Nonostante l’imposizione dei dazi da parte dell’amministrazione statunitense, nel 2025 l’interscambio commerciale dell’Italia con il resto del mondo ha registrato un surplus pari a 50,7 miliardi di euro. Le esportazioni di beni in valore sono cresciute del 3,3%, mentre le importazioni del 3,1%. È quanto emerge dalla quattordicesima edizione del “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2026” dell’Istat. L’edizione di quest’anno ha come obiettivo l’analisi del posizionamento dell’economia, dei settori e delle imprese italiane nell’attuale scenario internazionale, caratterizzato dalle restrizioni al commercio imposte dall’amministrazione statunitense. Come sottolinea il Rapporto, tra le principali economie europee, nel 2025 solo l’Italia ha registrato un incremento significativo delle proprie esportazioni verso gli Stati Uniti, con una crescita del 7,2%.
Un dato che si distingue da quello degli altri grandi partner europei: la Francia ha segnato una flessione dello 0,9%, mentre Germania e Spagna hanno accusato cali superiori al 9%. Il dato aggregato è tuttavia il risultato di una dinamica molto positiva concentrata in pochi settori, farmaceutica e mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli su tutti. La farmaceutica ha registrato una crescita del 28,5% delle esportazioni manifatturiere complessive del settore e del 54,1% delle esportazioni verso gli Stati Uniti; i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli hanno segnato rispettivamente +22,2% sull’export totale e +59,5% verso gli USA. In senso opposto hanno pesato i crolli di coke e raffinazione (-63,1% verso gli USA), autoveicoli (-18,2%) e metallurgia (-10,3%). Su 22 comparti manifatturieri, 12 hanno complessivamente registrato contrazioni dell’export.
Un ulteriore elemento evidenziato dal Rapporto è che l’Italia risulta il Paese più esposto ai mercati extra-UE rispetto ai principali partner europei. Il 48,2% dell’export è diretto fuori dall’Unione, quota superiore a quella di Germania (44%), Francia (46,1%) e Spagna (37,6%). Gli Stati Uniti assorbono il 10,8% dell’export italiano di beni, confermandosi secondo mercato di destinazione dopo la Germania (11,4%). Nell’ipotesi teorica di un azzeramento totale delle esportazioni verso gli USA, il Pil italiano si ridurrebbe dell’1,1%, pari a circa 20 miliardi di euro.
Per quanto riguarda le conseguenze delle restrizioni al commercio imposte dall’amministrazione statunitense, le stime econometriche elaborate dall’Istat mostrano che l’effetto dei dazi sulle esportazioni, pur negativo, è stato complessivamente contenuto: un raddoppio delle aliquote medie effettive si traduce in una mancata crescita delle esportazioni pari al 3,2%. Le conseguenze più pesanti hanno riguardato le imprese che avevano gli Stati Uniti come primo mercato di destinazione: per queste, le stime evidenziano una differenza di 6,1 punti percentuali, corrispondente a circa 1,5 miliardi di euro di mancata crescita delle esportazioni. Nel dettaglio settoriale, gli effetti negativi più marcati hanno colpito i Mobili (-3,2 punti percentuali) e, in valore assoluto, gli Alimentari (-535 milioni), i Prodotti in metallo (-451 milioni) e l’Abbigliamento (-302 milioni). Unica eccezione rilevante la Farmaceutica, che ha beneficiato di esenzioni parziali e ha registrato un effetto positivo stimato in +528 milioni.
In merito alle importazioni, il Rapporto segnala come nel 2025 quelle provenienti dalla Cina abbiano raggiunto livelli record, con un aumento del 20,1% (con un’accelerazione particolarmente marcata nella prima parte dell’anno: +29,1% tra gennaio e luglio). L’Italia è già il Paese più esposto tra le quattro grandi economie europee, con la Cina che pesa per il 10,3% delle importazioni totali di beni, rispetto al 7,5% della Germania, all’8,8% della Spagna e al 6,6% della Francia. Il caso più eclatante riguarda la farmaceutica: le importazioni di prodotti farmaceutici dalla Cina sono passate da 680 milioni di euro nel 2024 a oltre 7,7 miliardi nel 2025, con una variazione di +933,7%, un incremento eccezionale che ha portato questo settore a superare il valore delle importazioni farmaceutiche dagli Stati Uniti registrato nel 2024. L’accelerazione cinese è avvenuta in concomitanza con l’imposizione dei dazi americani nei confronti di Pechino, con evidenti effetti di riorientamento dei flussi commerciali globali. Sul fronte delle importazioni dagli Stati Uniti, il Rapporto evidenzia una dinamica altrettanto sostenuta: nel 2025 le importazioni nazionali di merci dagli USA sono aumentate del 42,1% (dopo il +18,8% del 2024), trainate soprattutto dalla farmaceutica, il cui import dagli Stati Uniti è cresciuto del 100,2% — con un’ulteriore accelerazione tra agosto e novembre (+148,6%) — portando questo settore a coprire circa il 45% del totale delle importazioni manifatturiere annue dagli USA.
Il Rapporto dedica inoltre un’analisi specifica all’importazione di prodotti a valenza strategica. La Cina si conferma primo fornitore per i principali Paesi UE, con una quota del 9,3% del valore totale delle importazioni strategiche, che sale all’11,3% nel caso dell’Italia. Il Paese si distingue inoltre per una dipendenza superiore a Germania e Francia nelle categorie legate ai materiali energetici, pilastro della transizione energetica e tra i più esposti alle turbolenze geopolitiche internazionali. Sul piano del rischio-Paese, circa il 60% delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da Paesi a rischio politico medio o alto. Sono state individuate 583 imprese particolarmente vulnerabili, direttamente importatrici di beni scarsi, poco sostituibili e ad alto valore strategico: realtà di dimensioni contenute ma di peso economico significativo, che nel 2023 impiegavano complessivamente circa 175.000 addetti e generavano circa 23 miliardi di euro di valore aggiunto e 130 miliardi di fatturato. Oltre un terzo di queste imprese operava nel Commercio, il 13% nei Macchinari.
Alla luce di questo quadro, il Rapporto solleva interrogativi su alcune possibili direttrici di risposta. La prima è un’ulteriore diversificazione dei fornitori di beni strategici. La seconda riguarda un maggiore sfruttamento dei benefici del mercato comunitario, tenendo conto però del grado di competitività dell’Italia all’interno del mercato unico europeo. Infine, un’ulteriore opzione è la ricerca di mercati extra-UE a domanda potenzialmente dinamica, come il Mercosur o l’India. (24 MAR - lug)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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