Ore 21:00 del 6 maggio 1976. Un terremoto di magnitudo 6.5 colpì il Friuli e in particolare la media valle del Fiume Tagliamento, con epicentro localizzato a qualche chilometro a est di Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Il sisma venne avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale e nella vicina Slovenia e venne soprannominato “Orcolat” dalla popolazione locale, un richiamo all’orco che secondo il folklore dell’area è responsabile dei terremoti. La scossa interessò oltre 100 comuni delle province di Udine e di Pordenone, per una popolazione complessiva di circa 500.000 persone. I morti in Italia furono quasi mille, oltre 3.000 i feriti. Gli effetti più distruttivi si concentrarono nella zona a nord di Udine, dove interi paesi e cittadine subirono estese distruzioni: fra questi Gemona del Friuli, Forgaria nel Friuli, Osoppo, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano e Moggio Udinese, solo per citarne alcuni. L’economia subì lo stesso impatto catastrofico: circa 15mila lavoratori persero il posto per la distruzione o il danneggiamento delle fabbriche, mentre i danni al patrimonio edilizio furono rilevanti e amplificati dalle particolari condizioni del suolo, dalla posizione dei paesi colpiti, quasi tutti i posti in cima ad alture, e dall'età avanzata delle costruzioni.
Il Friuli, tuttavia, è riuscito a diventare un caso di rinascita di successo, tanto da essere considerato un “modello” di riferimento: da zona rurale e in difficoltà economica, caratterizzata dall’emigrazione della forza lavoro, grazie alla ricostruzione si è trasformato in un’area dinamica e in crescita. Il commissario per il terremoto, Giuseppe Zamberletti, riuscì a portare a termine un’impresa significativa. Non ottenne però lo stesso esito anni dopo, in occasione del terremoto dell’Irpinia, ancora più distruttivo. A chi gli chiedeva il motivo di tale differenza, rispondeva: “Perché lì c’erano i friulani”. La regione, ad esempio, si diede un’università (anche per evitare che i giovani emigrassero) e la Protezione civile, poi diffusa in tutta l’Italia, oltre che un polo industriale ancora attivo nonostante fondi e aiuti siano terminati decenni fa. L’opera di Zamberletti, infatti, fu fondamentale per la nascita della Protezione civile italiana e per favorire la collaborazione tra istituzioni, cittadinanza e forze dell’ordine. Per la prima volta si istituirono i Centri Operativi nelle diverse zone colpite sotto la presidenza del sindaco con il potere di decidere sulle operazioni di soccorso, conoscendo le caratteristiche e le risorse del territorio. La mobilitazione della macchina dei soccorsi, inoltre, fu imponente e coinvolse forze armate, forze dell’ordine, Croce Rossa e Vigili del fuoco.
Oggi sono tante le voci che si sono levate per ricordare il dramma e la voglia di ripartire nonostante la sofferenza. Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani, ad esempio, ha scritto su X: “Una ferita profonda che si è poi trasformata, grazie alla determinazione dei friulani, in un modello di efficienza. L'Italia intera seppe dare una grande prova di unità nazionale e solidarietà. Da quella tragedia nacque un modello di ricostruzione fondato su coesione, responsabilità e collaborazione tra istituzioni e cittadini, ancora oggi punto di riferimento. Un anniversario che invita a custodire la memoria e a rinnovare l’impegno per la sicurezza del territorio e la tutela delle comunità. Oggi onoriamo le vittime e celebriamo la forza di chi ha saputo ricostruire ‘com'era e dov’era’”. (6 MAG - gci)
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