La fragilità della tregua di due settimane, mediata con estrema difficoltà per congelare un conflitto che dura ormai da quasi sei settimane, dopo i devastanti raid israeliani in Libano di mercoledì è stata ulteriormente messa a dura prova anche nelle prime ore di oggi, venerdì 10 aprile. Questa volta, però, il fulcro della tensione si è spostato dallo scontro cinetico diretto alla guerra economica e al controllo delle arterie energetiche mondiali. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è intervenuto pesantemente sulla questione del transito marittimo nello Stretto di Hormuz, un passaggio che Teheran ha cercato di blindare o condizionare durante le scorse settimane di ostilità.
Attraverso la sua piattaforma Truth Social, il tycoon ha lanciato nella notte italiana un avvertimento diretto alle autorità iraniane, riferendo di aver ricevuto rapporti d’intelligence riguardanti l’imposizione di pedaggi illegali alle petroliere in transito. “È meglio che non lo facciano, e se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!”, ha scritto il presidente. Il linguaggio utilizzato, pur mantenendo la ruvidezza tipica della sua comunicazione digitale, sottintende una lettura strategica precisa: Washington non intende permettere che la tregua diventi per l'Iran un’opportunità per istituzionalizzare il controllo sul braccio di mare, trasformandolo in un diritto di passaggio oneroso che altererebbe i prezzi globali del greggio.
Pochi minuti dopo, in un secondo messaggio diffuso oggi, Trump ha alzato la posta, promettendo un intervento risolutivo: "Molto presto vedrete il petrolio iniziare a scorrere liberamente, con o senza l'aiuto dell'Iran". Questa affermazione suggerisce che gli Stati Uniti stiano valutando non solo una scorta armata massiccia per i mercantili, ma potenzialmente un’operazione di neutralizzazione definitiva delle capacità iraniane di interdizione marittima, qualora le provocazioni continuassero. La serata di ieri si era già chiusa con un tono altrettanto severo, quando il presidente aveva stigmatizzato il comportamento di Teheran definendolo "oltraggioso" e sottolineando: "Questo non è l'accordo che abbiamo!".
DIPLOMAZIA SOTTO SCACCO: LA MISSIONE A ISLAMABAD. Mentre la retorica pubblica si infiamma, dietro le quinte si muove una complessa macchina diplomatica che vede il vicepresidente JD Vance nel ruolo di capofila. La delegazione statunitense è in viaggio verso il Pakistan, dove sabato sono previsti colloqui che molti analisti definiscono l'ultima spiaggia per evitare l'escalation totale. In un’intervista rilasciata a NBC News ieri, Trump ha mostrato un volto parzialmente diverso, dichiarandosi “molto ottimista” sulla possibilità di un accordo. Questa dicotomia tra le minacce su Hormuz e l'ottimismo verso i negoziati riflette una tattica di pressione massima: indebolire la controparte denunciandone le violazioni della tregua per poi costringerla a un tavolo negoziale in una posizione di svantaggio. Trump ha osservato come i leader iraniani siano “molto più ragionevoli” negli incontri privati rispetto alle uscite pubbliche, aggiungendo una valutazione cruda sullo stato delle forze di Teheran: “Accettano tutto ciò che devono accettare. Ricordate, sono stati conquistati. Non hanno un esercito”. L'avvertimento finale, tuttavia, rimane netto: “Se non raggiungono un accordo, sarà molto doloroso”. L’obiettivo di Washington sembra essere quello di ottenere una resa diplomatica che includa non solo il cessate il fuoco, ma anche lo smantellamento delle reti di influenza regionale e il libero transito marittimo, sfruttando la vulnerabilità di un’economia iraniana stremata da settimane di bombardamenti e isolamento.
SABOTAGGI NEL GOLFO: LE OMBRE SULL'OLEODOTTO EST-OVEST. La stabilità regionale è ulteriormente compromessa dalle accuse giunte dal Kuwait. Il Ministero degli Esteri kuwaitiano ha denunciato oggi una serie di attacchi con droni che avrebbero colpito infrastrutture vitali del Paese durante la serata di ieri. Si tratta di un’escalation significativa poiché coinvolge un attore finora rimasto ai margini dei combattimenti diretti, suggerendo che la strategia iraniana possa basarsi sull'allargamento del caos per forzare i termini della tregua.
Parallelamente, l'agenzia statale saudita SPA ha confermato oggi che un recente attacco ha danneggiato l'oleodotto Est-Ovest, una struttura fondamentale che permette a Riad di esportare greggio verso il Mar Rosso evitando proprio lo Stretto di Hormuz. Colpire questa infrastruttura significa neutralizzare l'unica alternativa strategica al blocco iraniano, stringendo il cappio attorno alla gola energetica dell'Occidente. Sebbene l'attacco all'oleodotto sia stato confermato ufficialmente oggi, la sua esecuzione risale agli ultimi giorni di combattimenti intensi, evidenziando una pianificazione volta a lasciare ferite profonde nel sistema di distribuzione saudita. Teheran ha risposto con fermezza tramite l'agenzia IRNA, negando ogni coinvolgimento negli attacchi contro gli stati del Golfo. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha definito le notizie come “l'opera del nemico sionista o dell'America”, un classico tentativo di ribaltare la narrativa e seminare il dubbio tra gli alleati regionali degli Stati Uniti. Tuttavia, l'uso di milizie sciite in Iraq come “proxies” rimane l'ipotesi più accreditata dall'intelligence occidentale: questo permetterebbe all'Iran di mantenere una negabilità plausibile mentre continua a esercitare una pressione violenta sui partner di Washington.
UNA TRASFORMAZIONE DELLA GUERRA CON ALTRI MEZZI? A 48 ore dall'inizio del cessate il fuoco, emerge chiaramente che la “tregua” non sia una sospensione delle ostilità, quanto una trasformazione della guerra con altri mezzi. L'imposizione dei pedaggi denunciata da Trump non è solo un atto di pirateria di stato, ma il tentativo dell'Iran di rivendicare una sovranità di fatto su Hormuz, usandolo come merce di scambio per i colloqui di Islamabad. La strategia di Teheran sembra essere quella di testare la determinazione di Trump: fino a che punto il presidente statunitense è disposto a tornare a un conflitto aperto mentre dichiara ai propri elettori di voler portare la pace? Allo stesso tempo, gli attacchi contro Kuwait e Arabia Saudita servono a ricordare che, nonostante la superiorità militare statunitense, la vulnerabilità delle infrastrutture petrolifere alleate rimane altissima. Il rischio concreto è che le prossime 24 ore, che separano la regione dai colloqui in Pakistan, possano vedere nuovi incidenti “sotto soglia” — attacchi non rivendicati, sabotaggi informatici o interferenze marittime — volti a modificare i rapporti di forza prima che JD Vance e la delegazione iraniana si siedano al tavolo. La pace descritta da Trump come possibile è, in realtà, un equilibrio precario su un filo teso sopra un abisso di reciproche diffidenze e necessità geopolitiche divergenti. (10 APR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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