Mentre la delegazione statunitense si avvicina al tavolo di Islamabad, il fronte dei governi arabi del Golfo oscilla tra il sollievo formale per la tregua e una profonda inquietudine per la sicurezza delle proprie infrastrutture sovrane. Le cancellerie della regione, pur avendo lavorato intensamente dietro le quinte per favorire il congelamento delle ostilità, temono ora che la “pausa” bellica diventi il paravento per una guerra asimmetrica più insidiosa.
LA SPACCATURA DIPLOMATICA DEL CONSIGLIO DI COOPERAZIONE DEL GOLFO (GCC). Le reazioni ufficiali registrate oggi, venerdì 10 aprile, evidenziano approcci divergenti tra i sei Stati del GCC, nonostante una coesione politica di facciata. Se da un lato l'Oman e il Qatar hanno espresso un cauto entusiasmo per la mediazione pakistana, altri attori chiave utilizzano un linguaggio molto più duro, a partire dagli Emirati Arabi Uniti, tra i Paesi più colpiti da droni e missili balistici nelle scorse settimane, i quali hanno adottato la linea più intransigente. In dichiarazioni rilanciate dalle agenzie ufficiali, i vertici di Abu Dhabi hanno definito il blocco e la gestione dello Stretto di Hormuz come “terrorismo economico”. La posizione emiratina è chiara: la tregua non deve tradursi in una normalizzazione dell'interferenza iraniana sulle rotte marittime globali.
Passando all’Arabia Saudita, Riad mantiene una postura estremamente cauta, ma non priva di segnali di allarme. Il Ministero degli Esteri saudita ha accolto formalmente il cessate il fuoco, ma fonti diplomatiche suggeriscono che il Regno si stia preparando a un possibile coinvolgimento militare diretto qualora le garanzie statunitensi sulla sicurezza degli oleodotti dovessero fallire. Per Riad, la tregua è un'opportunità diplomatica che “deve essere colta”, ma solo a patto che Teheran cessi ogni forma di aggressione, diretta o tramite delegati.
Da parte loro, Kuwait e Giordania hanno espresso una “assoluta solidarietà” reciproca. Il Kuwait ha formalizzato la condanna degli attacchi subiti ieri, definendoli una “flagrante violazione” del diritto internazionale, mentre Amman ha avvertito che prenderà “ogni misura necessaria” per proteggere la propria sovranità, evidenziando come la minaccia iraniana sia percepita come esistenziale e non più solo regionale.
IL RUOLO DEI MEDIATORI: LA GRATITUDINE DI ISLAMABAD. Il governo del Pakistan, nel suo ruolo di ospite e mediatore dei colloqui che inizieranno sabato, ha cercato oggi di consolidare il consenso regionale. Il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha rivolto un ringraziamento pubblico a Arabia Saudita e Qatar per il loro “supporto inestimabile” nel raggiungere il cessate il fuoco. Tuttavia, lo stesso Sharif ha ammesso che sono già state segnalate violazioni, esortando tutte le parti alla massima moderazione affinché “la diplomazia possa finalmente assumere un ruolo guida”.
LA PAURA DEL “VUOTO” DI SICUREZZA. Appare evidente che dietro i comunicati di benvenuto alla tregua si celi una realtà meno rassicurante. Per i governi arabi, il rischio è che gli Stati Uniti, nel desiderio di Trump di chiudere rapidamente il dossier iraniano con un accordo “spettacolare”, possano sacrificare le esigenze di sicurezza a lungo termine degli alleati regionali. La richiesta saudita di aprire completamente lo Stretto di Hormuz e le denunce kuwaitiane sugli attacchi di ieri sono messaggi diretti a Washington: non ci può essere una tregua reale se le infrastrutture energetiche del Golfo rimangono ostaggio delle milizie filo-iraniane. La percezione nelle capitali arabe è che l'Iran stia usando queste ore per dimostrare che, anche senza un conflitto aperto, può paralizzare l'economia del mondo arabo a suo piacimento. (10 APR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





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