Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

GUERRA, GIORNO 11:
EMIRATI SOTTO TIRO

GUERRA, GIORNO 11: <BR> EMIRATI SOTTO TIRO

L'escalation totale che sta infiammando il Medio Oriente non ha accennato nemmeno nelle ultime ore a rallentare la sua corsa verso un conflitto su scala regionale, trasformando il Golfo e i confini levantini in un unico, immenso poligono di tiro. Mentre Washington e Teheran si scambiano minacce verbali, nell’undicesimo giorno di guerra sul terreno sono i missili a scandire il tempo di una guerra che non risparmia più alcun attore regionale.

LA NOTTE DI FUOCO IN LIBANO E IL FRONTE DEGLI EMIRATI. Il conflitto ha raggiunto un nuovo picco di intensità nella notte tra ieri e oggi. L'esercito israeliano ha lanciato una massiccia ondata di attacchi aerei che ha martellato sistematicamente il Libano meridionale e orientale. Le operazioni si sono concentrate nelle regioni di Tiro e Jezzine, a sud, spingendosi fino alla Bekaa occidentale, roccaforti storiche di Hezbollah. Le deflagrazioni, udite a chilometri di distanza, hanno segnato il passaggio a una fase di attacco totale contro le infrastrutture del movimento sciita, mentre le forze di difesa israeliane cercavano di neutralizzare le rampe di lancio puntate verso la Galilea. Quasi simultaneamente, il conflitto ha travalicato i confini del Levante per colpire il cuore finanziario del Golfo. Oggi, nell'undicesimo giorno di ostilità, il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha confermato una notizia che ha scosso le cancellerie internazionali: “Le difese aeree degli Emirati Arabi Uniti stanno attualmente rispondendo alle minacce missilistiche e dei droni provenienti dall'Iran”. L'attacco, diretto verso obiettivi strategici nella federazione, rappresenta una delle più gravi escalation dirette da parte di Teheran contro i vicini arabi dall'inizio della crisi, portando la guerra sulla soglia di casa dei principali partner commerciali dell'Occidente.

LO STRAPPO TRA HEZBOLLAH E LA SIRIA: ARTIGLIERIA AL CONFINE. In un colpo di scena geopolitico che ribalta anni di alleanze, il comando dell'esercito siriano ha denunciato ieri un attacco subito proprio da parte dei miliziani di Hezbollah. I colpi di artiglieria, partiti dal territorio libanese, hanno colpito l'area di Serghaya, a ovest di Damasco. La dichiarazione ufficiale del comando siriano non lascia spazio a interpretazioni: “Le milizie di Hezbollah hanno sparato questi colpi contro le posizioni dell'Esercito arabo siriano nei pressi di Serghaya”. L'episodio riflette il caos che regna lungo il confine poroso tra i due Paesi, dove dopo il crollo di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, Hezbollah ha visto interrotte le proprie rotte di rifornimento. “Abbiamo osservato l'arrivo di rinforzi di Hezbollah al confine tra Siria e Libano e stiamo monitorando e valutando la situazione”, hanno aggiunto i vertici militari di Damasco, precisando che “l'Esercito Arabo Siriano non tollererà alcuna aggressione contro la Siria” e che sono in corso contatti con le autorità libanesi per studiare le “misure necessarie”. La tensione è altissima, specialmente nel Libano orientale, dove i commando israeliani elitrasportati stanno ingaggiando feroci combattimenti con le unità di Hezbollah per il controllo delle alture strategiche.

LA SICUREZZA DIPLOMATICA IN IRAQ E LA TRAGEDIA IN BAHREIN. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è intervenuto con forza ieri per blindare la presenza diplomatica statunitense a Baghdad. In una telefonata carica di tensione con il Primo Ministro iracheno Mohammed Shia al-Sudani, Rubio ha preteso garanzie assolute. Secondo quanto riferito dal Dipartimento di Stato, Rubio “ha ribadito l'importanza che il governo iracheno adotti tutte le misure possibili per salvaguardare il personale e le strutture diplomatiche degli Stati Uniti”. Il monito americano arriva dopo che violente proteste popolari hanno circondato l'ambasciata in risposta ai raid contro l'Iran. Rubio ha inoltre “condannato fermamente gli attacchi terroristici da parte dell'Iran e dei gruppi terroristici filo-iraniani in Iraq, compresa la regione del Kurdistan iracheno”, segnalando come il territorio iracheno sia ormai considerato da Washington una succursale del campo di battaglia iraniano.
La violenza ha colpito duramente anche il Bahrein. Il ministero degli Interni di Manama ha confermato ieri che un attacco missilistico iraniano ha centrato un edificio residenziale nella capitale. Il bilancio è tragico: “Secondo i primi resoconti, una persona è morta e altre sono rimaste ferite in un palese attacco iraniano che ha preso di mira un edificio residenziale nella capitale”. È la conferma che la strategia di Teheran mira a colpire indiscriminatamente chiunque offra supporto logistico o politico agli Stati Uniti nella regione.

IL RISCHIO NATO E IL CONTATTO ANKARA-TEHERAN. Il campo di battaglia si è allargato inoltre pericolosamente verso nord, toccando i confini dell'Alleanza Atlantica. Nelle ultime ore, il rischio di un coinvolgimento diretto della NATO è passato da teorico a reale a causa di una serie di incidenti missilistici che hanno coinvolto la Turchia. Non si è trattato di un episodio isolato. Ieri, lunedì 9 marzo, le difese aeree della NATO hanno intercettato un secondo missile balistico iraniano che aveva violato lo spazio aereo turco. Questo segue un primo identico incidente avvenuto mercoledì scorso, 4 marzo, quando un altro ordigno era stato abbattuto prima di colpire obiettivi potenzialmente strategici, come la base di Incirlik. I frammenti del missile intercettato ieri sono precipitati in aree disabitate della provincia di Gaziantep, nel sud del Paese, senza causare vittime. L'incidente ha fatto scattare immediatamente il protocollo di crisi, dato che la Turchia è un membro chiave della NATO. Per scongiurare l'attivazione dell'Articolo 5, si è appreso oggi che si è tenuto un contatto d'urgenza tra Ankara e Teheran. Le autorità turche hanno chiesto spiegazioni immediate, mentre l'Iran ha cercato di derubricare l'accaduto a incidente tecnico legato alle intense attività di difesa aerea. Tuttavia, il rischio che un errore di calcolo trascini ufficialmente la NATO nel conflitto iraniano non è mai stato così concreto. Questo scenario si intreccia con la telefonata avvenuta ieri tra Donald Trump e Vladimir Putin. Durante il colloquio, il Presidente americano avrebbe avvertito il leader del Cremlino della necessità di frenare l'aggressività iraniana per evitare un allargamento incontrollabile del conflitto che potrebbe coinvolgere le potenze nucleari.

LA GUERRA DEL PETROLIO E IL BLOCCO DI HORMUZ. Il cuore economico dello scontro resta legato all'energia. Teheran ha evocato ieri lo spettro della “guerra del petrolio”, minacciando di colpire le infrastrutture estrattive dei paesi ostili. La risposta di Donald Trump è stata fulminante: il tycoon ha avvertito che qualsiasi tentativo di sabotare il mercato energetico globale porterebbe a una distruzione “senza precedenti” delle infrastrutture civili iraniane.

In questo contesto, lo Stretto di Hormuz emerge come il vero punto di rottura globale. Attraverso questa sottile striscia d'acqua transita circa un quinto del consumo mondiale di petrolio. Sebbene il ministro Araghchi abbia dichiarato oggi che l'Iran non ha intenzione di chiudere lo stretto, la realtà dei fatti parla di una navigazione resa impossibile dalle operazioni militari e dalla pioggia di droni. La chiusura, anche solo parziale, di Hormuz rappresenterebbe un'arma di ricatto economico tale da poter innescare una recessione globale, motivo per cui la flotta americana rimane in stato di massima allerta per garantire il libero passaggio, pronta a rispondere con la forza a ogni minima interferenza. (10 MAR / deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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