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direttore Paolo Pagliaro

Nell’arte delle donne la tragedia iraniana

Nell’arte delle donne la tragedia iraniana

di Paolo Pagliaro

Da quando, nel 1979, si insediò a Teheran il potere degli ayatollah, per milioni di giovani donne iraniane cambiò tutto: niente più classi miste, niente capelli al vento, niente lingue straniere, niente concerti pubblici… E tanti altri divieti, nonché altrettanti obblighi in nome di una rivoluzione culturale che della rivoluzione aveva solo la ferocia e della cultura l’oscurantismo.
Sono state soprattutto le donne, in questi anni, a documentare la violenza e l’ottusità del regime teocratico, come ci ricorda Manuela De Leonardis sul Giornale dell’Arte. Lo hanno fatto il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, nel suo libro “La gabbia d’oro”; la scrittrice Azar Nafìsi con il bestseller “Leggere Lolita a Teheran”; Marjane Satrapi con la graphic novel autobiografica “Persepolis”.
Lo fa l’artista Parastou Forouhar, che torna ogni anno a Teheran per ricordare l’assassinio dei genitori, due dissidenti trucidati nella loro abitazione dai servizi segreti iraniani. Lo fa Shirin Neshat che attraverso fotografie, film, video, installazioni e opere teatrali guarda alla ribellione come a una condizione irrinunciabile dell’esistenza. Ribellione che in Iran può essere un’esperienza quotidiana e altrove banale come portare a spasso un cane, gesto punibile dal regime, documentato dalla fotografa Parisa Azadi. Dice Trump che ora spetta gli iraniani ribellarsi. Generazioni di donne lo hanno fatto e lo stanno facendo, anche a costo della vita, come nel caso di Mahsa Amini, percossa a morte per aver indossato il velo in modo sbagliato. Ma non possono essere le ragazze a disarmare i pasdaran.

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