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direttore Paolo Pagliaro

MEDIO ORIENTE, STRAGI
E STALLO NEGOZIALE

MEDIO ORIENTE, STRAGI <BR> E STALLO NEGOZIALE

Lo stallo diplomatico in quello che per l’amministrazione americana sembra sempre più potersi definire il “pasticcio Iran” non accenna a risolversi. L’impasse è ormai diventata strutturale, e certo non si tratta di una novità dell'ultima ora, bensì della prosecuzione di uno stato di “dialogo tra sordi” che caratterizza il conflitto sin dalle sue prime fasi. La percezione di un’impossibilità di confronto concreto tra le parti si è fatta ancora più nitida nelle ultime 14 ore, durante le quali i tentativi di mediazione si sono scontrati con le posizioni diametralmente opposte degli attori in campo. Il panorama attuale non mostra segnali di sblocco, confermando una fase di attesa strategica dove la diplomazia appare più come uno strumento di pressione che come un reale percorso di risoluzione.

LA CAUTELA DEL TYCOON: IL NODO NUCLEARE NEL PIANO IRANIANO. Nelle ultime ore, le indiscrezioni filtrate dagli ambienti vicini a Donald Trump delineano un quadro di forte scetticismo riguardo alle proposte avanzate da Teheran. Sebbene non vi siano dichiarazioni ufficiali rilasciate direttamente dal presidente eletto, fonti informate sui colloqui avvenuti con i suoi consiglieri suggeriscono che The Donald non consideri accettabile l'impostazione iraniana. Il punto di rottura risiede nella tempistica: Teheran propone di accantonare la discussione sul proprio programma nucleare fino alla cessazione delle ostilità, mentre la visione statunitense sembra orientata a esigere che tale capitolo sia affrontato immediatamente.

Questa divergenza non è solo procedurale, ma investe la natura stessa della leva negoziale. Accettare, come richiesto dall'Iran, la revoca del blocco dei porti senza garanzie sul nucleare significherebbe, per gli analisti vicini alla futura amministrazione, privarsi di uno strumento di pressione decisivo prima ancora di sedersi al tavolo. La linea che emerge dai corridoi della politica americana indica che la questione atomica rimane una precondizione inscindibile da qualsiasi alleggerimento sanzionatorio, rendendo il piano iraniano, allo stato attuale, un punto di partenza giudicato insufficiente.

L’ASSE MOSCA-TEHERAN E LA SFIDA DELLA MEDIAZIONE RUSSA. Mentre il dialogo con Washington fatica a decollare, i legami tra Iran e Russia si consolidano ulteriormente. Ieri, Abbas Araqchi ha incontrato a Mosca il Presidente Vladimir Putin, ribadendo la solidità di un partenariato che gli eventi bellici hanno trasformato in una vera e propria alleanza strategica. Il ministro degli Esteri iraniano ha espresso apprezzamento per il ruolo di Mosca, dichiarando: “Accogliamo con favore il sostegno della Russia alla diplomazia e alla stabilità regionale”.

La Russia ha rinnovato la propria disponibilità a fungere da mediatore, proponendo nuovamente di custodire l'uranio arricchito iraniano sul proprio territorio per disinnescare i timori internazionali. Tuttavia, questa proposta continua a scontrarsi con il netto rifiuto degli Stati Uniti, che non considerano la Russia un garante neutrale. Tra le righe di questo avvicinamento si legge la volontà di Teheran di costruire un blocco diplomatico alternativo a quello occidentale, cercando in Mosca una sponda politica e militare capace di bilanciare la pressione esercitata da Israele e dagli USA.

LA FRAGILITÀ DELLA TREGUA LIBANESE: IL PESO DEI CIVILI. Sul terreno, la realtà della guerra smentisce quotidianamente la retorica dei cessate il fuoco. Ieri sera, il ministero della Salute libanese ha aggiornato il bilancio dei raid israeliani nel sud del Paese: quattro morti, tra cui una donna, e 51 feriti, con tre bambini in condizioni critiche. Questi dati si inseriscono in un quadro allarmante che vede almeno 40 vittime civili dall'inizio della cosiddetta tregua del 17 aprile.

L'impatto dei raid sulle aree urbane e rurali del Libano meridionale sta generando una pressione umanitaria insostenibile. Nonostante i tentativi internazionali di stabilizzare il fronte nord, l'intensità delle operazioni aeree israeliane suggerisce che l'obiettivo militare di neutralizzare le infrastrutture di Hezbollah prevalga, nel calcolo di Tel Aviv, sulla tenuta degli accordi diplomatici. La tregua appare dunque svuotata di significato, ridotta a una parentesi tecnica regolarmente interrotta dal fuoco incrociato.

LA DOTTRINA DELLA “MINACCIA PERSISTENTE” DI NETANYAHU. A giustificare la prosecuzione delle operazioni belliche in territorio libanese è intervenuto ieri lo stesso Benjamin Netanyahu. Il Primo Ministro israeliano ha ribadito che la tregua non può tradursi in una vulnerabilità per lo Stato ebraico di fronte alla costante minaccia di Hezbollah. Secondo Netanyahu, la presenza di droni e razzi pronti al lancio ai confini settentrionali rende l'azione militare non solo legittima, ma necessaria.

La lettura politica della posizione israeliana indica una volontà di mantenere l'iniziativa militare per impedire al gruppo filo-iraniano di riorganizzarsi durante le pause negoziali. Per Tel Aviv, la sicurezza non può dipendere da accordi ritenuti fragili, ma deve passare attraverso la degradazione sistematica del potenziale offensivo dell'avversario. Questa postura conferma che lo stallo non è destinato a risolversi finché Israele non riterrà di aver rimosso fisicamente la minaccia ai propri confini settentrionali.

LE RICHIESTE DI TEHERAN AL CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU. Sul fronte diplomatico multilaterale, l'ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani, ha portato ieri la questione della sicurezza regionale davanti al Consiglio di Sicurezza. L'Iran non chiede solo la fine delle ostilità, ma esige garanzie strutturali che impediscano futuri attacchi sul proprio territorio. Iravani ha dichiarato con fermezza: “La stabilità e la sicurezza sostenibili nel Golfo e nell'intera regione possono essere garantite solo da una cessazione duratura e permanente di ogni aggressione contro l'Iran, accompagnata da garanzie credibili di non ripetizione”.

Queste “garanzie credibili” rappresentano un punto di frizione fondamentale. Per Teheran, esse includono il riconoscimento dei propri diritti sovrani e la fine delle minacce di attacchi preventivi da parte di Israele e Stati Uniti. Tuttavia, per la comunità internazionale, tali richieste appaiono difficilmente esaudibili senza una corrispondente rinuncia dell'Iran al sostegno dei gruppi paramilitari nella regione e al proprio programma missilistico e nucleare.

LA POSIZIONE EUROPEA E IL MONITO FRANCESE. Anche l'Europa, attraverso la voce di Jean-Noël Barrot, ha espresso la propria posizione sulla crisi. Il ministro degli Esteri francese, analizzando lo stato dei colloqui, ha sottolineato come la via d'uscita dal conflitto passi necessariamente attraverso un cambio di atteggiamento da parte della Repubblica Islamica. Secondo Barrot, l'Iran deve fare “importanti concessioni” se vuole realmente porre fine alla guerra che sta destabilizzando l'intero Medio Oriente.

Il richiamo di Parigi indica una crescente insofferenza europea verso l'intransigenza di Teheran. La Francia, storicamente impegnata nella mediazione in Libano, vede nei veti incrociati iraniani un ostacolo insormontabile alla pacificazione dell'area. Il messaggio è chiaro: senza un passo indietro concreto sui dossier caldi, la pressione internazionale non è destinata a diminuire.

LA CONTESA SULLO STRETTO DI HORMUZ: PROFILI DI ILLEGALITÀ. Infine, la tensione si sposta nuovamente sul piano del diritto marittimo internazionale. Il capo dell'agenzia marittima delle Nazioni Unite ha ribadito ieri che non esiste “alcuna base giuridica” per le pretese iraniane di imporre restrizioni o un diritto di passaggio arbitrario nello Stretto di Hormuz. L'Iran ha recentemente accennato alla possibilità di istituire nuovi controlli su questa vitale arteria del commercio energetico globale.

L'avvertimento dell'ONU serve a ricordare che lo Stretto è regolato da convenzioni internazionali che ne garantiscono la libera navigazione. Qualsiasi tentativo di alterare questo status verrebbe interpretato non solo come un atto ostile, ma come una violazione diretta della legalità internazionale. La questione di Hormuz resta una delle carte più pericolose nelle mani di Teheran, capace di trasformare una crisi regionale in uno shock economico globale. (28 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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