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direttore Paolo Pagliaro

IRAN, TEHERAN PUNTA
SULL’ASSE CON MOSCA

IRAN, TEHERAN PUNTA <BR> SULL’ASSE CON MOSCA

È iniziata questa mattina la missione del ministro degli Esteri iraniano, Seyyed Abbas Araghchi (NELLA FOTO) in Russia. Il rappresentante di Teheran è giunto a San Pietroburgo per un faccia a faccia con il presidente russo Vladimir Putin. Araghchi ha descritto il viaggio come un passo necessario per approfondire le “strette consultazioni tra Teheran e Mosca su questioni regionali e internazionali”. Parlando ai media ufficiali poco dopo l’atterraggio, il ministro ha dichiarato: “L'incontro con il presidente russo sarà una buona opportunità per discutere gli sviluppi della guerra e fare il punto sulla situazione attuale”. Ha poi aggiunto un passaggio che lascia presagire una volontà di coordinamento operativo: “Sono convinto che queste consultazioni e il coordinamento tra i due Paesi in merito saranno di particolare importanza”.

L'arrivo in Russia non è un evento isolato, ma il culmine di un tour frenetico iniziato dopo il fallimento del contatto con gli emissari statunitensi a Islamabad. Nelle ore precedenti, Araghchi ha cercato sponde nel Golfo, incontrando in Oman il sultano Haitham Ben Tareq. Il fulcro di quel colloquio è stato lo Stretto di Hormuz, punto nevralgico del commercio mondiale e attuale nodo scorsoio della crisi. “In quanto unici Stati confinanti con Hormuz, ci siamo concentrati sulle modalità per garantire un transito sicuro, nell'interesse di tutti i nostri cari vicini e del mondo intero”, ha scritto Araghchi. Dietro questa dichiarazione appare evidente il tentativo di Teheran di presentarsi come un attore responsabile della sicurezza marittima, nonostante la pressione del doppio blocco americano e iraniano che stringe l'area. Prima del balzo verso la Russia, il ministro ha anche tenuto un colloquio telefonico con il suo omologo turco, Hakan Fidan, segnalando la volontà di mantenere aperto un canale con un membro chiave della NATO come la Turchia.

LA PROPOSTA DI HORMUZ E IL “MURO” DI WASHINGTON. Mentre Araghchi atterrava in Russia, emergevano dettagli su una possibile offerta iraniana per disinnescare il conflitto. Secondo indiscrezioni rilanciate da diverse agenzie internazionali, Teheran avrebbe presentato agli Stati Uniti una proposta che punta a isolare i problemi: riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz e fermare le ostilità attive, congelando però ogni discussione sul dossier nucleare a un momento successivo. Si tratta di un tentativo di “spacchettamento” della crisi che mira a ottenere un respiro economico immediato, separando la sicurezza marittima dalle ambizioni atomiche che Washington considera invece il fulcro del problema.

La risposta americana, tuttavia, non si è fatta attendere e porta il marchio della fermezza di Donald Trump. Ieri il presidente ha gelato le speranze di una ripresa immediata dei dialoghi in territorio neutro. “Ho detto che non faremo più negoziati diretti con l'Iran”, ha affermato Trump, confermando di fatto la cancellazione del viaggio in Pakistan del genero Jared Kushner e dell'inviato speciale Steve Witkoff. La scelta di annullare questa missione segnala la volontà di Washington di non concedere a Teheran il palcoscenico di un vertice bilaterale formale in questa fase. Trump ha chiarito che il canale di comunicazione non è chiuso, ma deve avvenire alle condizioni della Casa Bianca: “Se vogliono parlare, possono venire da noi o chiamarci; abbiamo linee telefoniche molto sicure”. Il presidente ha poi concluso con un messaggio di fiducia nella propria strategia: “Abbiamo fatto un ottimo lavoro, tutto questo finirà presto e saremo molto vittoriosi”. Queste parole indicano che, per Washington, la via della risoluzione passa attraverso una pressione che costringa l'avversario a fare il primo passo, senza mediazioni terze.

IL FRONTE LIBANESE: UNA DOMENICA DI SANGUE NEL SUD. Mentre i ministri discutono di transiti sicuri, nel sud del Libano la realtà è misurata dal numero delle vittime. Ieri, una serie di attacchi israeliani ha colpito diverse località, causando la morte di 14 persone. Il dato, fornito dal centro operativo sanitario di emergenza del Ministero della Salute pubblica libanese, è particolarmente drammatico perché include nel bilancio anche due bambini e due donne. Oltre alle vittime fatali, i bombardamenti di ieri hanno ferito 37 persone. Questo nuovo bilancio aggrava una contabilità che, da quando la guerra tra Israele e Hezbollah è ripresa lo scorso 2 marzo, ha raggiunto livelli critici. Secondo i dati ufficiali di Beirut, almeno 2.509 persone sono state uccise e 7.755 sono rimaste ferite in meno di due mesi. La frequenza e l'intensità degli attacchi di ieri suggeriscono che, nonostante i movimenti diplomatici a San Pietroburgo o le telefonate tra Ankara e Teheran, la strategia militare di Israele non prevede pause tattiche. Al contrario, l'obiettivo sembra essere quello di erodere sistematicamente le capacità logistiche di Hezbollah prima che un eventuale accordo politico imponga un cessate il fuoco.

TRA DIPLOMAZIA DI FACCIATA E REALTÀ STRATEGICA. Analizzando la dinamica di queste ultime ore, appare chiaro che la missione di Araghchi a Mosca non sia solo una ricerca di supporto, ma un segnale inviato all'Occidente. La Russia, pur impegnata sul fronte ucraino, resta l'unico grande attore capace di offrire a Teheran una sponda diplomatica e tecnologica di rilievo. L'enfasi sul coordinamento “di particolare importanza” suggerisce che l'Iran stia cercando di blindare la propria posizione difensiva in vista di una possibile escalation ancora più vasta. Dall'altro lato, la chiusura di Trump ai colloqui in Pakistan non va letta come un totale disinteresse per la diplomazia, ma come un esercizio di potere. Spostare il dialogo dalle capitali terze a Washington significa togliere all'Iran il potere contrattuale delle foto ufficiali e dei comunicati congiunti. In questo senso, la proposta di riaprire Hormuz rimandando il nucleare sembra essere un test: l'Iran offre stabilità economica globale in cambio di sopravvivenza politica, ma Washington non sembra disposta a cedere sulla questione atomica, considerandola l'origine di ogni instabilità regionale. La discrepanza tra il linguaggio della diplomazia russa e quello della forza israeliana nel sud del Libano rimane l'ostacolo principale: finché il costo umano continuerà a salire come accaduto ieri, ogni proposta di riapertura degli stretti rischia di rimanere un esercizio teorico, lontano dalle necessità di una popolazione civile sempre più stremata. Nelle ultime 14 ore, i monitoraggi internazionali non hanno segnalato nuovi ordini di evacuazione di massa in Libano, ma la tensione resta altissima lungo la Linea Blu, con le difese aeree israeliane che sono entrate in azione più volte dall'inizio di oggi per intercettare vettori provenienti dal nord. (27 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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