di Paolo Pagliaro
Leggiamo sui giornali che “un’intera generazione non avrà la gioia, il piacere, l’eccitazione e la frenesia” di vivere un mondiale di calcio con l’Italia protagonista. Che non potrà fare nemmeno questa volta “l’esperienza struggente ed esaltante di tifare per gli azzurri contro il resto del mondo”. Che “crescerà senza memoria di notti magiche, di abbracci, caroselli nelle piazze, lacrime e maledizioni”. Che “non avrà una narrazione da condividere”.
Sono citazioni tratte da quotidiani di diverso orientamento, ma tutti concordi nel raccontare la frustrazione sportiva di ragazzi che vivono in pace e benessere utilizzando un vocabolario solitamente usato per le tragedie vere.
Sembra dunque urgente ripristinare una corretta gerarchia del dolore ricordando, a proposito di generazione Z, i dati forniti dalle agenzie internazionali. Nel 2024 è stato registrato il numero record di 520 milioni di bambini e adolescenti presenti in zone di guerra. In un anno uccisioni, mutilazioni, aggressioni sessuali e rapimenti sono aumentati del 30%. Quasi 48 milioni di minorenni risultano sfollati a causa di conflitti e violenze. 52 milioni non frequentano le scuole. Nella sola striscia di Gaza un'intera classe di bambini è stata uccisa, ogni giorno, per quasi due anni, come documentato dall’Unicef davanti al consiglio di sicurezza dell’Onu. In un anno 9 mila persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie. E chissà quanti erano i minorenni tra le 30 mila persone annegate negli ultimi dieci anni nel Mediterraneo.
Sì, sarebbe stato meglio andare ai Mondiali, ma anche per gli adolescenti c’è trauma e trauma.
(© 9Colonne - citare la fonte)




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