ( di origine italiana) per la campagna elettorale. Dopo la cattura di Henao (aprile 1996), si accertò che questi disponeva di sessanta conti bancari, per un totale di circa 50 milioni di dollari, a nome di imprese di facciata, che utilizzava per il riciclaggio; tra i suoi beni c’erano anche undici appartamenti di lusso nella capitale panamense e varie imbarcazioni per il trasporto di cocaina attraverso i porti di Panama, Costarica e Messico. Le notizie sugli assegni furono rivelate dal giornalista peruviano Gustavi Corriti, “esiliato” dal suo paese dall’allora presidente Fujimori ( alcuni anni dopo costretto alle dimissioni e poi in carcere per uno scandalo collegato a fenomeni di corruzione e anche lui per aver ricevuto denaro dai narcos colombiani).
La sensazione che si avverte, passeggiando per Panama, è che le banche “sovrastino” completamente la città e le istituzioni. Anni fa incontrai il dirigente di una importante banca locale, esperto in trasferimenti ed investimenti di grandi capitali, il quale mi spiegò che, talvolta, tali operazioni erano talmente complicate che lui stesso, nonostante una esperienza ventennale, faceva fatica a districarsi.
(© 9Colonne - citare la fonte)
Proprio in questi ultimi giorni il presidente Trump ha minacciato di riprendersi il canale sostenendo che di fatto è Pechino a “gestirlo”. Tutto questo accompagnato dalla sorprendente decisione della Corte suprema di Panama che ha annullato la concessione che consentiva ad un consorzio con sede a Hong Kong di gestire i porti del canale e, quindi, di avere una influenza notevole sulla importantissima via d’acqua.
Panama è, peraltro, territorio di transito della droga che dal Sud defluisce verso il Nord e i paesi occidentali ( a novembre 2025, nelle acque panamensi, a bordo di un peschereccio, è stato effettuato il sequestro di 13,5 tonnellate di cocaina, una delle quantità più grandi nella storia del Paese). L’influenza della criminalità colombiana, anche in questo paese,è sempre notevole. La costa offre numerosi rifugi alle lance che trasportano la cocaina e la popolazione ha tendenze ataviche al contrabbando e alla pirateria ; ed è soggetta a governi che non sempre hanno dimostrato grande interesse a combattere il narcotraffico.
Una trentina di anni fa rimase coinvolto in una vicenda di finanziamenti illeciti ricevuti dai narcos colombiani lo stesso presidente della Repubblica Ernesto Perez Balladares: ammise di aver ricevuto, in buona fede, 51mila dollari dai narcos del cartello di Cali attraverso due assegni emessi dalla insospettabile Deutsche Sudamericansche Bank per conto di una impresa – la Fuji Investement s.a. – di barche per la pesca del tonno risultata di proprietà di Josè Castrillon Henao, capo del settore finanziario dei narcos di Cali. Gli assegni furono accreditati sul conto gestito dall’allora secondo vice presidente Felipe Virzì ( di origine italiana) per la campagna elettorale. Dopo la cattura di Henao (aprile 1996), si accertò che questi disponeva di sessanta conti bancari, per un totale di circa 50 milioni di dollari, a nome di imprese di facciata, che utilizzava per il riciclaggio; tra i suoi beni c’erano anche undici appartamenti di lusso nella capitale panamense e varie imbarcazioni per il trasporto di cocaina attraverso i porti di Panama, Costarica e Messico. Le notizie sugli assegni furono rivelate dal giornalista peruviano Gustavi Corriti, “esiliato” dal suo paese dall’allora presidente Fujimori ( alcuni anni dopo costretto alle dimissioni e poi in carcere per uno scandalo collegato a fenomeni di corruzione e anche lui per aver ricevuto denaro dai narcos colombiani).
La sensazione che si avverte, passeggiando per Panama, è che le banche “sovrastino” completamente la città e le istituzioni. Anni fa incontrai il dirigente di una importante banca locale, esperto in trasferimenti ed investimenti di grandi capitali, il quale mi spiegò che, talvolta, tali operazioni erano talmente complicate che lui stesso, nonostante una esperienza ventennale, faceva fatica a districarsi.




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