di Paolo Pagliaro
Il pianeta non ha mai speso così tanto per fare la guerra, o per scongiurarla, secondo i teorici della deterrenza. Ogni persona ha contribuito, in media, con 334 dollari alle spese militari del proprio paese. I nove stati nucleari sono arrivati a possedere 12.240 testate, di cui 3.900 già schierate su missili e aerei operativi. La Russia ne ha 5.459, trecento in più degli Stati Uniti, la Cina 600, la Francia 370, il Regno Unito 225, l’India 180, il Pakistan 170, Israele 90 e la Corea del Nord 50. La Cina è la più dinamica: il suo arsenale è cresciuto da 500 a 600 testate in un solo anno. Gli Stati Uniti stanno sostituendo le bombe B61 dislocate in Italia e nel resto d’Europa con versioni che ne aumentano la precisione. L'era delle riduzioni degli arsenali nucleari sta dunque volgendo al termine. Il concetto di deterrenza si fondava su una logica semplice: la certezza della distruzione reciproca scoraggia il primo colpo.
Oggi quella logica scricchiola. Perché con più attori nucleari la geometria della deterrenza bilaterale si è trasformata in un sistema multipolare instabile. E perché l'intelligenza artificiale nei sistemi di comando sta sì accorciando i tempi decisionali ma sta anche aumentando il rischio di errori di calcolo. Come è accaduto la mattina del 28 febbraio quando un missile da crociera statunitense è stato indirizzato dall’algoritmo su una scuola elementare femminile di Minab, nel sud dell'Iran, uccidendo 165 tra bambine e maestre. Più armi, più autonomia delle macchine, meno tempo per pensare. La nuova guerra si annuncia più spietata di quelle che l’hanno preceduta.





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