di Paolo Pagliaro
Per descrivere ciò che è accaduto e sta accadendo a Gaza, di cui ormai si parla poco o nulla, alcuni studiosi usano il concetto di urbicidio, il più brutale e duraturo urbicidio della storia moderna. Distruggendo e impedendo la ricostruzione di ospedali, scuole, attività economiche, abitazioni, infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, l’esercito israeliano rende estremamente complicata, faticosa e travagliata la vita quotidiana dell’intera popolazione. In questo modo i palestinesi che non vengono ammazzati sono di fatto menomati dalla rovina dell’ambiente in cui vivono, che li costringe a un’esistenza dolorosa e completamente dipendente da altri. Le cronache di quanto sta accadendo sono scarse (260 i giornalisti uccisi a Gaza) e gli approfondimenti sono affidati ai libri, come quello intitolato “Città in guerra” che Francesco Chiodelli , dell’università di Torino, pubblica per Bollati Boringhieri.
In un altro libro – intitolato “Il vincolo della vergogna” e proposto da Adelphi – spetta a Carlo Ginzburg, autorità mondiale nell’ambito degli studi storici, riassumere in poche righe il proprio sdegno di italiano ebreo – rigorosamente in quest’ordine. “L’orrendo massacro del 7 ottobre – scrive Ginzburg - avrà generato un senso di vergogna negli uomini e donne appartenenti a comunità palestinesi che non si sono riconosciuti nelle violenze perpetrate da Hamas. Ma la feroce, criminale risposta del governo Netanyahu, segnata dalla strage di bambini e di adulti ridotti alla fame nella striscia di Gaza, ha suscitato un senso di vergogna in me”. Ginzburg non ha soluzioni pronte per porre fine a questa tragedia ma scrive che quelle proposte dal governo israeliano sono ripugnanti, e alimentano l’antisemitismo, “ripugnante sotto qualsiasi forma”.





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