Lo zar in autoisolamento preventivo? È quanto si evincerebbe da un rapporto di un'intelligence europea ottenuto dalla CNN, secondo il quale il Cremlino avrebbe drasticamente rafforzato la sicurezza personale di Vladimir Putin. Le misure, stando al dossier, includerebbero l’installazione di sistemi di sorveglianza nelle case dei collaboratori più stretti del presidente: tale inasprimento sarebbe la risposta a un’ondata di assassinii di alti ufficiali russi e ai timori di un possibile colpo di stato. Secondo questa ricostruzione, il leader russo trascorrerebbe ormai diverse settimane all'interno di bunker potenziati dai quali può esercitare in pieno il suo potere sulla Federazione, preferendo la regione di Krasnodar alle sue residenze abituali di Mosca e Valdai. Il rapporto sostiene inoltre che allo staff — inclusi cuochi e guardie — sarebbe vietato l'uso dei mezzi pubblici e che l'accesso a internet sarebbe precluso sui dispositivi dei collaboratori.
La risposta russa non si è fatta attendere, muovendosi su un binario di smentita totale e controffensiva retorica. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha liquidato le indiscrezioni della CNN come “prive di fondamento”, definendole parte di una campagna di disinformazione occidentale volta a creare un'immagine di instabilità e paranoia ai vertici del potere russo. Secondo Mosca, l'agenda del Presidente proseguirebbe regolarmente e le misure di sicurezza non avrebbero subito variazioni eccezionali, se non quelle ordinarie richieste dal contesto bellico attuale. Per l'apparato russo, l'idea che Putin utilizzi immagini preregistrate per simulare la propria presenza sarebbe un'illazione strumentale.
Tuttavia, tra le righe delle dichiarazioni ufficiali dei servizi russi emerge un dato reale che potrebbe offrire una chiave di lettura diversa. Se da un lato il Cremlino nega l'isolamento del presidente, dall'altro l'FSB ha confermato un innalzamento dei protocolli di protezione per i vertici militari. Questa necessità viene però motivata non con timori di golpe interno, ma con la minaccia di operazioni di sabotaggio coordinate dall'intelligence ucraina e dalla NATO. Mentre il dossier europeo legge in queste misure il segnale di un crescente malcontento interno e di una fragilità del sistema, la narrativa di Mosca le presenta come una risposta pragmatica e necessaria a un'aggressione esterna che mira ai centri di comando russi.
Il confronto tra queste due narrazioni evidenzia la difficoltà di decifrare la reale stabilità del potere a Mosca a quattro anni dall'inizio del conflitto in Ucraina. Da una parte, l'intelligence occidentale descrive un leader arroccato e diffidente verso il suo stesso entourage; dall'altra, il Cremlino rivendica la solidità delle proprie istituzioni, derubricando ogni notizia su bunker o sorveglianza domestica a propaganda ostile. Resta il fatto che la riduzione delle apparizioni pubbliche documentate e gli effettivi attentati ai generali russi dell'ultimo anno rappresentano elementi di tensione oggettivi, che ognuna delle due parti interpreta per sostenere la propria visione della crisi in corso. (4 MAG – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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