Il quadro diplomatico si è rapidamente surriscaldato nelle ultime ore, riflettendo la gravità dell’escalation militare registrata ieri. Mentre le acque dello Stretto di Hormuz restano agitate dai postumi dello scontro navale andato in scena ieri, le cancellerie internazionali hanno avviato un’offensiva politica coordinata per isolare Teheran e disinnescare quella che viene percepita come una minaccia alla stabilità globale. In questo senso, la condanna degli attacchi contro gli Emirati Arabi Uniti (EAU) non rappresenta solo un atto di solidarietà regionale, ma il segnale di una crescente insofferenza verso la strategia iraniana di pressione asimmetrica.
LA FERMEZZA DI BERLINO: L'ULTIMATUM DI MERZ. Tra le reazioni più nette arrivate oggi, spicca quella del Cancelliere tedesco Friedrich Merz. In un messaggio affidato alla piattaforma X, Merz ha alzato il tono del confronto, spostando l'accento sulla responsabilità dell'Iran nel mantenere la stabilità delle rotte commerciali e nucleari. “L'Iran deve tornare al tavolo dei negoziati e smettere di tenere in ostaggio la regione e il mondo”, ha scritto il Cancelliere, di fatto sintetizzando in queste poche parole la lettura occidentale del blocco dello Stretto come una forma di ricatto geoeconomico.
Merz ha poi rincarato la dose affrontando direttamente il nodo marittimo, affermando categoricamente che “Il blocco dello Stretto di Hormuz deve finire”, posizionando la Germania in linea con la postura del “Project Freedom” avviata da Washington, suggerendo che anche le potenze europee, solitamente più inclini alla mediazione, considerino ormai insostenibile lo status quo imposto da Teheran. La richiesta di un ritorno ai negoziati, tuttavia, si scontra con l'attuale stallo sulla questione nucleare, che l'Iran ha tentato di scorporare dalle trattative sulla sicurezza marittima.
IL FRONTE EUROPEO E LA SOLIDARIETÀ ATLANTICA. La posizione tedesca si inserisce in un coro di condanne che nelle ultime ore ha visto protagoniste anche le massime cariche dell’Unione Europea. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha definito gli attacchi contro Fujairah e le infrastrutture energetiche degli Emirati come “vicious” (efferati) e in palese violazione del diritto internazionale. Anche la Presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, si è unita ieri alla condanna, sottolineando come la sicurezza dei partner regionali sia un pilastro non negoziabile per l'Europa. Questa compattezza europea segnala un fallimento evidente della diplomazia iraniana, che sperava di incunearsi tra le divergenze transatlantiche. Al contrario, l'azione di ieri contro gli Emirati sembra aver ricompattato l'asse Berlino-Parigi-Londra-Washington. Sebbene Trump abbia mostrato in passato insofferenza verso gli alleati NATO, Merz ha ribadito oggi che gli Stati Uniti restano il “nostro partner più importante”, cercando di stabilizzare un rapporto che negli ultimi giorni ha vissuto momenti di tensione a causa del ritiro di alcune truppe americane dal suolo tedesco.
STALLO ALL'ONU: IL GIOCO DEI VETI E LA PARALISI DEL CONSIGLIO. Se nelle capitali regna la condanna, al Palazzo di Vetro di New York la situazione appare radicalmente diversa. Nelle ultime ore è emerso con chiarezza come il Consiglio di Sicurezza dell'ONU sia incapace di produrre una risposta operativa alla crisi. Una bozza di risoluzione presentata dal Bahrein, volta a condannare gli attacchi e a esigere l'immediato sblocco dello Stretto, è stata fermata dal veto congiunto di Cina e Russia. Leggendo tra le righe di questa paralisi, emerge la strategia di Mosca e Pechino: pur non approvando ufficialmente l'escalation, le due potenze vedono nel caos mediorientale uno strumento per logorare le risorse diplomatiche e militari degli Stati Uniti. Per la Russia, l'instabilità nel Golfo garantisce una pressione al rialzo sui prezzi del petrolio; per la Cina, si tratta di impedire che gli USA consolidino un'egemonia totale sulle rotte marittime globali attraverso iniziative unilaterali come il “Project Freedom”. Questa spaccatura trasforma lo Stretto di Hormuz in un microcosmo della competizione globale tra grandi potenze.
REAZIONI REGIONALI: IL TIMORE DELLE PETROMONARCHIE. Sul versante mediorientale, le reazioni di oggi riflettono una profonda ansia securitaria. L'Arabia Saudita e altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) hanno denunciato gli attacchi come una “palese escalation”. Il segretario generale del CCG, Jasem al-Budaiwi, ha parlato apertamente di un “grave atto di aggressione”. Gli Emirati Arabi Uniti, pur avendo dimostrato capacità di intercettazione – Abu Dhabi ha confermato oggi di aver abbattuto 15 missili e 4 droni ieri – hanno ribadito di “riservarsi il diritto a una risposta piena e legittima”.
Questa cautela operativa degli Emirati, che per ora non hanno risposto militarmente, suggerisce il desiderio di non innescare una guerra totale, preferendo lasciare agli Stati Uniti l'onere della risposta cinetica. Tuttavia, la decisione delle autorità di Abu Dhabi di ordinare oggi il ritorno alla didattica a distanza per tutte le scuole del Paese testimonia come la minaccia sia percepita come imminente e domestica, non più confinata alle sole acque internazionali. (5 MAG – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




amministrazione