Mentre il fumo dei bombardamenti avvolge ancora le valli del Libano meridionale, l’attenzione della comunità internazionale si sposta oggi a Washington. È previsto per le prossime ore il primo, storico incontro diretto tra gli ambasciatori di Libano e Israele negli Stati Uniti, un vertice che nelle intenzioni dell'amministrazione americana dovrebbe gettare le basi per una tregua duratura, ma che nella realtà si presenta come un cammino minato da veti incrociati e offensive militari sul campo. Il tentativo diplomatico, tuttavia, è nato sotto una pressione altissima. Ieri sera, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha lanciato un monito perentorio al governo di Beirut, definendo l'incontro una “capitolazione” inaccettabile di fronte alle “aggressioni sioniste”. La richiesta di cancellazione immediata avanzata dal Partito di Dio non è solo un atto politico, ma un segnale diretto della fragilità del potere esecutivo libanese, stretto tra la necessità di fermare la distruzione del Paese e l'impossibilità di ignorare l'attore militare più potente sul proprio territorio.
LA SCOMMESSA DI BEIRUT E IL MONITO DI HEZBOLLAH. Il ministro degli Esteri libanese, Youssef Raggi, ha cercato di difendere la missione diplomatica affidando ai social media la linea ufficiale: l'obiettivo prioritario resta quello di “raggiungere il cessate il fuoco”. Una posizione che riflette la disperazione di uno Stato che vede le proprie infrastrutture sbriciolarsi sotto i colpi di una guerra che non ha dichiarato. Tuttavia, la lettura “tra le righe” dei media arabi suggerisce che Beirut stia tentando un funambolismo estremo: partecipare ai colloqui per compiacere i partner occidentali e sbloccare gli aiuti, sapendo però di non avere il mandato politico interno per firmare alcun accordo che disarmi Hezbollah. Dall'altro lato, la reazione di Naim Qassem mira a delegittimare preventivamente qualsiasi risultato del vertice. Per Hezbollah, sedersi allo stesso tavolo con Israele in questo momento equivale a una resa incondizionata. Il movimento sciita teme che la diplomazia venga utilizzata come un cavallo di Troia per imporre una nuova “zona cuscinetto” che lo tagli fuori dai propri bastioni storici, proprio mentre le truppe israeliane avanzano via terra.
L’ESPANSIONE ISRAELIANA: OLTRE LA “ZONA DI SICUREZZA”. Mentre a Washington si preparano i protocolli, sul terreno la logica è quella dell'espansione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha gelato le speranze di una tregua imminente, confermando che l’esercito (IDF) sta operando per stabilire una “zona di sicurezza solida e più profonda”. Le operazioni terrestri non si limitano più al controllo delle cinque colline strategiche occupate inizialmente, ma si stanno allargando verso l'interno, mirando a eradicare sistematicamente ogni infrastruttura logistica di Hezbollah. Secondo i bollettini militari diffusi nelle ultime 24 ore, le forze israeliane hanno completato l'accerchiamento di Bint Jbeil, simbolo della resistenza libanese nel 2006. In questa località, l'IDF sostiene di aver ucciso cento combattenti nemici in quelli che definisce scontri “corpo a corpo” e raid mirati. La strategia israeliana sembra chiara: arrivare al tavolo delle trattative non per negoziare una pace tra pari, ma per dettare i termini di una resa basata sulla superiorità militare acquisita sul campo.
IL BILANCIO UMANO E L'INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLA CRISI. Il costo di questa pressione diplomatica e militare ricade pesantemente sulla popolazione civile libanese. I raid di ieri hanno colpito duramente Nabatieh e Mayfadoun. A Tefahta si è registrata una strage con la morte di 9 persone, tra cui una famiglia di quattro persone. Particolarmente grave anche l'episodio di Tiro, dove un drone ha colpito un paramedico della Croce Rossa libanese durante le operazioni di soccorso, un evento che solleva pesanti interrogativi sul rispetto del diritto internazionale umanitario. Tali fatti di sangue forniscono a Naim Qassem l'argomento morale per definire i colloqui di oggi come un tradimento della causa libanese. Dal punto di vista della diplomazia sotterranea, è probabile che Beirut utilizzi proprio questi tragici eventi sul tavolo di Washington per chiedere garanzie immediate sulla protezione dei civili, cercando di trasformare una debolezza militare in una leva politica per ottenere un cessate il fuoco d'urgenza. Tuttavia, la risposta israeliana rimane ferma sulla necessità di neutralizzare quella che definisce la “minaccia terroristica annidata nel tessuto civile”, rendendo il dialogo tra gli ambasciatori un esercizio di retorica contrapposta piuttosto che una ricerca di compromesso.
Il bilancio totale delle operazioni nel paese dei cedri ha ormai superato la soglia critica dei 2.000 morti e quasi 7.000 feriti dall'inizio dell'escalation a marzo. Questa scia di sangue ha spinto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a intervenire con fermezza: “Chiediamo a tutte le parti di rispettare la sovranità del Libano”, ha dichiarato, ventilando la possibilità di un maggiore sostegno alle forze armate regolari libanesi (LAF) per bilanciare il vuoto di potere nel sud e integrare la missione UNIFIL, ormai ai margini del conflitto operativo.
PROSPETTIVE DI STALLO O DI SVOLTA? L'incontro di oggi a Washington si muove dunque su un binario morto? La stampa israeliana sottolinea come Netanyahu non abbia fretta di chiudere, galvanizzato dai successi tattici e dalla distruzione di oltre 150 obiettivi di Hezbollah nelle ultime ore. Al contempo, Hezbollah ha dimostrato di poter ancora colpire, ferendo 8 soldati israeliani con un attacco di droni proprio nella giornata di ieri. La vera posta in gioco al vertice americano non è tanto il testo di un trattato, quanto la sopravvivenza stessa dell'autorità statale libanese. Se gli ambasciatori dovessero tornare a Beirut senza una promessa concreta di ritiro israeliano, il governo subirebbe il colpo di grazia politico da parte di Hezbollah. Se, al contrario, Israele non ottenesse garanzie sulla fine dei lanci di razzi, il blocco navale di Hormuz (attivo dalle 16 di ieri) e il fronte libanese finirebbero per fondersi in un unico, gigantesco conflitto regionale privo di vie d'uscita diplomatiche. (14 APR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)





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