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direttore Paolo Pagliaro

“EPIC FURY” E’ COSTATA
5,6 MLD IN DUE GIORNI

“EPIC FURY” E’ COSTATA <BR> 5,6 MLD IN DUE GIORNI

L'acciaio americano ha un prezzo che sta scuotendo le fondamenta del Campidoglio, rivelando quanto sia profonda l'emorragia finanziaria necessaria per sostenere l'urto contro Teheran. Mentre i cieli mediorientali restano solcati dai vettori statunitensi, i documenti riservati filtrati ieri sera dai corridoi del Congresso hanno svelato un conto da capogiro: 5,6 miliardi di dollari polverizzati in sole quarantotto ore di operazioni (le prime di “Epic Fury”). Non si tratta di proiezioni a lungo termine, ma del valore secco delle munizioni ad alta tecnologia già consumate, una cifra che sta innescando un cortocircuito politico tra l'amministrazione e i legislatori preoccupati per la tenuta degli arsenali nazionali.

IL PREZZO DEL FUOCO: 5,6 MILIARDI IN 48 ORE. L'indiscrezione, lanciata dal Washington Post nella serata di ieri, lunedì 9 marzo, ha squarciato il velo di ottimismo che Donald Trump ha provato a stendere durante il pomeriggio. I funzionari citati dal quotidiano hanno confermato che la stima di 5,6 miliardi presentata al Congresso riguarda esclusivamente il costo dei missili e degli ordigni avanzati impiegati nei primi due giorni dell'offensiva. Questa velocità di spesa sta alimentando forti timori tra i parlamentari americani circa l'impatto del conflitto sulle scorte di armi strategiche, con il rischio concreto di lasciare sguarniti altri quadranti globali nel caso di un prolungamento delle ostilità. Dal Pentagono, la risposta è arrivata attraverso il portavoce Sean Parnell, che ieri ha tentato di blindare la narrazione ufficiale con una dichiarazione di assoluta prontezza operativa. “Il Dipartimento della Difesa ha tutto il necessario per portare a termine qualsiasi missione nel momento e nel luogo scelti dal Presidente”, ha assicurato Parnell, negando che le riserve strategiche siano a livelli di guardia. Eppure, dietro le rassicurazioni di facciata, la macchina bellica sta già cambiando marcia per necessità contabile.

LA SVOLTA VERSO L'AUSTERITÀ BELLICA. La discrepanza tra le parole e i fatti emerge anche dalla gestione temporale del conflitto. Se solo la scorsa settimana il Presidente aveva ipotizzato che l'operazione potesse durare più di un mese, ieri ha bruscamente invertito la rotta dichiarando alla CBS News che la guerra è “praticamente finita”. Una fretta giustificata ufficialmente dalle “pesanti perdite militari” subite dall'Iran, ma che molti leggono come la necessità di chiudere i rubinetti di una spesa non più sostenibile a questi ritmi. Secondo le direttive del Pentagono trapelate nelle ultime ore di ieri, la campagna militare entrerà da oggi, martedì 10 marzo, in una fase di risparmio tattico. L'ordine impartito ai comandi è chiaro: ridurre drasticamente l'uso delle costosissime munizioni di precisione a lungo raggio per fare maggiore affidamento sulle bombe a guida laser. Questi ordigni, pur mantenendo un'elevata efficacia, sono decisamente più abbondanti nei magazzini e, soprattutto, hanno un costo unitario molto più contenuto rispetto ai vettori balistici utilizzati nella fase iniziale dell'invasione aerea.

UN BILANCIO SOTTO ASSEDIO.  La sfida per la Casa Bianca si sposta dunque dal campo di battaglia ai registri contabili. Nonostante la vittoria rivendicata da Trump, il Pentagono deve ora affrontare il problema del rifornimento delle scorte di armi avanzate, in un momento in cui il Congresso appare sempre più scettico sulla gestione di fondi miliardari che spariscono nel giro di poche ore. La realtà che si delinea oggi è quella di un'amministrazione che corre contro il tempo, cercando di infliggere il colpo di grazia al regime iraniano prima che il costo dell'acciaio e della tecnologia diventi politicamente ed economicamente indigeribile per l'opinione pubblica americana. (10 MAR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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