Il legame strategico tra Stati Uniti e Italia, che sembrava destinato a diventare il pilastro della nuova destra atlantista, è andato in frantumi nelle ultime ore. Con un'intervista durissima rilasciata al Corriere della Sera, Donald Trump ha ufficializzato una rottura che non è solo diplomatica, ma personale e profonda. Il tycoon si è detto “scioccato” dall'atteggiamento di Giorgia Meloni, accusandola di aver tradito le aspettative e di aver mostrato una debolezza inaspettata di fronte alla crisi mediorientale.
LA SCINTILLA: IL PAPA E IL NODO IRANIANO. A innescare l'ira del Presidente americano è stata la ferma presa di posizione della Premier italiana a difesa di Papa Leone XIV. Dopo gli attacchi verbali di Trump contro il Pontefice — colpevole di aver invocato la pace e la moderazione — Meloni aveva definito “inaccettabili” i toni della Casa Bianca. La replica di Trump non si è fatta attendere: dalle colonne del quotidiano milanese, il tycoon ha ribaltato il giudizio, definendo “inaccettabile” la Premier stessa e accusandola di voler restare a guardare mentre l'Iran minaccia la stabilità globale con il suo programma nucleare. Ma dietro lo scontro ideologico c'è un nodo militare concreto: il rifiuto del governo italiano di concedere le basi di Sigonella e Aviano per lanciare attacchi diretti nell'ambito dell'operazione Epic Fury.
DALLA “MISSIONE KERIGMATICA” AL REALISMO POLITICO. La tensione tra Washington e Roma sembra riflettere due visioni del mondo ormai inconciliabili. Da una parte, l'Italia si muove in sintonia con la nuova linea della Santa Sede, che proprio in questi giorni ha richiamato i Cardinali a una missione “kerigmatica”: un annuncio di pace essenziale, lontano dalle logiche di potere e di conquista. Dall'altra, l'amministrazione Trump non accetta zone d'ombra o neutralità, pretendendo dagli alleati un allineamento totale e incondizionato alle proprie operazioni belliche.
L'ARMA DEI DAZI: L'ITALIA NEL MIRINO. Il contraccolpo più pesante di questa rottura rischia però di essere economico. Se fino a ieri la Premier Meloni contava sul proprio rapporto personale con Trump per negoziare esenzioni dal dazio universale del 10% già in vigore dal febbraio 2026, oggi quello scudo diplomatico è svanito. Il fallimento della strategia “Zero per Zero” — che puntava ad azzerare le tariffe sui prodotti italiani in cambio di cooperazione — espone ora il Made in Italy a una nuova fase punitiva. A Washington, infatti, non si parla più solo di dazi generali, ma di tariffe ritorsive mirate specificamente contro gli alleati “infedeli”. Il rischio concreto è che le aliquote per l'Italia salgano al 15% o al 20%, colpendo settori vitali come l'agroalimentare, la moda e la meccanica. Confindustria ha già lanciato l'allarme: senza una mediazione, il danno per l'export nazionale potrebbe superare i 20 miliardi di euro. L'Italia si trova così al bivio più difficile: restare fedele ai propri vincoli costituzionali e al dialogo con il Vaticano, o cedere alle pressioni di un alleato che ha deciso di trasformare il commercio in un'arma di pressione militare.
(14 APR / deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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