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direttore Paolo Pagliaro

HORMUZ, PROSEGUE
IL BRACCIO DI FERRO

HORMUZ, PROSEGUE <BR> IL BRACCIO DI FERRO

Nelle ultime ore, l’asse diplomatico tra Teheran e Washington ha subito un’accelerazione imprevista. Al centro dei colloqui alla Casa Bianca, che hanno impegnato ieri il presidente Donald Trump e i vertici della sicurezza nazionale, vi è una proposta iraniana giunta per canali riservati via Islamabad. Il fulcro della manovra è il “decoupling” delle crisi: l’Iran propone la riapertura dello Stretto di Hormuz — la cui chiusura ha strangolato i flussi energetici mondiali — e la cessazione delle ostilità in cambio di un rinvio del dossier nucleare a una fase successiva. L’analisi delle posizioni suggerisce che Teheran stia tentando di scambiare una concessione geopolitica immediata con una boccata d’ossigeno economica, cercando di allentare il blocco navale statunitense che sta portando l'economia iraniana vicina al “collasso”, secondo quanto dichiarato da Trump su Truth Social. Tuttavia, la retorica ufficiale rimane ferma: ieri, il ministero degli Esteri ha esortato Washington ad abbandonare richieste definite “illegali e irrazionali”, sostenendo che gli Stati Uniti “non sono più in grado di dettare le proprie politiche alle nazioni indipendenti”. Dietro la durezza, si legge il tentativo di negoziare la riapertura di Hormuz per evitare un'implosione interna delle infrastrutture petrolifere, ormai sature. Il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi, ha riferito nella serata di ieri che il tycoon avrebbe comunque scelto di continuare a strangolare l'economia e le esportazioni di petrolio dell'Iran, impedendo le spedizioni da e verso i suoi porti.

LA STRATEGIA DEL BLOCCO: IL BILANCIO DEL COMANDO CENTRALE. Sul fronte marittimo, l’azione statunitense prosegue lungo una linea di pressione costante. Lunedì l’esercito americano ha annunciato il sequestro di una nave mercantile nel Mar Arabico, sospettata di voler violare il blocco navale imposto ai porti iraniani. Questo episodio si inserisce in un quadro operativo consolidato: il Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom) ha dichiarato ieri che “ad oggi, 39 navi sono state dirottate per garantire il rispetto del blocco”. Si tratta ovviamente del bilancio complessivo di un'operazione metodica. Non siamo di fronte a un'improvvisa escalation navale nelle ultime ore, quanto piuttosto al consolidamento di una strategia che punta a soffocare i rifornimenti strategici di Teheran. Si tratta di una polizia marittima ad alta intensità che sta rendendo sempre più oneroso per l'Iran mantenere attive le proprie linee di approvvigionamento mentre Hormuz resta parzialmente ostruito.

IL PENTAGONO ALLA PROVA DEL CONGRESSO: L'AUDIZIONE DI HEGSETH. Oggi, intanto, la scena politica si sposta a Capitol Hill. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth affronterà la sua prima audizione formale davanti alla Commissione per le Forze Armate della Camera dall'inizio delle ostilità. L'attesa è focalizzata sulla capacità di Hegseth di giustificare una guerra che l'opposizione democratica definisce priva di approvazione congressuale e dai costi esorbitanti.

Insieme al Capo di Stato Maggiore congiunto Dan Caine, Hegseth dovrà illustrare i dettagli tecnici della condotta del conflitto, difendendo una richiesta di budget record da 1.500 miliardi di dollari per il 2027. La sfida sarà mantenere il sostegno politico mentre i prezzi del carburante pesano sulle opinioni pubbliche. Hegseth, finora critico verso i media mainstream, dovrà rispondere sotto giuramento sulle strategie di uscita e sull'efficacia del blocco navale come leva per costringere l'Iran alla resa nucleare.

SHOCK PETROLIFERO E L'USCITA DEGLI EMIRATI DALL'OPEC. Il mercato dell'energia riflette la fragilità degli equilibri. Ieri, martedì, i prezzi del petrolio sono nuovamente aumentati, tornando ai livelli precedenti al precario cessate il fuoco. A scuotere le fondamenta del mercato è stato l’annuncio a sorpresa degli Emirati Arabi Uniti, che ieri hanno ufficializzato il ritiro dall'OPEC e dall'alleanza OPEC+.

La decisione, motivata dal perseguimento dell'“interesse nazionale”, segna una rottura storica. Abu Dhabi, avendo investito miliardi per portare la capacità produttiva a 5 milioni di barili al giorno, intende svincolarsi dai tagli alla produzione imposti dal cartello guidato dai sauditi. Questo strappo indica una frammentazione del fronte del Golfo: gli Emirati sembrano voler agire in autonomia per massimizzare le entrate in una fase in cui Hormuz resta un'incognita, cercando di proteggere la propria economia dalla volatilità della guerra.

IL CONSIGLIO DI COOPERAZIONE DEL GOLFO E LA CRISI DELLA FIDUCIA. La tensione tra le monarchie del Golfo e l'Iran ha raggiunto nuovi picchi diplomatici. Al termine di un vertice d'urgenza in Arabia Saudita, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) ha condannato ieri i “palesi attacchi” di Teheran contro i propri membri. La richiesta è netta: l'Iran deve adottare “misure serie” per ristabilire la fiducia. Appare evidente che i paesi della regione temano di essere il terreno di scontro tra Washington e Teheran. La condanna segnala che la stabilità regionale non può essere barattata in un accordo bilaterale USA-Iran che ignori le preoccupazioni di sicurezza di Riad e dei suoi alleati, costantemente minacciati dalle milizie proxy e dai droni iraniani.

FRONTE LIBANESE: OPERAZIONI SOTTERRANEE E COSTI UMANI. In Libano, la pressione israeliana contro Hezbollah continua a produrre risultati tattici e pesanti conseguenze civili. Lunedì l'esercito israeliano ha confermato la distruzione di due tunnel strategici di Hezbollah, lunghi complessivamente 2 chilometri, situati lungo il confine. Secondo l'IDF, queste infrastrutture erano destinate alle unità d'élite per incursioni in territorio israeliano.

Tuttavia, il costo rimane elevato. Ieri i raid israeliani hanno causato la morte di otto persone, tra cui tre membri della protezione civile, e il ferimento di due soldati libanesi. Nel tentativo di contenere le reazioni internazionali, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha ribadito ieri la posizione ufficiale: “Israele non ha ambizioni territoriali in Libano”. È un messaggio volto a rassicurare la comunità internazionale sul carattere “chirurgico” e non espansionistico dell'operazione, nonostante l'intensità dei combattimenti terrestri non accenni a diminuire. (29 APR – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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