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Marc Lazar: a Roma e Parigi due destre vicine e diverse

Marc Lazar: a Roma e Parigi due destre vicine e diverse

Benedetta Lazzeri

Lo scorso 17 aprile il governo francese ha ritirato la legge Yadan contro le nuove forme di antisemitismo. La legge, presentata con i voti dei centristi e del Rassemblement National, aveva come scopo quello di «lottare contro le forme rinnovate di antisemitismo» e, sin dall’inizio, aveva dato luogo a proteste e raccolte firme culminate nel suo ritiro ufficiale. «La Francia sta vivendo un momento veramente complesso. Stiamo assistendo ad un aumento esponenziale dell’antisemitismo e del razzismo in generale e la vicenda della legge Yadan è la dimostrazione di come, a mio avviso, siamo lontani dal trovare una risposta efficiente ad un problema reale», dice Marc Lazar, storico contemporaneista e professore presso le Università Luiss di Roma e Sciences Po di Parigi. «Gli schieramenti e i calcoli politici nel caso della legge Yadan sono stati veramente strani, con Gabriel Attal che sembrava volesse farne il centro della sua campagna per le presidenziali e il favore del Rassemblement National, storicamente antisemita. Quello che manca, tuttavia, è una risposta alla domanda: come combattere questa ondata antisemita?», aggiunge Lazar.
Una realtà complessa, quindi, quella descritta da questa vicenda, che ci pone davanti a due schieramenti polarizzati: «ci troviamo, da una parte, di fronte ad una sinistra estrema le cui dichiarazioni spesso passano dall’antisionismo all’antisemitismo e, dall’altra, a un Rassemblement National che si presenta come il principale difensore di Israele, in netto contrasto non solo con la storia del partito, ma anche con le idee del padre di Marine Le Pen, più volte condannato per antisemitismo», continua Lazar.
Le posizioni dunque si radicalizzano; ma come spiegare questo spostamento ai poli? «Per quel che riguarda la France Insumine ha giocato sicuramente un ruolo l’indignazione contro i crimini commessi da Israele a Gaza e ora in Libano, con una parte dell’elettorato che ha usato questo argomento per portare avanti istanze antisemite. D’altra parte, l’ampliamento dei consensi del RN ha fatto sì che entrassero tra le fila dell’estrema destra tutta una serie di elettori fortemente anti-islamici e, invece, favorevoli alle politiche di Israele. Certamente, rimane uno nucleo originario che è antisemita ed è scontento delle posizioni più recenti del partito», spiega Marc Lazar. Si inizia a vedere il malcontento di quello che si potrebbe definire “lo zoccolo duro” delle destre nostalgiche e reazionarie presenti anche tra le file della destra italiana, con una Giorgia Meloni molto più centrista e atlantista di quanto alcuni dei suoi elettori avrebbero voluto. Così, di fronte a queste divisioni interne e a neanche un mese dalla sconfitta della premier italiana al referendum e del risultato deludente del RN alle comunali in Francia, ci si chiede quale sia il futuro prossimo delle destre sovraniste nei due Paesi.
«Le elezioni comunali in Francia hanno evidenziato quello che è il problema principale del Rassemblement National, molto radicato nella popolazione, ma ancora troppo lontano dai centri delle grandi città. Certamente, si tratta di un partito forte, che trova consenso in tutte le categorie sociali. Per capire meglio quale sarà la via che la destra intraprenderà in vista del 2027, va aspettato il 7 luglio sera, ossia la risposta della giustizia su Marine Le Pen, ma è sicuro che, o lei o Bardella arriveranno al secondo turno», dice Lazar.
La situazione di Giorgia Meloni – continua lo studioso – non è meno complessa e sfaccettata: «Giorgia Meloni è sicuramente in difficoltà; è stata battuta al referendum, il suo alleato e amico Orbàn è stato sconfitto e la grande illusione di un qualche vantaggio nell'alleanza con Trump è finita», spiega lo studioso, che ricorda come il piano politico che vedeva Meloni come ponte tra l’Europa e gli Usa – approfittando della stabilità politica italiana, dello scarso consenso di Macron in Francia e delle difficoltà del cancelliere tedesco – sia naufragato nella totale marginalità dell’Italia rispetto al disegno trumpiano. «Ad oggi, Meloni non ha ottenuto nulla di concreto e si vede costretta a prendere le distanze da Trump, sia per quel che riguarda la guerra in Iran – che sta avendo conseguenze disastrose sull’economia italiana -, sia per quanto riguarda i rapporti con Kiev, un fronte su cui Trump non dà sicurezze e nei confronti del quale, di contro, Meloni ha più volte rinnovato il proprio impegno».
Siamo vicini alla rottura? Non secondo Lazar che adduce due ragioni fondamentali: «Innanzitutto, Meloni si è da subito posta in continuità con una politica che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, vede l’Italia al fianco degli Stati Uniti e poi, non va dimenticato: Meloni si è sempre trovata d’accordo con l’ideologia sovranista e nazionalista proposta dai MAGA».
Sicuramente, in Italia come in Francia, la destra arriva al 2027 più unita e forte della sinistra, anche se resta difficile capire quale sarà il destino dell’Europa che nel 2027 vedrà al voto anche Spagna e Polonia. «Se il candidato del RN fosse Bardella e questi vincesse le politiche assieme a Meloni, lo scenario sarebbe comunque di difficile lettura», spiega Lazar. «Bardella adotterà una politica di confronto duro con l’UE, sulla falsariga di Orbàn, mentre Meloni, qualora fosse rieletta, non potrebbe che continuare con la strategia del compromesso, cercando di attrarre il partito popolare europeo su posizioni più conservatrici, ma senza cercare lo scontro con l’Europa: l’Italia non se lo può permettere». Ma cosa dovremmo aspettarci da un asse Bardella-Meloni? «Non dobbiamo dimenticare – risponde Lazar - che i loro partiti vogliono difendere ciascuno il proprio interesse nazionale e dunque la supposta amicizia tra Bardella e Meloni sarebbe in realtà molto fragile».

(© 9Colonne - citare la fonte)