Mentre, nell’imminenza della scadenza della tregua, il conflitto con l'Iran si protrae senza una soluzione definitiva, il presidente americano Donald Trump ha ribadito con forza la propria posizione strategica attraverso una serie di dichiarazioni che mirano a proiettare un'immagine di controllo assoluto sulla linea temporale della crisi. Dalle ultime dichiarazioni del tycoon emerge chiaramente come la Casa Bianca intenda utilizzare la pressione economica e militare non come un preludio a un'escalation immediata, ma come uno strumento di logoramento per costringere l'avversario alla resa diplomatica. Trump ha insistito sul fatto di non avere alcuna fretta di raggiungere un accordo, respingendo categoricamente le analisi che lo vorrebbero sotto “pressione” per chiudere la partita mediorientale. Analisi che sottolineano in maniera più che convincente l’insostenibilità tanto economica che strategica per Washington di una guerra di lunga durata in questo scacchiere, paventando, in casi estremi, persino la perdita per gli Usa dello status di prima superpotenza planetaria. Eppure, l’inquilino della Casa Bianca ha sottolineato sui social di non essere “sottoposto ad alcuna pressione”, dicendosi sicuro che comunque “tutto accadrà, e in tempi relativamente brevi! Il tempo non è mio avversario”. Appare evidente che se da un lato The Donald stia tentando di rassicurare la base elettorale sulla fermezza del comando, dall'altro debba tentare di neutralizzare l'idea che l'Iran possa scegliere la strada di “tirare alle lunghe” addirittura resistendo fino alla fine del mandato o a un ipotetico cedimento interno statunitense. Ma è altrettanto evidente che quello del tycoon, in fondo, non sia che un bluff.
Il presidente ha inoltre rivendicato un'efficienza militare superiore alle aspettative iniziali. “A loro piace dire che ho promesso sei settimane per sconfiggere l'Iran, e in realtà, dal punto di vista militare, è stato molto più veloce, ma non permetterò loro di mettere fretta agli Stati Uniti per concludere un accordo che non sia il migliore possibile”, ha dichiarato. In questo passaggio, la distinzione tra “sconfitta militare” e “accordo politico” è sottile: Trump suggerisce che, mentre l'infrastruttura bellica iraniana è già stata neutralizzata, la diplomazia richiede una pazienza che egli è disposto a esercitare pur di ottenere condizioni massimaliste.
L'ARMA DEL BLOCCO NAVALE E LO SCACCO ENERGETICO. Il vero fulcro della strategia di pressione statunitense rimane il blocco navale nello Stretto di Hormuz. Trump ha confermato che la morsa non verrà allentata senza una firma definitiva su un nuovo trattato. “(Questo è stato, oltre a tutto il resto, un cambio di regime!), e forse, cosa più importante di tutte, IL BLOCCO, che non toglieremo finché non ci sarà un ‘ACCORDO’, sta assolutamente distruggendo l’Iran”, ha scritto il presidente.
Oltre all'impatto distruttivo sull'economia di Teheran, Washington sta capitalizzando la chiusura dello Stretto per ridisegnare i flussi globali del greggio. Secondo quanto dichiarato da Trump, il blocco ha “costretto” altri paesi a rivolgersi direttamente agli Stati Uniti per le forniture petrolifere. “La leadership iraniana ha costretto centinaia di navi a dirigersi verso gli Stati Uniti, principalmente verso Texas, Louisiana e Alaska, per ottenere il loro petrolio. Grazie mille!”, ha affermato. Questa narrazione di fatti trasforma una crisi geopolitica in un'opportunità commerciale per l'industria energetica americana, rendendo il blocco non solo un'arma di guerra, ma un pilastro della politica economica dell'amministrazione. C’è da vedere quanto ciò inciderà effettivamente sul calo di gradimento del tycoon, che in uno degli ultimi sondaggi ha fatto registrare un minimo storico del 37% di gradimento.
IL REBUS NUCLEARE: TRA “POLVERI” E INCERTEZZE. Un altro fronte critico riguarda lo stato del programma nucleare iraniano dopo l'operazione Midnight Hammer. Trump si è mostrato cauto ma assertivo riguardo al processo di riesumazione delle scorte di uranio, la cui esatta entità e ubicazione rimangono avvolte nel mistero dopo i bombardamenti statunitensi. “L'operazione Midnight Hammer ha portato alla completa e totale distruzione dei siti di polveri nucleari in Iran. Ecco perché riesumarli sarà un processo lungo e difficile”, ha scritto il presidente, tornando a utilizzare l'espressione “polveri nucleari” per descrivere le scorte di uranio arricchito. L'uso di termini non tecnici come “polveri” pare tradire una volontà di semplificare la minaccia per il pubblico, nascondendo goffamente le difficoltà oggettive di verificare l'effettiva neutralizzazione del materiale fissile in siti profondamente interrati o danneggiati in modo tale da rendere pericolosa ogni ispezione.
TENSIONI INTERNE E CONTRATTACCO MEDIATICO DELLA CASA BIANCA. L'iperattivismo mediatico del presidente non è tuttavia privo di critiche interne. Alcuni funzionari dell'amministrazione hanno espresso preoccupazione, ritenendo che i messaggi social di Trump possano sabotare i delicati canali diplomatici ancora aperti. La reazione della Casa Bianca è stata affidata alla portavoce Karoline Leavitt, che ha risposto con toni durissimi per blindare la strategia presidenziale. “Gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a un buon accordo con l'Iran, a differenza del pessimo accordo raggiunto dall'amministrazione Obama, grazie alle capacità negoziali del presidente Trump”, ha dichiarato Leavitt. La portavoce ha poi rincarato la dose contro i critici interni ed esterni: “Chiunque non riesca a comprendere la strategia a lungo termine del presidente Trump è stupido o volutamente ignorante”. Questa linea difensiva conferma che, per l'attuale amministrazione, la coerenza del messaggio pubblico e la proiezione di forza sono considerate più vitali della riservatezza diplomatica tradizionale.
LA SFIDA DI TEHERAN: “NUOVE CARTE” SUL CAMPO DI BATTAGLIA. Sul fronte opposto, la Repubblica Islamica non accenna a segnali di sottomissione. Ieri, il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha lanciato un avvertimento diretto a pochi giorni dalla fine del cessate il fuoco. “Non accettiamo negoziati sotto minaccia e nelle ultime due settimane ci siamo preparati a giocare nuove carte sul campo di battaglia”, ha scritto su X. Ghalibaf accusa Washington di voler trasformare il tavolo negoziale che dovrebbe aprirsi nelle prossime ore a Islamabad in un “tavolo di resa”. Il riferimento alle “nuove carte” è volutamente ambiguo e potrebbe alludere a capacità missilistiche residue, all'attivazione di reti proxy regionali o a nuove tattiche di guerra asimmetrica nel Golfo. Teheran sembra voler chiarire che, nonostante i danni subiti, mantiene una capacità di risposta tale da rendere il riavvio delle ostilità estremamente costoso anche per gli Stati Uniti.
IL BILANCIO DEL SANGUE E IL PESO DEI TRAUMI INVISIBILI. Mentre la diplomazia urla, i numeri del conflitto parlano di un costo umano che continua a salire, anche durante la tregua. Secondo i dati del Dipartimento della Difesa statunitense aggiornati a oggi, almeno 415 soldati statunitensi sono rimasti feriti dall'inizio della guerra. Solo la scorsa settimana il totale si attestava a 399. Questo incremento non deriva da nuovi scontri diretti durante il cessate il fuoco, ma è legato alla segnalazione tardiva dei feriti. In particolare, si tratta di traumi cranici (TBI) i cui sintomi, come confusione, emicranie o disturbi cognitivi, possono manifestarsi o essere correttamente diagnosticati solo a distanza di giorni dagli eventi traumatici. Questi dati ricordano che, anche in assenza di bombardamenti attivi, le conseguenze fisiche e psicologiche dell'intensità bellica continuano a pesare sulle forze in campo, aggiungendo un ulteriore strato di complessità alla gestione politica del conflitto. (21 APR – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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