È morto Umberto Bossi. L’uomo simbolo della Lega si è spento a 84 anni, lasciando un vuoto profondo in quella parte d’Italia che per decenni lo ha considerato non solo un leader, ma un vero e proprio profeta del territorio. Con la sua scomparsa, cala definitivamente il sipario su una delle figure più dirompenti, controverse e carismatiche della storia repubblicana, l'uomo che dal nulla inventò un’identità politica e territoriale - la Padania - capace di scuotere le fondamenta dello Stato centrale. Nato a Cassano Magnago nel 1941, Bossi non era un politico di carriera nel senso tradizionale. Prima di approdare alla militanza, la sua vita era stata un mosaico di tentativi e passioni: dagli studi di medicina a Pavia alla breve parentesi come cantautore con lo pseudonimo di “Donato”. Fu l’incontro con l’autonomismo valdostano di Bruno Salvadori a fornirgli la scintilla decisiva: l’intuizione che il Nord, motore economico del Paese, fosse schiacciato da un centralismo romano inefficiente e predatore. Quell'intuizione si materializzò il 12 aprile 1984, quando in uno studio notarile di Varese fondò la Lega Autonomista Lombarda, il nucleo primordiale di quella che sarebbe diventata la Lega Nord.
Il “Senatùr”, come venne soprannominato dopo la sua prima elezione a Palazzo Madama nel 1987, impose uno stile comunicativo senza precedenti. Usava il dialetto, brandiva simboli ancestrali come il guerriero Alberto da Giussano e l’ampolla d'acqua del Po, e non temeva di ricorrere a un linguaggio crudo, talvolta brutale, per dare voce alla rabbia della "gente del Nord". Il suo grido contro “Roma ladrona” non era solo un attacco alla corruzione, ma la richiesta di un nuovo patto sociale basato sul federalismo e sull'autonomia fiscale. La sua ascesa coincise con il crollo della Prima Repubblica. Bossi fu l'architetto del successo del centrodestra nel 1994, alleandosi con un altro “outsider”, Silvio Berlusconi, in un rapporto fatto di attrazioni fatali e rotture drammatiche. Celebre rimase il “ribaltone” del Natale di quello stesso anno, quando Bossi ritirò l'appoggio al governo causandone la caduta, per poi tornare a essere l'alleato indispensabile del Cavaliere nei lunghi anni dei governi successivi, durante i quali ricoprì la carica di Ministro per le Riforme.
La vita di Umberto Bossi cambiò tragicamente l’11 marzo 2004, quando un grave ictus lo colpì nella sua casa di Gemonio. Quell'evento ne minò il fisico e la voce, trasformandolo in una figura fragile ma quasi mistica per il suo popolo, che continuò a seguirlo con una devozione raramente vista in politica. Anche quando le inchieste giudiziarie del 2012 lo costrinsero alle dimissioni da segretario, e nonostante il partito sotto la guida di Matteo Salvini avesse preso una direzione nazionale e sovranista lontana dalle sue radici, Bossi è rimasto fino all'ultimo la “coscienza critica” della Lega. Oggi, con la sua morte, l'Italia perde il leader che ha trasformato il regionalismo in una forza di governo e che ha costretto l'intero Paese a confrontarsi con il tema del federalismo. Umberto Bossi se ne va lasciando un'eredità complessa: quella di un uomo che ha saputo sognare un Nord indipendente, ma che ha finito per cambiare per sempre l'assetto dell'intera nazione.
(deg)





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