Continuano le aggressioni negli ospedali. Il 12 marzo, Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza verso gli operatori sanitari e sociosanitari, è l’occasione per fare il punto della situazione. A partire dagli infermieri, che si confermano professionisti "in prima linea", sia perché più esposti a episodi di violenza sia perché, da sempre, impegnati a sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema. Una prima fotografia dello scenario attuale emerge dai dati raccolti dalla FNOPI - Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche e consegnati all'Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità (ONSEPS) per predisporre la relazione annuale sulle attività dell’ONSEPS relative all’anno scorso. A gennaio, la Federazione ha proposto a tutti gli iscritti un questionario finalizzato a monitorare gli episodi di violenza commessi ai danni dei professionisti sanitari e sociosanitari nel 2025. Alla survey hanno risposto in 6.232. In 2.771 hanno dichiarato di essere stati aggrediti negli ultimi 12 mesi: rappresentano il 44% del totale, la maggioranza sono donne e lavorano nel settore pubblico. Inoltre, il numero delle aggressioni rilevate è superiore a quello delle persone aggredite. Gli episodi sono 12mila per una media di 6 l’anno subiti da ogni dichiarante, con una prevalenza di casi di violenza verbale. Dalle risposte del questionario si evince, infine, che i luoghi in cui si verificano la maggior parte delle aggressioni sono principalmente ambulatori pubblici, spazi comuni delle strutture sanitarie, interni o esterni, reparti di degenza, pronto soccorso, servizi territoriali.
Altri dati arrivano dalla rete associativa di AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia e UMEM – Unione Medica Euromediterranea, aggiornati al 28 febbraio 2026, che confermano una crescita preoccupante degli episodi di aggressione nelle strutture sanitarie italiane. Le loro stime indicano oltre 31.000 aggressioni annue denunciate, con un incremento che resta stabilmente elevato rispetto agli anni precedenti. L’aumento registrato nell’ultimo anno si mantiene attorno al +36%, mentre nei Pronto Soccorso – contesti ad altissima pressione – gli episodi di violenza arrivano a crescere fino al +42%. La distribuzione delle aggressioni evidenzia inoltre come il fenomeno coinvolga in modo trasversale tutte le professioni sanitarie. Le rilevazioni indicano che oltre il 55% degli episodi riguarda il personale infermieristico, mentre circa il 35% interessa i medici. La restante quota coinvolge altri professionisti sanitari – operatori sociosanitari, tecnici e personale di supporto – che lavorano nelle strutture ospedaliere e territoriali. Il fenomeno si manifesta in forme diverse: violenza fisica, minacce, aggressioni verbali e pressioni psicologiche, spesso legate alla tensione nei servizi di emergenza, alle liste di attesa e al sovraccarico dei sistemi sanitari. Ad essere colpite sono per oltre la metà le donne, in primis dottoresse e infermiere.
Un capitolo specifico, poi, riguarda la condizione dei professionisti sanitari di origine straniera, che in Italia rappresentano ormai una componente essenziale del sistema sanitario. Le associazioni della rete sanitaria internazionale AMSI, UMEM, AISCNEWS – rete internazionale di informazione “agenzia mondiale senza confini” e il Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE sottolineano come la violenza contro i professionisti della salute rappresenti una vera emergenza sociale oltre che sanitaria. Le organizzazioni evidenziano che la crescita delle aggressioni non riguarda solo il piano della sicurezza sul lavoro, ma coinvolge anche la qualità dell’assistenza e la tenuta complessiva dei sistemi sanitari, già messi sotto pressione da carenze di personale e da una crescente domanda di cure. Le analisi evidenziano che una quota significativa delle aggressioni assume anche la forma di violenza verbale, discriminazioni o pressioni psicologiche legate all’origine, alla lingua o alla provenienza culturale. Secondo le stime elaborate dalle organizzazioni della rete sanitaria internazionale, circa il 18% degli operatori sanitari di origine straniera dichiara di aver subito episodi di discriminazione o aggressione verbale nel contesto lavorativo, fenomeni che spesso rimangono sotto-denunciati.
Per quanto riguarda le donne, secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie del Ministero della Salute, oltre il 60% dei professionisti coinvolti nelle aggressioni sono donne. Un dato che riflette anche la forte presenza femminile nelle professioni sanitarie e sociosanitarie, tra cui quella ostetrica. La Relazione annuale dell’Osservatorio, pubblicata in occasione della Giornata nazionale del 12 marzo, evidenzia che nel 2025 sono state segnalate quasi 18mila aggressioni ai danni del personale sanitario e sociosanitario, con 23.367 operatori coinvolti. Il numero degli episodi risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2024 (18.392), mentre aumenta il totale delle persone aggredite, che passa da circa 22mila a oltre 23mila. Gli aggressori sono prevalentemente i pazienti, seguiti da familiari o caregiver. Nella maggior parte dei casi si tratta di violenza verbale (69%), mentre le aggressioni fisiche rappresentano circa il 25% e gli episodi contro la proprietà il 6%. Gli eventi riguardano soprattutto il personale infermieristico (55%), seguito da medici (16%) e operatori sociosanitari (11%). Un fenomeno che diventa ancora più complesso quando riguarda professionisti che operano in contesti altamente emotivi e delicati, come la gravidanza e il parto. Momenti che, pur rappresentando eventi di gioia e attesa, possono trasformarsi improvvisamente in situazioni critiche, generando tensioni e reazioni difficili da gestire. (12 MAR - gci)
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