di Riccardo Noury (Amnesty International Italia)
“Decine di migliaia” secondo le stime prudenti delle organizzazioni per i diritti umani; almeno 150.000 per la Bbc e altri organi d’informazione; ormai 200.000, denuncia la diaspora. Non è chiaro neanche quante siano le vittime civili di tre anni di guerra in Sudan, iniziata all’alba del 15 aprile 2023 tra l’esercito regolare e il gruppo paramilitare Forze di supporto rapido, l’uno e l’altro spalleggiati da milizie locali e sostenuti, anche con forniture di armi, da fuori.
Quello che è certo è che, su una popolazione di poco superiore a 50 milioni di persone, oltre un quinto è stato costretto alla fuga dai combattimenti: almeno due milioni negli stati confinanti, 12 milioni all’interno del Sudan, alla ricerca nomadica di una terra risparmiata dal conflitto. Ben oltre la metà della popolazione, 33 milioni, ha urgente bisogno di aiuti umanitari, il cui ingresso e la successiva distribuzione vengono sistematicamente ostacolati.
L’insicurezza alimentare acuta riguarda ormai la metà del paese: in alcune zone del quale si è raggiunto il livello della carestia. Il 70 per cento delle strutture mediche non è più funzionante. Questo spiega anche la diffusione di malattie facilmente prevenibili: come il colera, diffuso ormai in tutti i 18 stati del Sudan, che ha causato 113.000 contagi e 3000 morti. In Sudan sono stati commessi i più gravi crimini di diritto internazionale: crimini contro l’umanità e crimini di guerra, soprattutto negli stati del Kordofan e del Darfur settentrionale. In quest’ultimo, le Nazioni Unite hanno denunciato “i segni del genocidio”, soprattutto dopo che – nell’ottobre 2025, dopo 18 mesi di assedio – le Forze di supporto rapido hanno preso la capitale Al Fasher.
Le persone che hanno cercato di fuggire sono state sistematicamente uccise. La violenza sessuale si è fatta endemica: sono stati accertati 1294 casi di stupro, nell’82 per cento dei casi ad opera delle Forze di supporto rapido, ma quel numero è con ogni probabilità una minima frazione del totale. “Mentre i bisogni aumentano, gli aiuti diminuiscono”, ha sintetizzato Amnesty International, riferendosi anche ai tagli ai finanziamenti internazionali alla cooperazione.
Le ong denunciano ormai da ormai un anno che quei tagli hanno gravemente limitato o addirittura impedito il proseguimento delle loro attività, come le cure post-stupro per le bambine ora abbandonate a loro stesse insieme alle madri, l’assistenza alle persone con disabilità, la fornitura di cibo ad alto contenuto nutritivo e persino quella di medicinali di base come antibiotici o antidolorifici. Molte cucine comunitarie sono state costrette a chiudere.
A febbraio le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per raccogliere 1,6 miliardi di dollari per assistere le persone sudanesi che si sono rifugiate negli stati confinanti. Di sicuro, manca ancora molto. Considerato tutto ciò e aggiungendovi i ricorrenti blackout delle comunicazioni, in Sudan molte persone resistono accanto alle loro comunità, costruendo reti di sostegno e di aiuto reciproco, convinte che prima o poi il conflitto finirà. Potrebbe essere più “prima” che “poi” se l’embargo sulle armi dirette in Darfur, vigente dal 2004, venisse fatto rispettare e, come chiede da tre anni Amnesty International, fosse ampliato a tutto il territorio sudanese





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