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direttore Paolo Pagliaro

BOARD, LA CASA BIANCA
CONTRO IL VATICANO

BOARD, LA CASA BIANCA <BR> CONTRO IL VATICANO

“Lo abbiamo visto. Penso che sia profondamente deplorevole. Naturalmente, l'amministrazione vorrebbe che tutti coloro che sono stati invitati al Consiglio per la Pace partecipassero. Riteniamo che questa sia una decisione molto infelice”. Con queste parole taglienti, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha ufficializzato la rottura diplomatica tra l'Amministrazione Trump e la Santa Sede, commentando il rifiuto del Vaticano di aderire al neonato Board of Peace

La Leavitt, durante l'ultimo briefing con la stampa, non ha usato mezzi termini per esprimere il disappunto di Washington, sottolineando che “la pace non dovrebbe essere di parte, politica o controversa» e ribadendo che l'obiettivo del Board è quello di coordinare la ricostruzione di Gaza dopo «spargimenti di sangue e povertà”. Tuttavia, dietro questa retorica umanitaria, emerge una frizione profonda che vede il Vaticano schierato su una linea di fermo rifiuto verso un organismo che scavalca le istituzioni internazionali tradizionali. 

DUE VISIONI INCONCILIABILI DELLA PACE. La replica della Casa Bianca è arrivata dopo che il Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, aveva espresso forti perplessità sulla “natura particolare” del Board, precisando che la Santa Sede non vi avrebbe preso parte poiché l'ente non riflette lo status e le funzioni tipiche degli altri Stati e organismi internazionali. Parolin ha ribadito che, a livello globale, dovrebbe essere soprattutto l'ONU a gestire tali situazioni di crisi, una posizione che collide frontalmente con la strategia di Donald Trump, intenzionato a gestire la ricostruzione attraverso un consesso di Paesi partner pronti a investire. 

Nonostante il “no” del Papa, la Leavitt ha insistito sulla legittimità dell'operazione, definendo il Board un'organizzazione che conta già “decine di Paesi membri in tutto il mondo” e confermando che il piano per Gaza è “già in fase di attuazione”. La Casa Bianca ha inoltre confermato che per la riunione odierna a Washington sono attesi rappresentanti di oltre 20 nazioni, con l'obiettivo di raccogliere oltre 5 miliardi di dollari in impegni finanziari. 

IL PESO DEL RIFIUTO E IL RUOLO DELL'ITALIA. L'attacco della Leavitt alla Santa Sede getta una luce sinistra sulla missione del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, che proprio oggi partecipa all'incontro presso l'U.S. Institute of Peace in veste di osservatore. La durezza della portavoce statunitense — che ha bollato come “deplorevole” la prudenza vaticana — rende la posizione italiana estremamente delicata. Mentre la maggior parte dell'Europa democratica ha scelto il “grande rifiuto”, allineandosi di fatto alla linea etica della Santa Sede, l'Italia tenta un difficile equilibrismo tra la fedeltà all'alleato americano e il rispetto per un'autorità morale che vede nel Board un rischio di speculazione e di erosione del diritto internazionale.

Le parole della Leavitt confermano che il Board non è solo uno strumento operativo, ma un test di fedeltà politica. Definire “infelice” la scelta del Vaticano significa mandare un messaggio chiaro: per l'attuale Amministrazione USA, chiunque si sottragga alla “visione audace” di Trump viene considerato un ostacolo alla pacificazione, indipendentemente dal prestigio morale o religioso che rappresenta. E, soprattutto, indipendentemente dal significato che la parola “pace” assume nel particolarissimo vocabolario del tycoon. (19 FEB – deg)

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