L'ennesimo valzer comunicativo dell'uomo che sta ridefinendo le sorti del pianeta è andato in scena ieri in un'America sempre più divisa dall'ennesima avventura militare all'estero. Parlando a più riprese e a più testate in merito alla durata delle operazioni belliche in Iran, Donald Trump ha mostrato ieri una serie di oscillazioni che hanno alimentato il dibattito internazionale. In una giornata densa di dichiarazioni contrastanti, il tycoon ha prima fornito segnali di una rapida risoluzione, per poi correggere il tiro verso una postura di maggiore fermezza e lungo periodo. Durante un’intervista telefonica rilasciata alla CBS News nel pomeriggio, The Donald ha sorpreso gli osservatori dichiarando: “Penso che la guerra sia praticamente completata”. Questa affermazione, che suggeriva una conclusione imminente delle ostilità, è stata però quasi immediatamente controbilanciata dai canali ufficiali del Pentagono.
Poco dopo la diffusione dell’intervista, il Dipartimento della Difesa ha infatti pubblicato su X un aggiornamento operativo secco e privo di ulteriori dettagli: “Abbiamo appena iniziato a combattere”. Questo disallineamento tra il Comandante in Capo e i vertici militari non è apparso isolato. Solo pochi giorni fa, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, in un intervento registrato venerdì per il programma “60 Minutes”, era stato categorico nell’affermare che “questo è solo l'inizio”, delineando una prospettiva di conflitto ben più ampia rispetto a quella tratteggiata dal Presidente.
La narrazione di Trump è mutata ulteriormente nel tardo pomeriggio di ieri. Durante un discorso rivolto ai repubblicani della Camera in Florida, il Presidente ha corretto la precedente visione di una guerra “completata”, affermando: “Abbiamo già vinto in molti modi, ma non abbastanza”. Ha poi aggiunto, con un tono decisamente più bellicoso: “Andiamo avanti più determinati che mai a raggiungere la vittoria finale che porrà fine una volta per tutte a questo pericolo di lunga data”. Anche nella successiva conferenza stampa, Trump ha ribadito che la vittoria non può ancora considerarsi definitiva, lasciando intendere che gli obiettivi militari non siano stati ancora pienamente saturati.
LA POSSIBILE ESCALATION E IL NODO DELLA GUIDA SUPREMA. Oltre alla durata dei bombardamenti, il dibattito si è spostato ieri sulla possibilità di un coinvolgimento di truppe di terra. In alcune dichiarazioni rilasciate al New York Post, Trump ha affrontato direttamente il tema, pur mantenendo un margine di ambiguità strategica. Riguardo a un’eventuale operazione terrestre in territorio iraniano, ha precisato: “Non abbiamo ancora preso alcuna decisione in merito. Non ci siamo nemmeno vicini”. Il Presidente ha inoltre espresso il suo profondo disappunto per l'attuale assetto di potere a Teheran, puntando il dito contro la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. Trump ha ammesso apertamente di non essere “contento” del leader iraniano, ma ha preferito mantenere il riserbo sulle mosse future della Casa Bianca. Alla domanda specifica sui suoi piani riguardanti Khamenei, ha risposto: “Non ve lo dirò. Non sono contento di lui”. Questa ostilità verso il vertice teocratico si inserisce in un quadro di rapporti diplomatici ormai ridotti ai minimi termini, dove la figura di Khamenei viene percepita come un ostacolo insormontabile per qualsiasi ipotesi di tregua.
IL DESTINO DEL POPOLO IRANIANO E LE CONDIZIONI PER LA PACE. Nel corso della giornata di ieri, Trump ha anche delineato la sua visione per il futuro della popolazione iraniana, legando l'assistenza umanitaria e politica a un cambiamento radicale del sistema di governo. “Mi piacerebbe aiutarli, ma devono trovarsi in un sistema che permetta loro di essere aiutati, e al momento si trovano in un sistema che consente solo il fallimento. E io non voglio questo”, ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca durante una conferenza stampa. Le sue parole suggeriscono che gli Stati Uniti non intendano fermarsi a una semplice degradazione delle capacità militari iraniane, ma puntino a una trasformazione strutturale del Paese. “Voglio un sistema che non ci attaccherà”, ha proseguito Trump, evidenziando come la sicurezza nazionale americana sia il prerequisito fondamentale per ogni progetto di ricostruzione. La conclusione del suo intervento ha lasciato poco spazio ai compromessi: “Vogliamo un sistema che possa portare a molti anni di pace, e se non possiamo ottenerla, tanto vale farla finita subito”. Queste dichiarazioni, unite al resoconto della telefonata avvenuta sempre ieri tra Trump e Vladimir Putin — durante la quale il Presidente americano ha ribadito la necessità di una risoluzione che garantisca stabilità globale — confermano la complessità della partita geopolitica in corso.
LA SFIDA DEI PASDARAN E LA SOVRANITÀ SUL CONFLITTO. La reazione di Teheran alle parole di Trump non si è fatta attendere. Le Guardie Rivoluzionarie (Pasdaran) hanno risposto con fermezza alle previsioni di una fine imminente del conflitto. Un portavoce dei Pasdaran, in una nota diffusa ieri, ha ribadito che la gestione temporale della guerra non appartiene a Washington: “Decideremo quando finirà la guerra”. Secondo le forze d'élite iraniane, il controllo della regione sarebbe saldamente nelle loro mani, rendendo vane le dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca. “L'equazione e il futuro status della regione sono ora nelle mani delle nostre forze armate. Le forze americane non porranno fine alla guerra”, ha aggiunto il portavoce, sottolineando una volontà di resistenza che sembra ignorare i successi militari rivendicati dagli Stati Uniti. Per i vertici militari iraniani, il conflitto è destinato a proseguire secondo logiche di logoramento asimmetrico.
LA CHIUSURA DIPLOMATICA DI TEHERAN E LE ACCUSE DI ARAGHCHI. Nella mattinata di oggi, martedì 10 marzo, il quadro si è ulteriormente irrigidito sul fronte diplomatico. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ufficialmente dichiarato che ogni ipotesi di dialogo con gli Stati Uniti è decaduta. “Non è più all'ordine del giorno”, ha affermato Araghchi in un'intervista alla rete PBS, accusando l'amministrazione Trump di aver agito in malafede. Secondo il ministro, Teheran aveva accettato di discutere del proprio programma nucleare sulla base di garanzie americane circa la non aggressione, garanzie che sarebbero state tradite. “Dopo tre round di negoziati, e nonostante il team americano parlasse di progressi significativi, hanno deciso di attaccarci”, ha denunciato Araghchi, definendo l'esperienza diplomatica con Washington come “molto amara”. Il ministro ha poi allargato il campo delle accuse, sostenendo che gli Stati Uniti e Israele stiano perseguendo un cambio di regime forzato, obiettivo che però giudica fallito: “Pensavano di poter ottenere una rapida vittoria in due o tre giorni, ma hanno fallito”.
Araghchi ha infine giustificato le recenti operazioni iraniane contro strutture collegate agli Stati Uniti definendole atti di “autodifesa” e negando che l'Iran abbia intenzionalmente bloccato lo Stretto di Hormuz. “Questa guerra ci è stata imposta. Ci stiamo semplicemente difendendo”, ha ribadito, assicurando che le capacità missilistiche del Paese rimangono intatte: “I nostri lanci di missili continuano e siamo pronti a perseguirli finché sarà necessario”. Con queste parole pronunciate oggi, la prospettiva di una tregua appare quanto mai remota, mentre il conflitto si avvia verso una fase di incertezza totale. (10 MAR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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