Francesco Vaccarone è stato un intellettuale ligure, che ha scelto di manifestare il proprio pensiero, nutrito da studi di filosofia, attraverso l’espressione artistica. Pittura, incisione e scultura sono stati gli strumenti con cui ha espresso il suo modo di vedere il mondo e la modalità con cui ha dialogato, oltre che con il pubblico e i suoi collezionisti, con i più importanti esponenti della cultura del secondo Novecento, grazie a oltre duecento mostre personali in Italia e all’estero. Al maestro e alla sua arte è dedicata la mostra "Francesco Vaccarone a Roma 1970-1976” che Palazzo Merulana ospita dallo scorso 20 marzo al 3 maggio. Un progetto espositivo, fortemente voluto dalla sua famiglia, curato da Umberto Croppi, presidente dell'Accademia di Belle Arti di Roma, e da Paolo Asti, grande amico e cultore dell’artista, nonché presidente dell’associazione culturale Startè, che ha prodotto la mostra. Quest’ultima non è solo un omaggio ma è anche un tassello che va a riempire un vuoto importante nel mosaico della Storia dell’arte del secolo scorso e lo fa raccontando uno spaccato temporale preciso, ovvero gli anni che il maestro Vaccarone trascorse a Roma. È in questo contesto che si inserisce la scelta di Palazzo Merulana di accogliere l’esposizione, per offrire al pubblico un ulteriore spunto di lettura dell’arte romana del Novecento, accanto a quelli offerti dalle opere della Collezione Elena e Claudio Cerasi, qui custodite. Da quel periodo (e dagli incontri che ne scaturirono) derivava in parte il suo modo di esplorare il rapporto tra figura e spazio, memoria e paesaggio urbano (e interiore) sulla tela e sulle lastre attraverso il suo segno incisivo. A Roma, infatti, Vaccarone frequentò la Stamperia Il Cigno, crocevia di artisti come Burri, Capogrossi e Afro, Marini, Gentilini, Guttuso e Fieschi, e divenne punto di riferimento per la Scuola Romana. Fu una fase cruciale nella sua vita, che coincise con la coda del boom economico e l’ingresso negli anni della contestazione e della sua maturità artistica. Nella selezione delle opere esposte, i due curatori hanno voluto narrare questo percorso. (gci)
“JUMP”: A GENOVA IL SALTO CHE DIVENTA ARTE
Il salto che diventa arte: dallo scorso 19 marzo al 3 maggio al Galata Museo del Mare di Genova sarà visitabile “Jump. Into the Sea”, mostra personale di Silvia Caimi a cura di Giammarco Puntelli. Un progetto espositivo che mette al centro l’istante del salto come gesto simbolico di trasformazione, in dialogo con il mare visto non solo come paesaggio fisico, ma come spazio intimo e dimensione interiore. Al centro della mostra, l’istante del salto: non un gesto sportivo, ma un atto di trasformazione, scelta e fiducia. Nelle opere, realizzate su tela bianca senza colore, il corpo umano è colto nell’attimo che precede l’impatto con il mare. È una sospensione carica di tensione e possibilità, un momento in cui tutto può ancora accadere: il mare diventa così uno spazio mentale, un orizzonte interiore che misura il coraggio di lasciarsi andare. In questo dialogo tra figura e infinito, tra vuoto e profondità, l’immagine si fa metafora universale dell’esperienza umana. “Jump. Into the Sea” invita il pubblico a fermarsi in quell’attimo sospeso che precede ogni scelta importante, riconoscendo nel salto non una caduta, ma un atto di fiducia verso l’ignoto. La ricerca di Silvia Caimi indaga da anni il movimento dell’anima come libertà e coerenza dell’essere. I suoi “Jump” rappresentano una tensione verso l’autenticità, la sospensione diventa così linguaggio, equilibrio tra quotidiano e infinito. La mostra è inclusa nel biglietto d’ingresso e sarà visitabile negli orari di apertura del museo. (gci)
PROROGATA AL 30 APRILE “OBIETTIVO, ARTE POVERA” DI PAOLO MUSSAT SARTOR
"È il 16 marzo 1978, un giovane fotografo sta viaggiando in macchina da Torino verso Roma accompagnato dai suoi fedeli compagni di viaggio, gli strumenti di lavoro, quando viene fermato in Emilia, in autostrada dalla polizia. Gli chiedono dove va, risponde che sta andando a Roma e gli dicono allarmati che a Roma è successo un fatto molto grave, Aldo Moro è stato rapito e gli uomini della scorta uccisi dalle BR. È incerto sul da farsi, per fortuna decide di proseguire. Quel rapimento è un fatto storico di enorme portata, la città è deserta, blindata, i negozi chiusi. Ma per il mondo dell’arte stava per avvenire qualcosa di molto importante". Questo è l'incipit del testo critico di Laura Cherubini che accompagna la mostra “OBIETTIVO, ARTE POVERA. Un viaggio nell’arte dal 1968” alla Galleria Gracis a Milano, prorogata fino al 30 aprile. Il giovane fotografo a cui fa riferimento è Paolo Mussat Sartor (Torino, 1947), protagonista di questa esposizione: un autore che, con sguardo lucido e straordinaria sensibilità, si è affermato come uno dei più importanti e rigorosi testimoni dell’arte contemporanea in Italia. Attraverso oltre sessant’anni di attività, il suo lavoro ha accompagnato, documentato, e in molti casi definito, l’immaginario visivo di un’intera stagione artistica, restituendone con profondità critica e intensità poetica i momenti più significativi. Il titolo dell’esposizione racchiude in sé le parole chiave che sono il fil rouge del progetto. L’obiettivo è quello della macchina fotografica di Mussat Sartor che si fonde con il suo sguardo e la sua visione della realtà. I viaggi evocano la serie di fotografie - totalmente inedite - scattate dall’abitacolo della sua auto tra gli anni ’70 e ’90, quando attraversava l’Europa per documentare mostre e artisti. Mussat Sartor attraverso i suoi scatti ha raccontato l’Arte Povera e la scena internazionale dell’arte moderna e contemporanea a cavallo degli anni ’70, restituendoci una lettura critica del lavoro degli artisti che va oltre il semplice racconto e si fa testimonianza autentica e vibrante di quell’epoca eroica. Alla Galleria Gracis sono esposte circa 30 immagini che ritraggono i principali protagonisti dell’Arte Povera e le loro opere, tra cui Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Eliseo Mattiacci, Mario Merz, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Emilio Prini, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio e altrettante fotografie della serie inedita dei Viaggi. Ma non solo, le fotografie dialogheranno con le opere degli stessi artisti che Mussat Sartor aveva ritratto - provenienti dalla sua collezione personale - chiudendo il cerchio su quello che è il terzo cardine della mostra, ossia l’Arte Povera. Mostra realizzata con la gentile collaborazione di Francesca Chiappero. (gci)
ARTE, A ROMA L’ESPOSIZIONE “BERNINI E I BARBERINI”
Dopo lo straordinario successo di Caravaggio 2025, fino al 14 giugno le Gallerie Nazionali di Arte Antica a Roma presenteranno nelle sale di Palazzo Barberini la grande mostra “Bernini e i Barberini”, a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi: un’indagine sul rapporto speciale tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini, suo primo e più decisivo committente, eletto pontefice nel 1623 con il nome di Urbano VIII. La mostra, realizzata con il sostegno del main partner Intesa Sanpaolo e con il patrocinio della Fabbrica di San Pietro in Vaticano, offre un’occasione inedita per ripensare la nascita del Barocco attraverso la lente privilegiata del dialogo personale e intellettuale tra Bernini e papa Urbano VIII, figure chiave nell’affermazione del linguaggio artistico del loro tempo. L’esposizione si colloca in coincidenza con il 400mo anniversario della consacrazione della nuova Basilica di San Pietro (1626), uno dei momenti più alti del Barocco romano e dell’attività berniniana. Fulcro dell’esposizione è l’indagine del ruolo di Maffeo Barberini come vero scopritore di Gian Lorenzo Bernini, riconoscimento già evidenziato da studiosi come Cesare D’Onofrio, Francis Haskell e Irving Lavin e determinante per la maturazione del linguaggio berniniano e per le grandi imprese monumentali realizzate in San Pietro durante il pontificato di Urbano VIII. In un dibattito ancora aperto sulle origini del Barocco – tra chi lo colloca intorno al 1600, con Carracci e Caravaggio, e chi lo vede affermarsi pienamente negli anni Trenta del Seicento con Bernini, Pietro da Cortona e Borromini – la mostra mette a fuoco proprio la centralità del rapporto tra l’artista e il cardinale Barberini, poi divenuto papa, come chiave interpretativa di quella svolta epocale. L’iniziativa si inserisce inoltre in continuità con le recenti esposizioni di Palazzo Barberini dedicate ai Barberini e al loro contesto artistico, "L’immagine sovrana" (2023) e Caravaggio 2025, che hanno già esplorato il ruolo decisivo di Maffeo nella cultura figurativa della Roma del Seicento. Grazie al contributo dei principali studiosi italiani e stranieri e a opere in prestito da musei e collezioni private - molte delle quali esposte per la prima volta in Italia, la mostra intende restituire tutta la complessità di questo snodo storico-artistico di primaria importanza. Il percorso della mostra, che si articola in sei sezioni, ognuna dedicata a un aspetto cruciale del rapporto tra Bernini e i Barberini, segue la carriera di Bernini dagli esordi alla piena maturità, documentando il passaggio dal tardo manierismo paterno a un linguaggio personale di travolgente potenza espressiva. “Bernini e i Barberini” sarà accompagnata da un catalogo edito da Allemandi, con saggi dei curatori e di autorevoli specialisti (e scheda analitiche di tutte le opere esposte), che offrirà al pubblico una lettura aggiornata, approfondita ma anche appassionante di una fase chiave nella nascita del barocco. “Bernini e i Barberini” beneficerà del supporto di Coopculture come partner tecnico. Si ringraziano i singoli prestatori che rendono possibile la mostra e i musei pubblici e privati tra cui: Albertina (Vienna); J. Paul Getty Museum (Los Angeles); Musée du Louvre (Parigi); Museo Nazionale del Bargello (Firenze); Museo Thyssen-Bornemisza (Madrid); Musei Vaticani (Città del Vaticano); National Gallery (Londra); National Gallery (Washington); The Morgan Library (New York); Victoria and Albert Museum (Londra). (red)
A MILANO L’ESPOSIZIONE-EVENTO SUI MACCHIAIOLI
In occasione del ricco programma delle Olimpiadi della cultura che accompagnano la competizione agonista di Milano Cortina, si tiene a Palazzo Reale di Milano, fino al 14 giugno, una grande mostra che permette di scoprire o riscoprire uno dei movimenti più affascinanti della pittura europea dell'Ottocento - espressione artistica degli ideali del Risorgimento italiano e fondamentale per la costruzione dell'identità dell'Italia unita. “I Macchiaioli”, la mostra prodotta dal Comune di Milano e prodotta da Palazzo Reale, 24 Ore Cultura - Gruppo Il Sole 24 ORE e Civita Mostre e Musei, è frutto degli ultimi studi da parte dei tre più autorevoli esperti italiani del movimento - Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca - e rappresenta un momento di recupero, riflessione e valorizzazione di una pagina fondamentale di storia dell'arte del Paese, che ha costruito le nostre comuni radici culturali. L'esposizione, con circa un centinaio di opere, vede coinvolti come prestatori i più importanti musei italiani che custodiscono le opere dei Macchiaioli, come l'Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca di Brera, le Gallerie degli Uffizi e Palazzo Pitti, il Museo del Risorgimento e la Galleria di Arte Moderna di Milano, la Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea di Torino, il Museo Civico 'Giovanni Fattori' di Livorno oltre a numerose collezioni private. La mostra intende ricostruire la breve ma intensa esperienza del movimento in un arco cronologico che va dal 1848 al 1872, data della morte di Giuseppe Mazzini, esule e clandestino in patria. Il racconto della grande esperienza lirica dei Macchiaioli non si conclude nelle sale dell'esposizione. Dalla collaborazione con Audio Tales e ArtUp nasce un progetto innovativo che ha l'obiettivo di ampliare la fruizione della mostra, fornendo un vero e proprio percorso di osservazione complementare alla visita "tradizionale": 16 audio racconti sui temi storici fanno da sfondo al movimento della Macchia, trasformando il momento dell'ascolto dell'"audioguida" in un'esperienza nuova e unica. Attivabili tramite QR code o app, gli audio racconti uniscono rigore storico e narrazione immersiva. L'esperienza è ulteriormente arricchita dalla nuova serie podcast "I Macchiaioli - Audio racconto di una mostra": 12 episodi originali, prodotti da 240re Podcast, disponibili su Radio 24 e su tutte le principali piattaforme audio. Il legame tra storia e storia dell'arte è al centro di un ciclo di tre lezioni che Palazzo Reale organizza in collaborazione con Palazzo Moriggia - Museo del Risorgimento. (red)
UN’ESPOSIZIONE PER IL CENTENARIO DELL’INPGI
L’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani “Giovanni Amendola” celebra i suoi cento anni con la mostra “A schiena dritta. Tutelare il mestiere della libertà” che si tiene fino al 29 maggio nella sua sede di Roma. La mostra, patrocinata dal ministero della Cultura, propone un percorso espositivo che raccoglie oltre 60 pezzi tra fotografie, cimeli e documenti storici che raccontano il giornalismo italiano dagli anni Sessanta al Duemila. Tra questi, scatti del fotogiornalista Franco Lannino, una vecchia macchina telefoto e la telecamera di Miran Hrovatin ucciso con Ilaria Alpi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, quattro macchine per scrivere appartenute a fiduciari INPGI, tra cui una di Giancarlo Siani, un video storico sull’Inpgi, tre pannelli in bianco e nero su forex, una teca contenente oggetti, documenti e verbali dell’Istituto oltre a pagine di giornale d’epoca. L’esposizione, che offre una riflessione sulla storia e sul presente della professione giornalistica, mettendo in primo piano i cronisti stessi e le sfide affrontate da chi racconta i fatti con rigore e coraggio, intende anche ricordare tutti i giornalisti caduti nell’esercizio del loro mestiere e rende omaggio ai protagonisti del giornalismo d’inchiesta come Cosimo Cristina, il primo cronista ucciso dalla mafia nel 1960, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno e Beppe Alfano, ma ricordiamo il sacrificio di Walter Tobagi, Giancarlo Siani, Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, assassinata in Afghanistan nel 2001, oltre a figure-simbolo come Giuseppe Quatriglio, giornalista e scrittore, che nel 1968 raccontò il terremoto del Belìce. “Da 100 anni l’Inpgi è al fianco dei giornalisti – dice il presidente Roberto Ginex – e continua a esserlo in un settore profondamente trasformato. Rappresentiamo una delle principali istituzioni previdenziali di categoria del sistema italiano di sicurezza sociale e abbiamo anche accompagnato l’evoluzione della professione giornalistica e del sistema editoriale nazionale. Oggi – prosegue Ginex – la sfida è garantire sostenibilità ed equità in un mercato segnato dalla crescita del lavoro autonomo. Il cambiamento del lavoro giornalistico, spesso non scelto ma imposto, incide anche sulla previdenza: senza redditi adeguati e un vero equo compenso si rischia di condizionare fortemente il futuro pensionistico della categoria”, conclude. Istituito in Ente Morale con il decreto regio n. 838 del 25 marzo 1926, l’Inpgi affonda le radici in una visione pionieristica della solidarietà di categoria, unificando l’eredità delle antiche Casse Pie ottocentesche in una moderna e organica istituzione di garanzia. Nel secondo dopoguerra, la scelta della sua intitolazione a Giovanni Amendola – giornalista, accademico e politico, morto a causa di una vile aggressione squadrista – conferisce all’Istituto un imprinting inequivocabile. L’Inpgi nasce e si consolida come presidio democratico: un avamposto a protezione dei giornalisti affinché possano misurarsi con i fatti e con il potere senza soggezioni. Come testimonia il peculiare percorso giuridico, suggellato nel 1951 dalla “legge Rubinacci”, che ne sancisce la natura di unicum nel panorama previdenziale e istituzionale italiano, la tutela previdenziale del giornalista va di pari passo con la tutela del diritto all’informazione dell’intera collettività. Dal 1° gennaio 1995 l’INPGI è stato trasformato da ente pubblico in fondazione, avente natura giuridica privata, permanendo lo svolgimento da parte dello stesso delle pubbliche funzioni con autonomia gestionale, organizzativa e contabile, evitando in questo modo l’assoggettamento alle riforme del sistema pensionistico degli anni 90. Nel 1996 nasce la Gestione previdenziale destinata ai giornalisti che svolgono attività autonoma, attività che l’INPGI continua a svolgere tuttora, mentre la gestione previdenziale dei giornalisti dipendenti, dal 1° luglio 2022, è transitata in capo all’INPS. “Celebrare i cento anni dell’INPGI significa rendere omaggio non solo a un’istituzione fondamentale per la tutela dei giornalisti, ma anche al valore profondo del giornalismo come presidio di libertà e democrazia. Questa mostra rappresenta un’occasione preziosa per ripercorrere, attraverso immagini, documenti e testimonianze, il coraggio e l’impegno di generazioni di cronisti che hanno contribuito a raccontare il nostro Paese con rigore e indipendenza, in un contesto oggi profondamente trasformato dall’innovazione tecnologica e dai cambiamenti del mercato del lavoro, che richiedono nuove competenze ma anche adeguate tutele. In questo quadro, è importante ricordare i giornalisti che hanno perso la vita nell’esercizio della loro professione per riaffermare con forza il valore della libertà di informazione e la responsabilità collettiva di difenderla, garantendo condizioni dignitose e prospettive solide a chi ogni giorno contribuisce alla qualità della nostra democrazia” le parole di Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura, all’inaugurazione. “Per raccontare un fatto, bisogna entrarci dentro – si legge nella presentazione -. Come insegna la grammatica di base della professione, “bisogna andare sul posto e consumare le suole delle scarpe”. Da questa urgenza, insieme fisica e intellettuale, nasce “A schiena dritta. Tutelare il mestiere della libertà”, la mostra con cui l’Inpgi (Istituto Nazionale di Previdenza per i Giornalisti) celebra i cento anni dalla sua fondazione. Questa esposizione compie un gesto audace e, per certi versi, anomalo rispetto alle consuetudini dell’informazione: capovolge l’obiettivo. Se il giornalista, per sua natura, tende a rendersi invisibile per osservare e raccontare l’altro, qui è il cronista stesso a diventare protagonista. Attraverso un prezioso amarcord visivo, costruito a partire dall’archivio fotografico di Franco Lannino e arricchito dal contributo delle associazioni di stampa territoriali e dei consiglieri di indirizzo generale dell’Inpgi, prende forma una parte significativa della storia del giornalismo italiano tra gli anni Sessanta e il Duemila. Il percorso espositivo si configura come un viaggio vibrante dentro il “motore” della notizia. Svela i retroscena di una professione profondamente trasformata, oggi segnata da crisi industriali ed economiche e costantemente esposta a minacce di disinformazione e censura. Le fotografie restituiscono un giornalismo “carnale”: fatto di attese interminabili davanti ai telefoni a gettoni nei Palazzi di Giustizia, di ticchettii frenetici sulle mitiche Olympia e di redazioni immerse nel fumo delle sigarette – vere e proprie trincee in cui si scriveva la Storia contemporanea. Ma “A schiena dritta” è, prima di tutto, un intenso e fiero esercizio di memoria civile. L’esposizione scandisce il proprio racconto a partire dalle immagini simbolo dei cronisti caduti per mano della criminalità organizzata o nei teatri di guerra. Gli sguardi, catturati prima della tragedia – tra un telefono sollevato e un taccuino aperto – ricordano il prezzo altissimo pagato da chi cerca la verità. E, pur cambiando i contesti geografici e i teatri di crisi, l’urgenza resta immutata: accorciare la distanza tra i fatti e chi deve conoscerli. È lo stesso impulso che anima l’incedere solitario di Simone Camilli, giornalista e “reporter di guerra perché amava la Pace”, tra gli scheletri degli edifici bombardati a nord della Striscia di Gaza. Accanto ai martiri della libera stampa scorrono i volti di chi ha raccontato altre macerie. Tra questi, Giuseppe Quatriglio – di cui ricorre, proprio nel giorno di apertura della mostra, il nono anniversario della scomparsa – ritratto “a schiena dritta” di fronte al Belìce devastato. C’è spazio per il fragore di chi ha documentato le grandi battaglie per i diritti civili e le tensioni istituzionali, ma anche per i rari momenti di leggerezza: cronisti a tu per tu con magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; sguardi concentrati durante i maxiprocessi a Cosa Nostra e ai vertici della politica; fino ai blitz dei giornalisti imbavagliati per denunciare la chiusura di testate storiche come L’Ora. Immagini e cimeli rendono omaggio a gruppi di lavoro coraggiosi, raccontando l’adrenalina dello scoop, il cameratismo delle redazioni e il passaggio epocale dalle rotative al piombo al fermento dell’era digitale. Allo stesso tempo, ricordano le pioniere del giornalismo d’inchiesta, Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, che hanno trasformato la propria vita in uno scudo contro l’indifferenza e la mistificazione. Come ricordano queste memorie, senza le immagini dei reporter le cronache resterebbero “inesorabilmente mute, monche, parziali e meno interessanti” (R. Leone, T. Tavella, Quando è il cronista in primo piano. "Quei memorabili scatti dentro la notizia", in Memorabili. L'informazione che cambia, la libertà che (ci) resta (catalogo della mostra, a cura di G. Lannino), Palermo, Assostampa Sicilia, 2025 – ndr). La mostra si configura così come un dialogo a due voci tra chi scriveva la storia e chi ne immortalava gli autori. “A schiena dritta” si rivolge ai giornalisti e alle giornaliste, affinché si rafforzi l’orgoglio di appartenere a un corpo unito nella difesa del proprio mestiere, ma soprattutto ai cittadini e alle cittadine. È un invito a guardare negli occhi coloro che, per decenni, ci hanno prestato i loro per aiutarci a comprendere il mondo. Perché difendere chi informa significa, in ultima istanza, difendere il diritto democratico a essere informati e a restare umani”. (redm)
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