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direttore Paolo Pagliaro

IRAN, DALLA DIPLOMAZIA
AI VENTI DI GUERRA

IRAN, DALLA DIPLOMAZIA <BR> AI VENTI DI GUERRA

Dagli spiragli di pace ai venti di guerra. Il risveglio di questo giovedì 19 febbraio porta con sé il carico di una tensione che si avvicina ogni ora di più al punto di non ritorno nella crisi tra Washington e Teheran. Mentre le cancellerie internazionali osservano con il fiato sospeso ogni spostamento tattico nel Golfo, il dualismo tra la diplomazia svizzera e i movimenti del Pentagono delinea un quadro di estrema incertezza. La situazione è fluida e i segnali che giungono dalle diverse capitali sono profondamente contraddittori, sospesi tra la speranza di un accordo quadro e lo spettro di un’escalation militare senza precedenti che minaccia di incendiare l'intera regione mediorientale.

IL MONITO DI WASHINGTON: L'OPZIONE MILITARE È SUL TAVOLO. Secondo quanto riportato dalla CNN, che cita fonti interne all'amministrazione e alla difesa, gli Stati Uniti sarebbero pronti a un'azione di forza su vasta scala. Il network sottolinea con particolare vigore la possibilità di un attacco imminente, uno scenario che ha mandato in fibrillazione i mercati energetici e le diplomazie europee nelle ultime ore. Questa pressione militare non viene letta dagli osservatori internazionali solo come un semplice deterrente psicologico, ma come un piano operativo concreto che potrebbe scattare qualora l'ultimo miglio dei negoziati dovesse fallire definitivamente. La mobilitazione massiccia delle forze aeronavali suggerisce che la finestra per la diplomazia si stia restringendo drasticamente, lasciando poco spazio di manovra ai mediatori.

A GINEVRA UN CONFRONTO SERRATO. Nonostante il rullare dei tamburi di guerra, il fronte diplomatico ha vissuto l’altro ieri un momento di intensità straordinaria quando le delegazioni di Stati Uniti e Iran si sono affrontate in un confronto diretto durato tre ore e mezza, un tempo considerevole che testimonia la complessità dei temi trattati. In questo lasso di tempo, i funzionari si sono scambiati appunti e bozze di lavoro in un clima di estrema segretezza, cercando di trovare una quadra su questioni che restano aperte da decenni e che riguardano la sicurezza globale. Sebbene le parti si siano ritirate senza aver siglato una risoluzione formale o un comunicato congiunto definitivo, i segnali emersi dal tavolo svizzero appaiono profondamente ambivalenti e riflettono le diverse necessità politiche interne. Da un lato, il principale negoziatore di Teheran si è mostrato cautamente ottimista davanti alla stampa internazionale, dichiarando pubblicamente che entrambe le parti hanno finalmente concordato una “serie di principi guida” che dovrebbero fungere da base per il futuro. Questo passo in avanti, se confermato, rappresenterebbe la prima vera intelaiatura politica su cui costruire un eventuale trattato di de-escalation permanente. Tuttavia, la risposta giunta quasi in contemporanea da oltreoceano ha contribuito a gelare parzialmente gli entusiasmi della vigilia. Un alto funzionario americano ha infatti frenato le aspettative, precisando con estrema fermezza che, nonostante la discussione teorica sui principi comuni, rimangono ancora molti dettagli tecnici e operativi da discutere prima di poter parlare di un vero successo.

Questa distanza interpretativa tra il successo di facciata sbandierato dall'Iran e la prudenza analitica degli Stati Uniti suggerisce che, sebbene l'architettura generale sia stata faticosamente abbozzata, i nodi tecnici più complessi rimangono scogli difficili da superare. È probabile che tali divergenze riguardino le tempistiche per la rimozione delle sanzioni economiche e le garanzie di sicurezza richieste da Washington, elementi che continuano a pesare come macigni sull'esito finale della trattativa. In assenza di una risoluzione chiara dopo il round di martedì, le prossime ore saranno dunque determinanti per capire se i principi citati dagli iraniani prevarranno sulla preparazione bellica segnalata dalle fonti americane.

TRA PACE E GUERRA. La giornata odierna vede inoltre l'apertura del criticatissimo Board of Peace, un consesso internazionale che funge da sfondo inevitabile alle trattative odierne e che richiama l'attenzione della comunità globale sulla necessità di una stabilità duratura. La coincidenza temporale tra l'inizio dei lavori del Board e le minacce di attacco evidenziate dalla CNN pone i leader mondiali davanti a un bivio storico: la strada che verrà percorsa potrà avere ripercussioni enormi sulla geopolitica dei prossimi anni e non solo per l'Iran – che si trova oggi a dover gestire una pressione interna crescente a causa della crisi economica; né tantomeno esclusivamente per gli Stati Unit, chiamati a bilanciare la necessità di una fermezza strategica assoluta con i rischi imprevedibili di un nuovo conflitto. No, perché se guerra sarà, le sue ripercussioni non potranno che avere implicazioni economiche, sociali e – nel caso peggiore – persino belliche a livello tanto regionale che planetario. (19 FEB – deg)

 

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