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direttore Paolo Pagliaro

DIETROFRONT DI TRUMP:
STOP SCORTE A HORMUZ

DIETROFRONT DI TRUMP: <BR> STOP SCORTE A HORMUZ

Ennesimo giro di valzer di Trump. A una manciata di ore dal suo avvio, il tycoon ha fatto marcia indietro sull'operazione Project Freedom, ovvero sulla decisione di scortare militarmente il naviglio neutrale attraverso Hormuz. Quella che doveva essere la prova di forza decisiva per scardinare l'assedio energetico iraniano si è trasformata, nello spazio di una notte, in un "congelamento" strategico che lascia la comunità internazionale e i mercati petroliferi in uno stato di profonda incertezza.

IL DIETROFRONT SU TRUTH: LA DIPLOMAZIA DEL POST. La decisione è arrivata attraverso i canali non convenzionali cari al Presidente. In un post pubblicato su Truth, Donald Trump ha annunciato che l'operazione americana di scorta — iniziata appena lunedì — viene interrotta con effetto immediato. “Il Progetto Freedom sarà sospeso per un breve periodo per verificare se l'accordo possa essere finalizzato e firmato”, ha scritto l’inquilino della Casa Bianca, riferendosi a “notevoli progressi compiuti verso un accordo globale e definitivo con i rappresentanti dell'Iran”.

In questo modo, probabilmente Trump sta cercando di capitalizzare politicamente una situazione di stallo che rischiava di degenerare in uno scontro diretto dalle conseguenze incalcolabili. The Donald ha comunque tenuto a precisare che la sospensione è arrivata “su richiesta del Pakistan e di altri Paesi”, suggerendo l'esistenza di un asse di mediazione sotterraneo che ha spinto Washington a ritrarre la mano proprio mentre il Segretario di Stato, Marco Rubio, stava delineando i contorni di una nuova fase del conflitto. Nonostante l'apertura al transito, resta però ferreo il blocco statunitense dei porti iraniani, in vigore dal 13 aprile.

LA FINE DI "EPIC FURY" E IL PARADOSSO DI RUBIO. Poche ore prima del contrordine presidenziale, il Segretario di Stato Marco Rubio aveva ufficializzato la chiusura della fase più cruenta delle ostilità. Intervenendo ieri in una conferenza stampa alla Casa Bianca, Rubio ha dichiarato che “l'operazione militare lanciata a febbraio contro l'Iran si è conclusa” Nelle intenzioni del Dipartimento di Stato, l'Operation Epic Fury ha esaurito i suoi compiti distruttivi, lasciando spazio a quella che Rubio ha definito una fase “difensiva”.

Il passaggio di testimone verso il Project Freedom doveva servire a normalizzare il flusso nello Stretto di Hormuz, ma la narrazione ufficiale si scontra con una realtà di attriti costanti. Rubio ha difeso il blocco navale definendolo necessario per “proteggere il commercio globale e la navigazione civile”, sottolineando che “il controllo iraniano sullo stretto non dovrebbe essere normalizzato”. La dialettica di Rubio cerca di presentare il blocco americano come una misura di polizia internazionale contro quella che definisce una “estorsione” iraniana sul transito navale. Tuttavia, la rapida sospensione del progetto di scorta da parte di Trump sembra aver spiazzato lo stesso Rubio, mettendo in luce una possibile asincronia tra le ambizioni geopolitiche del Segretario e il pragmatismo negoziale del Presidente.

LA REAZIONE DI TEHERAN: “TRUMP FA MARCIA INDIETRO”. Dall'altra parte del Golfo, la comunicazione di Stato iraniana non ha perso tempo a trasformare la sospensione americana in un trofeo propagandistico. L'INSA, organo ufficiale della Repubblica Islamica, ha denunciato il “fallimento degli Stati Uniti nel raggiungere i propri obiettivi nel cosiddetto ‘Progetto Libertà’”. Secondo Teheran, l'annullamento dell'operazione non sarebbe frutto di una scelta diplomatica di Washington, ma una conseguenza diretta delle “ferme posizioni e degli avvertimenti ricevuti dall'Iran”. L'agenzia di stampa Tasnim ha rincarato la dose con un post sul suo account X, titolando senza giri di parole: “Trump fa marcia indietro”. Tra le righe della retorica iraniana si legge la convinzione che la deterrenza di Teheran abbia funzionato. La minaccia di trasformare Hormuz in un cimitero di navi sembra aver convinto la Casa Bianca che scortare i mercantili fosse un rischio politico ed economico troppo elevato rispetto ai benefici immediati.

INCIDENTE NOTTURNO NELLO STRETTO: UN PROIETTILE IGNOTO. Mentre la politica discuteva di sospensioni e accordi, la realtà del campo tornava a farsi sentire con violenza. L'agenzia britannica per la sicurezza marittima (UKMTO) ha riferito che ieri, intorno alle 20:30 italiane, una nave mercantile è stata colpita da un proiettile di origine sconosciuta mentre transitava nello Stretto di Hormuz. L'episodio conferma la fragilità del cessate il fuoco e l'instabilità cronica di un corridoio dove il naviglio civile rimane il bersaglio più esposto. Il fatto che l'origine del proiettile rimanga ufficialmente ignota alimenta i sospetti su possibili provocazioni o azioni di milizie non ufficiali che operano nell'area, rendendo ancora più complesso il quadro negoziale citato da Trump.

L'ASSE PECHINO-TEHERAN E LA DIPLOMAZIA DELL'OMBRA. In questo scenario, gli sguardi sono rivolti a Pechino, dove il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato ieri il suo omologo cinese Wang Yi. Sebbene la Xinhua non abbia rilasciato dettagli sostanziali, il peso della Cina nella crisi è evidente: Pechino importa oltre l'80% del greggio iraniano e vede il blocco di Hormuz come una minaccia diretta alla propria sicurezza energetica.

Marco Rubio ha esplicitamente esortato la Cina a usare la sua influenza, sperando che i cinesi dicano ad Araghchi “ciò che deve sentire, ovvero che ciò che sta facendo nello stretto lo sta isolando a livello internazionale”. La diplomazia cinese sta giocando una partita su più tavoli: da un lato agisce come garante silenzioso del cessate il fuoco, dall'altro evita critiche aperte agli Stati Uniti per non compromettere i rapporti con le altre monarchie del Golfo. Il ruolo della Cina è oggi il vero motore sotterraneo che potrebbe trasformare la "sospensione" di Trump in un accordo tangibile, ma la strada rimane disseminata di mine simboliche e materiali.

La sensazione è che il Project Freedom sia stato sacrificato sull'altare di una trattativa più ampia, mediata dal Pakistan e benedetta dalla Cina, in cui il controllo del petrolio è solo una delle fiches sul tavolo. (6 MAG – deg)

(© 9Colonne - citare la fonte)
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