Agenzia Giornalistica
direttore Paolo Pagliaro

IRAN, UNA GUERRA
PER TORNARE ALL’INIZIO?

IRAN, UNA GUERRA <BR> PER TORNARE ALL’INIZIO?

Nel ventiseiesimo giorno di guerra tra l’asse israelo-americano e l’Iran, il panorama politico internazionale è scosso da un’improvvisa, quanto sospetta, accelerazione nelle trattative. Il presidente americano Donald Trump ha sbandierato un presunto ottimismo, indicando nel vicepresidente JD Vance e nel segretario di Stato Marco Rubio i capofila di un dialogo serrato con Teheran. Tuttavia, l'analisi del “Piano in 15 punti” presentato dagli Stati Uniti svela un paradosso geopolitico quasi grottesco: le richieste fondamentali — dallo smantellamento di parti del programma nucleare al taglio dei fondi per Hezbollah e Hamas, fino alla sicurezza dello Stretto di Hormuz — sono pressoché identiche a quelle che costituivano l’ultimatum della Casa Bianca alla vigilia del conflitto. Leggendo tra le righe, questa mossa appare meno come un’offensiva diplomatica e più come un segnale di debolezza strutturale. Proporre oggi ciò che l’Iran ha già respinto ventisei giorni fa, dopo settimane di bombardamenti e perdite, solleva dubbi sulla reale efficacia dell'azione militare. Si profila l'ombra di uno scollamento profondo tra Trump e Benjamin Netanyahu: mentre il premier israeliano preme per una vittoria totale, il presidente americano sembra tentare disperatamente di sottrarsi alla “trappola di Netanyahu”, ovvero il rischio di essere trascinato in una guerra terrestre di logoramento. Quella che la Casa Bianca vende come forza negoziale potrebbe essere, in realtà, la fretta di chiudere un capitolo troppo costoso, cercando di spacciare per “nuovo accordo” una vecchia lista di pretese mai accettate.

LA RISPOSTA MILITARE IRANIANA: IL MURO DI ZOLFAGHARI. Mentre la Casa Bianca parla di progressi, la realtà dei comandi militari racconta una storia opposta. Oggi, nelle prime ore del mattino, il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari, portavoce del quartier generale centrale Khatam Al-Anbiya, ha stroncato le narrazioni ottimistiche di Trump. Con una dichiarazione affidata all'agenzia Fars, Zolfaghari ha inviato un messaggio gelido agli Stati Uniti: “Non chiamate il vostro fallimento un accordo”. Queste parole suggeriscono che l'Iran abbia percepito l'offerta americana come un atto di cedimento piuttosto che come una posizione di forza. Zolfaghari ha alzato la posta, legando la fine del conflitto a un mutamento radicale degli equilibri globali. Secondo il portavoce, non si tornerà allo status quo ante né per quanto riguarda la geopolitica regionale né per i mercati energetici: “Non ci sarà alcun ritorno ai prezzi del petrolio precedenti, né all'ordine precedente, finché non avremo fatto ciò che vogliamo”. Il colonnello ha poi concluso con un attacco frontale alla leadership americana, affermando che la pace sarà possibile solo quando “l'idea di agire contro la nazione iraniana sarà completamente cancellata dalle vostre menti sporche”. La sua chiusura non lascia spazio a interpretazioni: “Le nostre prime e ultime parole, fin dal primo giorno, sono state, sono e saranno: Nessuno come noi andrà d'accordo con qualcuno come voi. Né ora, né mai”.

HORMUZ E LO SCACCHIERE MARITTIMO: LE CONDIZIONI DI TEHERAN. In questo clima di incertezza, anche i segnali tecnici assumono un valore ambiguo. Ieri sera, l'Iran ha inviato una nota ufficiale all'Organizzazione marittima internazionale (IMO) specificando che le “navi non ostili” possono continuare a navigare nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, la clausola che impone il rispetto delle “norme di sicurezza” iraniane è un'arma a doppio taglio: di fatto, Teheran si arroga il diritto di decidere, nave per nave, chi sia “ostile” e chi no. Leggendo anche in questo caso tra le righe, questa non è una concessione, ma l'affermazione di un controllo totale sulla gola economica del mondo, una minaccia silente che pende su ogni tentativo di mediazione di Vance e Rubio mentre la Casa Bianca appare sempre più in cerca di una via d'uscita onorevole.

LO SCHIERAMENTO DELL'82ª DIVISIONE: DETERRENZA O NECESSITÀ? A fronte di una diplomazia che appare claudicante e ripetitiva, il Pentagono cerca di puntellare la posizione americana con i fatti. È di oggi la notizia del prossimo dispiegamento di circa 1.000 soldati della prestigiosa 82ª Divisione Aviotrasportata, che nella sua storia annovera anche la partecipazione allo sbarco in Normandia, in Medio Oriente. Se da un lato questa mossa serve a rassicurare Israele sulla tenuta dell'impegno statunitense, dall'altro conferma che la situazione sul terreno è tutt'altro che sotto controllo. L'invio di truppe scelte suggerisce che, nonostante i proclami di Trump su un possibile accordo, i comandi militari si stiano preparando allo scenario peggiore: un'improvvisa fiammata del conflitto che richiederebbe una forza di reazione rapida già posizionata nel teatro operativo, qualora l'Iran decidesse di sfruttare l'apparente indecisione politica di Washington.

LA NOTTE DI FUOCO: IMPATTI SU TEL AVIV E RITORSIONE SU TEHERAN. Il fallimento, almeno momentaneo, della de-escalation è testimoniato dai fatti di ieri sera. Dodici persone sono rimaste ferite in due città dell'hinterland di Tel Aviv a causa dell'impatto di missili iraniani che sono riusciti a penetrare lo scudo difensivo o i cui detriti hanno causato danni in aree civili. L'attacco ha dimostrato la persistente capacità offensiva di Teheran, nonostante le settimane di pressione bellica. In risposta a questo evento, l'esercito israeliano ha annunciato oggi, durante la notte italiana, di aver ripreso i bombardamenti pesanti sulla capitale Teheran. Le fonti militari di Gerusalemme hanno giustificato l'azione con la necessità di colpire i siti di lancio individuati durante le ultime salve missilistiche. Questo scambio diretto di colpi tra le due capitali rende i “15 punti” del piano americano simili a un esercizio accademico distante dalla realtà brutale del fronte, evidenziando come Israele stia seguendo un'agenda di sicurezza nazionale che non sembra più coincidere con i tempi elettorali o diplomatici di Trump.

L’OFFENSIVA IN LIBANO: LA NUOVA “ZONA DI SICUREZZA”. Infine, il fronte libanese ha registrato un'ulteriore, tragica escalation. Nella notte tra ieri e oggi, almeno nove persone sono morte in tre raid israeliani che hanno devastato diverse località nel Libano meridionale, roccaforte di Hezbollah. L'intensità dei bombardamenti è aumentata drasticamente dopo la dichiarazione ufficiale rilasciata ieri da Israele, con la quale lo Stato ebraico ha annunciato l'intenzione di prendere il controllo di una vasta area del sud del Libano per garantirne la sicurezza. L'obiettivo è la creazione di una “zona di sicurezza” permanente, una mossa che rischia di diventare il nuovo pantano dell'esercito israeliano ma che serve a Netanyahu per blindare il confine nord. Anche qui, la discrasia tra la narrazione di Washington e le azioni di Gerusalemme è palese: mentre Trump cerca un accordo per tornare allo status quo ante, Israele espande il controllo territoriale, rendendo di fatto impossibile per Teheran accettare qualsiasi piano che preveda il disarmo dei propri alleati regionali senza una contropartita che il governo israeliano non è minimamente intenzionato a concedere.  (25 MAR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
IM

Italiani nel mondo

NOVE COLONNE ATG

archivio

NOVE COLONNE ATG / SETTIMANALE

archivio

Turismo delle radici
SFOGLIA il Magazine

GLI ALFIERI DEL MADE IN ITALY

Le eccellenze italiane si raccontano

EDICOLA

Il meglio della stampa italiana all’estero

Logo Edicola

Speciali per l'estero