Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso all'evolversi della crisi tra Washington e Teheran, la giornata di oggi, giovedì 19 febbraio, segna uno spartiacque inquietante. Se da un lato la diplomazia tradizionale tenta un’ultima, disperata mediazione — affidata ora più a frenetici contatti telefonici tra le cancellerie e a pressioni dell'ultima ora dietro le quinte che ai tavoli ufficiali — dall’altro si apre ufficialmente presso l’U.S. Institute of Peace il debutto operativo del controverso Board of Peace. Un organismo che, lontano dall'essere una nuova ONU, appare sempre più come il braccio operativo di una visione che trasforma i conflitti in opportunità di mercato e le macerie in futuri resort di lusso.
Il clima non potrebbe essere più teso. Secondo quanto riportato dalla CNN, che cita fonti vicine al Pentagono, gli Stati Uniti sarebbero pronti a un attacco imminente. L’opzione militare non è più solo una minaccia verbale, ma un piano concreto che sembra correre parallelamente al binario ormai interrotto dei negoziati. Martedì scorso, a Ginevra, le delegazioni di Stati Uniti e Iran si sono affrontate in un confronto di tre ore e mezza che ha rappresentato l'ultimo tentativo di dialogo formale. Nonostante lo scambio di note e la dichiarazione del negoziatore iraniano su una presunta intesa su una “serie di principi guida”, la realtà si è rivelata molto più cruda: le parti si sono ritirate senza una risoluzione chiara e un funzionario americano ha gelato ogni entusiasmo, ribadendo che “ci sono ancora troppi dettagli da discutere”. In questo vuoto lasciato dal dialogo di Ginevra, dove si è discusso — apparentemente invano — di vite umane e sovranità, si inserisce oggi la logica puramente transazionale del Board di Washington.
UN CLUB ESCLUSIVO. L’apertura odierna del Board avviene sotto una nuvola di sospetti legati non solo alla sua missione, ma anche alla sua natura finanziaria. L’accesso a questo “tavolo della pace” non è infatti basato su criteri di legittimità internazionale, ma sembra vincolato a massicci contributi economici richiesti ai partecipanti per finanziare i futuri piani di ricostruzione. Una sorta di “pay-to-play” della geopolitica che ha contribuito a delineare una geografia dei membri molto specifica.
Il Board vede una partecipazione che taglia fuori la stragrande maggioranza dell’Occidente democratico: a fronte del “grande rifiuto” dell'intera Unione Europea e del categorico “no” etico del Vaticano, che con il Cardinale Parolin ha condannato la pace ridotta a mercanteggiamento, le adesioni si limitano a una cerchia ristretta e ambigua. Tra le rare eccezioni europee figurano solo Bielorussia, Ungheria, Slovacchia, Albania e Serbia, una composizione che alimenta il timore di un club di autocrati interessati più alla spartizione di zone d’influenza e contratti d'appalto che alla stabilità globale.
IL CASO ITALIA. In questo scenario di isolamento europeo, la posizione dell'Italia appare quanto mai esposta. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è oggi a Washington per partecipare all'incontro inaugurale in veste di osservatore. Una scelta che ha scatenato una tempesta politica a Roma: mentre il governo difende la missione come un atto di pragmatismo necessario per non restare esclusi dal monitoraggio degli interessi nazionali e dalle mosse americane, le opposizioni denunciano il rischio di legittimare un organismo che vede le crisi attraverso la lente di cinici “affari immobiliari”. Il timore è che l'Italia finisca per essere il “cavallo di Troia” o, peggio, l’unica grande democrazia europea a prestare il fianco a un progetto che sogna resort tra le rovine di Gaza o di un possibile nuovo conflitto nel Golfo.
LA PACE COME CONTRATTO D'APPALTO. La concomitanza tra la minaccia di un attacco imminente segnalata dalla CNN e l'apertura del Board sottolinea la drammaticità del momento. Se la diplomazia del dialogo di Ginevra ha fallito nel produrre risultati tangibili, il Board of Peace è già pronto a gestire le macerie con gli strumenti della finanza speculativa. La sfida per l'Italia, in questa giornata densa di ombre a Washington, sarà dimostrare che la propria presenza non sia il primo passo verso un definitivo distacco dai valori storici europei, in un mondo che sembra voler sostituire il diritto internazionale con statue d'oro e contratti di ricostruzione forzata. (19 FEB – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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