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PACE? GLI ISRAELIANI
NON SI FIDANO DELL’IRAN

PACE? GLI ISRAELIANI <BR> NON SI FIDANO DELL’IRAN

Oltre le manovre diplomatiche di Washington e le provocazioni nello Stretto, il vero nodo della crisi mediorientale sembra stringersi attorno al sentimento interno israeliano. Un nuovo sondaggio dell'Israel Democracy Institute (IDI), pubblicato ieri, rivela una nazione profondamente scettica, se non apertamente ostile, all'idea di chiudere il capitolo bellico con l'Iran e i suoi proxy alle condizioni attuali.

IL PARADOSSO DELLA TREGUA: ISRAELE NON SI SENTE AL SICURO. La maggior parte degli israeliani (59%) ritiene che porre fine alla guerra con l'Iran in questa fase non tutelerebbe gli interessi di sicurezza nazionale. Questa sfiducia sale drammaticamente tra i cittadini ebrei, di cui circa due terzi dichiarano che una cessazione delle ostilità ora sarebbe “solo parzialmente, o per nulla” compatibile con la sicurezza del Paese. Il dato riflette una lettura “tra le righe” della società israeliana: la percezione non è quella di una vittoria o di una stabilità raggiunta, ma di una pausa forzata. Non a caso, il 62% degli intervistati prevede che Israele tornerà a un conflitto su vasta scala con l'Iran in un futuro prossimo. Per l'opinione pubblica, la minaccia iraniana è stata solo scalfita, non rimossa, e il “congelamento” voluto da Trump viene interpretato come un rinvio del problema piuttosto che come una soluzione.

LA SOVRANITÀ FERITA: L'OMBRA DI WASHINGTON SU GERUSALEMME. Un altro elemento di forte tensione analitica riguarda il ruolo degli Stati Uniti. Il 51% degli israeliani ritiene oggi che l'amministrazione americana eserciti un'influenza sulle decisioni di difesa dello Stato ebraico superiore a quella del proprio governo. Si tratta di un balzo significativo rispetto al 44% registrato nell'ottobre 2025. Solo il 18% degli intervistati vede ancora il governo israeliano come il principale decisore in ambito militare. Questa consapevolezza di una “sovranità limitata” si accompagna a una crescente ansia per l'isolamento diplomatico. Indipendentemente dal colore politico, il 72% degli israeliani definisce “preoccupante” o “molto preoccupante” il peggioramento dell'atteggiamento pubblico americano nei confronti di Israele. Tra le righe, emerge il timore che il sostegno incondizionato della Casa Bianca stia diventando un legame di dipendenza che limiterebbe la libertà d'azione di Gerusalemme, esponendola al contempo ai mutamenti d'umore dell'elettorato statunitense.

IL FRONTE NORD: LO SCETTICISMO SUL DISARMO DI HEZBOLLAH. Se il fronte iraniano appare incerto, quello libanese è visto con rassegnazione. Due terzi degli israeliani ritengono che le possibilità di raggiungere un accordo stabile che preveda il disarmo di Hezbollah siano “basse o inesistenti”. Tra la popolazione ebrea, il pessimismo tocca l'80%. La narrazione di un Libano capace di riprendere il controllo del proprio territorio a sud del Litani viene accolta con estremo sospetto. Le notizie di oggi riportano che Hezbollah avrebbe addirittura rinforzato le proprie posizioni nonostante gli annunci governativi di smilitarizzazione, utilizzando vie di comunicazione non controllate dall'esercito regolare. Per l'israeliano medio, la diplomazia di Beirut appare come un paravento dietro cui il gruppo sciita si riorganizzerebbe per il prossimo round.

FRATTURE INTERNE: LA VOCE ARABO-ISRAELIANA. Il sondaggio evidenzia anche una profonda spaccatura etnica interna. A differenza della maggioranza ebraica, quasi la metà dei cittadini arabi di Israele ritiene che porre fine alla guerra ora servirebbe “in larga misura” gli interessi del Paese. Questa divergenza di vedute non riguarda solo la sicurezza, ma la visione stessa del futuro di Israele nella regione: mentre una parte della società vede nella forza militare l'unico garante dell'esistenza, l'altra guarderebbe alla de-escalation come precondizione per la stabilità interna. Da tutto ciò, oggi come oggi Israele sembra dunque apparire come una nazione sospesa: costretta a seguire i ritmi negoziali di Washington ma intimamente convinta che la “pace di Trump” sia solo l'intervallo tra due battaglie. (6 MAG – deg)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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