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direttore Paolo Pagliaro

IL MONDO IN ARMI
E L’EUROPA E’ “PRIMA”

IL MONDO IN ARMI <BR> E L’EUROPA E’ “PRIMA”

Altro che futuro di pace. Arriva anche dai freddissimi numeri la conferma di una realtà del resto già osservando l’orizzonte geopolitico: ovvero che la corsa agli armamenti non solo non accenna a fermarsi, ma ha subito un’accelerazione che riscrive i record della storia recente. La pubblicazione del rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) getta infatti una luce cruda sulle priorità delle nazioni contemporanee, rivelando come la spesa militare globale sia cresciuta per l'undicesimo anno consecutivo, toccando il picco vertiginoso di 2.900 miliardi di dollari. Tradotto nella nostra valuta, si parla di quasi 2.500 miliardi di euro che ogni anno evaporano dai bilanci civili per confluire nelle casse dei ministeri della Difesa e dell'industria bellica. È una cifra che appare quasi astratta per la sua enormità, ma che trova una spiegazione concreta nelle tensioni che attraversano i continenti, dalla guerra in Ucraina alle frizioni nel Mar Cinese Meridionale, fino alla persistente instabilità in Medio Oriente.

In questo modo l'onere militare globale – ovvero la spesa militare in percentuale del prodotto interno lordo (PIL) – si attesta al 2,5%, il livello più alto dal 2009. Con un incremento annuo del 2,9%, la crescita è stata significativamente inferiore al +9,7% registrato nel 2024. Tuttavia, questo rallentamento è in gran parte dovuto a un calo della spesa militare statunitense. Al di fuori degli Stati Uniti, la spesa totale è cresciuta del 9,2% nel 2025. “Nel 2025 la spesa militare globale è aumentata nuovamente, in quanto gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezza e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo”, ha affermato Xiao Liang, ricercatore del Programma sulla spesa militare e la produzione di armi del SIPRI. “Considerata la portata delle crisi attuali, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre”.

Il principale fattore che ha contribuito all'aumento globale della spesa militare nel 2025 è stato un incremento del 14% in Europa, che ha raggiunto gli 864 miliardi di dollari. La spesa di Russia e Ucraina ha continuato a crescere nel quarto anno della guerra in Ucraina, mentre i continui sforzi di riarmo da parte dei membri europei della NATO hanno portato alla crescita annua della spesa più marcata nell'Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda. Secondo la metodologia del SIPRI, i 29 membri europei della NATO hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del PIL. La Germania è stata il paese con la maggiore spesa militare del gruppo, con un aumento del 24% su base annua, raggiungendo i 114 miliardi di dollari. Per la prima volta dal 1990, la spesa militare tedesca ha superato la soglia del 2%, attestandosi al 2,3% del PIL nel 2025. Anche la spesa militare spagnola è aumentata del 50%, arrivando a 40,2 miliardi di dollari e superando per la prima volta dal 1994 la soglia del 2% del PIL.

“Nel 2025, la spesa militare dei membri europei della NATO è aumentata più rapidamente che in qualsiasi altro momento dal 1953, riflettendo la continua ricerca dell'autosufficienza europea e la crescente pressione da parte degli Stati Uniti per rafforzare la condivisione degli oneri all'interno dell'alleanza”, ha affermato Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice presso il Programma Spese Militari e Produzione di Armamenti del SIPRI. “Mentre gli Stati si sforzano di raggiungere i nuovi obiettivi di spesa della NATO concordati per il 2025, esiste il rischio che i confini tra le spese militari e le altre spese “legate alla difesa e alla sicurezza» si confondano, riducendo la trasparenza e complicando ulteriormente la valutazione delle capacità militari”. Il rapporto evidenzia comunque una concentrazione di potere e risorse senza precedenti nelle mani di pochi attori principali. Oltre la metà dell'intero budget mondiale è infatti riconducibile a soli tre paesi: Stati Uniti, Cina e Russia. Insieme, questo triumvirato della forza ha investito 1.480 miliardi di dollari nel corso dell'ultimo anno, delineando un panorama di competizione multipolare dove la deterrenza sembra essere tornata l'unica lingua diplomatica condivisa. Gli Stati Uniti continuano a guidare la classifica con un distacco siderale, spinti dalla necessità di modernizzare il proprio arsenale nucleare e mantenere una presenza capillare in ogni quadrante del globo anche se, nel 2025, la spesa militare statunitense, pari a 954 miliardi di dollari, è risultata inferiore del 7,5% rispetto al 2024. Tuttavia, gli Usa hanno incrementato gli investimenti sia nelle capacità militari nucleari che in quelle convenzionali per mantenere il predominio nell'emisfero occidentale e scoraggiare la Cina nell'Indo-Pacifico, obiettivi chiave della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale.

La Cina segue con una crescita costante che riflette le sue ambizioni di potenza globale, mentre la Russia, pur sotto il peso delle sanzioni, ha trasformato la propria economia in una macchina bellica permanente per sostenere lo sforzo sul fronte ucraino. Nel dettaglio, Pechino ha aumentato il proprio budget del 7,4%, arrivando a 336 miliardi di dollari. Si tratta del 31° aumento consecutivo su base annua, a conferma del programma di modernizzazione militare cinese. Una rinnovata campagna contro la corruzione negli appalti militari non sembra aver frenato la spesa. Nel 2025, la spesa militare della Russia è invece cresciuta del 5,9%, raggiungendo i 190 miliardi di dollari, pari al 7,5% del PIL. Diciamo subito che l'Ucraina, settimo paese per spesa militare nel 2025, ha incrementato la propria del 20%, arrivando a 84,1 miliardi di dollari, ovvero il 40% del PIL.

Questa mattina, i commentatori delle maggiori testate internazionali hanno accolto i dati con un misto di rassegnazione e allarme. In Francia, “Le Monde” e “Le Figaro” sottolineano come l'Europa stia vivendo il riarmo più rapido dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli analisti francesi pongono l'accento sulla fine del cosiddetto “dividendo della pace”, quel lungo periodo in cui i governi europei hanno potuto tagliare la spesa militare per investire nel welfare. Quel tempo appare oggi un ricordo sbiadito di fronte alla necessità di ricostituire scorte di munizioni e sviluppare nuovi sistemi di difesa aerea. La stampa tedesca, con in testa “Die Zeit” e lo “Spiegel”, riflette invece sul profondo mutamento d'identità della Germania, che con il fondo speciale per la Bundeswehr è diventata uno dei motori della spesa continentale, un tempo impensabile per la cultura politica di Berlino.

Dall'altra parte dell'Atlantico, le testate statunitensi come il “New York Times” mettono in rilievo il paradosso di un bilancio che cresce nonostante le accese dispute politiche interne al Congresso. La percezione di una minaccia esistenziale proveniente dall'asse Pechino-Mosca sembra aver creato un consenso bipartisan sulla necessità di non restare indietro nella sfida tecnologica, specialmente per quanto riguarda l'intelligenza artificiale applicata ai droni e alla sorveglianza satellitare. Nel Regno Unito, il “Guardian” e il “Financial Times” analizzano invece l'impatto economico di questa deriva bellica, avvertendo che l'aumento dei tassi di interesse e l'inflazione, uniti a spese militari così ingenti, rischiano di soffocare gli investimenti nella transizione ecologica e nella sanità globale, rendendo il mondo più armato ma paradossalmente più fragile di fronte alle crisi climatiche e sanitarie.

L'elemento di maggiore rilievo che emerge dal testo del SIPRI non è però solo il numero assoluto, ma la tendenza alla capillarità del riarmo. Non sono solo i giganti a spendere di più; anche le medie potenze in Medio Oriente e in Asia orientale stanno aumentando i propri budget a ritmi a doppia cifra. In particolare, il rapporto segnala come l'incertezza legata alla stabilità dei vecchi trattati di controllo degli armamenti stia spingendo anche i paesi neutrali o storicamente meno bellicosi a rivedere le proprie dottrine di difesa. Questo clima di sfiducia reciproca agisce come un moltiplicatore: ogni dollaro speso da un vicino viene percepito come una minaccia dal paese confinante, innescando una spirale che il SIPRI definisce difficile da invertire nel breve periodo.

Il documento descrive un pianeta che sembra aver smarrito la capacità di investire nella prevenzione dei conflitti attraverso la cooperazione internazionale. Mentre la spesa militare vola verso i 3.000 miliardi di dollari, i fondi destinati alla diplomazia preventiva e agli aiuti allo sviluppo rimangono al palo o subiscono tagli drastici. Questa mattina, la lettura dei dati ci restituisce l'immagine di un'umanità che sceglie la protezione del confine rispetto alla risoluzione delle cause profonde dell'insicurezza. La crescita dell'undicesimo anno consecutivo non è solo una statistica finanziaria, ma un indicatore politico che suggerisce come la forza sia tornata a essere considerata lo strumento principale per risolvere le controversie internazionali, a discapito del diritto e del dialogo.

Le conclusioni del rapporto lasciano poco spazio all'ottimismo. Se la tendenza attuale dovesse confermarsi, il prossimo decennio potrebbe vedere una frammentazione ancora più marcata del mercato globale degli armamenti, con la creazione di blocchi contrapposti che non comunicano tra loro se non attraverso il monitoraggio dei rispettivi arsenali. Gli esperti di Stoccolma avvertono che siamo entrati in una fase di “allerta permanente”, dove il rischio di incidenti o di interpretazioni errate delle mosse altrui aumenta proporzionalmente alla quantità di armi disponibili. In questo scenario, la spesa militare non è più solo un costo, ma diventa il simbolo di una nuova era di incertezza globale che pesa come un macigno sul futuro delle giovani generazioni, le quali ereditano un mondo più pesante, più metallico e molto più pericoloso. (27 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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