di Paolo Pagliaro
Per anni il confronto tra Europa e Stati Uniti si è consumato quasi esclusivamente sulla crescita del PIL: gli USA corrono più veloci, l'Europa arranca. Uno studio del Joint Research Centre ora ribalta quella narrativa. Se allarghi la lente e misuri ciò che conta davvero — salute, disuguaglianze, coesione sociale, qualità delle istituzioni, rispetto dei limiti del pianeta — il quadro cambia radicalmente. Tra il 2010 e il 2023 l'indice di benessere dell'UE è cresciuto di 9,5 punti percentuali contro appena 1,2 degli USA; e sul fronte della sostenibilità inclusiva, l'Europa guadagna 4 punti mentre gli Stati Uniti ne perdono mezzo. Il dato forse più eloquente riguarda il reddito equivalente, una misura che corregge il PIL per la speranza di vita e la disuguaglianza distributiva: secondo questo indicatore l'UE ha sorpassato gli USA già nel 2022. Tradotto: se sei un cittadino medio — non il top del 10% — stai mediamente meglio in Europa che negli Stati Uniti.
Naturalmente lo studio non nasconde le luci americane: le risorse per il futuro, trainate dalla crescita economica, rimangono superiori oltreoceano. Ma proprio qui sta il problema: una crescita che aumenta le disuguaglianze, erode la salute pubblica e consuma capitale naturale non è ricchezza collettiva — è debito mascherato da prosperità. Il merito politico del progetto — guidato da Enrico Giovannini in continuità con il lavoro già portato avanti in Italia con il BES — è di trasferire questa prospettiva dentro le priorità strategiche dell'Unione, in coerenza con il Foresight Report della Commissione. Non si tratta di statistica accademica: si tratta di costruire la base informativa su cui fondare politiche pubbliche più giuste. Un PIL che sale mentre cresce la povertà relativa e si degrada l'ecosistema non è un successo. Misurarne gli effetti è il primo passo per smettere di inseguirlo ciecamente.





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