Apparente schizofrenia. È probabilmente questa la definizione attualmente più calzante per definire la fase odierna della crisi mediorientale, dove il fragore delle esplosioni nel Golfo e i raid mirati in Libano non sono altro che il contrappunto violento di una diplomazia giocata sul filo del ricatto. Non vi è paradosso tra la ricerca di un accordo e l'escalation militare: la dinamica in atto è un brutale braccio di ferro in cui la forza bellica viene utilizzata come unico linguaggio negoziale per accelerare una risoluzione che entrambi i contendenti, per ragioni opposte, iniziano a considerare vitale.
IL “GRAND DEAL” DI TRUMP: TRA URGENZA ELETTORALE E MINACCIA TOTALE. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aperto la giornata di ieri con dichiarazioni che riflettono perfettamente questa strategia della pressione estrema. Definendo il raggiungimento di un accordo con l'Iran “molto probabilmente possibile” dopo una serie di “ottimi colloqui”, Trump ha svelato la sua urgenza di chiudere il fronte mediorientale. La fretta di Washington non è dettata da un improvviso afflato pacifista, ma dalla necessità interna di stabilizzare i mercati e recuperare il gradimento elettorale in costante calo. Tuttavia, alla carota dei “colloqui” segue immediatamente il bastone dell'annientamento: “Se l'Iran non accetterà, inizieranno i bombardamenti e purtroppo saranno con un'intensità molto maggiore rispetto a prima”, ha avvertito. Leggendo tra le righe, si percepisce come la Casa Bianca stia cercando di forzare una sottomissione procedurale di Teheran. Per Trump, il successo non è più la stabilità regionale, ma la firma di un documento da sventolare davanti ai propri elettori. La minaccia di una distruzione sistemica serve a ricordare agli ayatollah che il costo della loro resistenza aumenta proporzionalmente al calo di Trump nei sondaggi: più il tempo stringe per il Presidente, più il Pentagono è pronto a colpire duramente per ottenere un risultato rapido.
LA GUERRA DEI MARI: IL BLOCCO DI HORMUZ COME LEVA POLITICA. Nello Stretto di Hormuz, il braccio di ferro si traduce in una pericolosa partita a scacchi navale. L'Iran ha negato formalmente oggi qualsiasi coinvolgimento nell'esplosione avvenuta lunedì a bordo della nave mercantile sudcoreana nello Stretto. Per Teheran, negare la paternità dei sabotaggi è essenziale per mantenere aperta la via diplomatica senza apparire come l'aggressore, preservando quella “narrazione della vittoria” necessaria alla sopravvivenza del regime. L'Iran ha capito che uscire dal confronto con gli USA è l'unico modo per garantire la propria incolumità, ma deve farlo senza che la propria base interna percepisca una resa incondizionata.
Nel frattempo, la pressione fisica sui commerci è totale. L'esercito statunitense ha dichiarato ieri di aver “neutralizzato” la M/T Hasna, una petroliera vuota battente bandiera iraniana che tentava di forzare il blocco nel Golfo dell'Oman. Secondo il CENTCOM, oltre 50 navi sono state respinte dall'inizio delle operazioni. Questo assedio marittimo mira a soffocare le ultime risorse economiche del regime, rendendo il costo della mancata firma di un accordo insostenibile. Un segnale di come il traffico sia ormai regolato dai protocolli di sicurezza occidentali è arrivato ieri sera: la CMA CGM Saigon è uscita con successo dal Golfo ed è stata localizzata al largo di Muscat, fuori dall'area del blocco, seguendo rotte monitorate dalle forze internazionali.
L'EUROPA E LA MISSIONE MULTINAZIONALE: IL RUOLO DI PARIGI. In questo scenario di ricatti incrociati, la Francia cerca di inserirsi come attore di garanzia, pur mantenendo un profilo di forza. Emmanuel Macron ha confermato lo schieramento della portaerei Charles de Gaulle, con i caccia Rafale a bordo, verso il Golfo di Aden. Sottolineando l'“utilità” della missione istituita con il Regno Unito per garantire la navigazione, la Francia non si limita a supportare l'alleato americano, ma tenta di proteggere gli interessi energetici europei dalle oscillazioni della politica interna di Trump. La presenza della Charles de Gaulle è una mossa volta a garantire che, qualunque sia l'esito del braccio di ferro tra Washington e Teheran, l'Europa abbia voce in capitolo sulla sicurezza dei propri corridoi di approvvigionamento.
IL FRONTE LIBANESE E L'ELIMINAZIONE CHIRURGICA DI HEZBOLLAH. Mentre i mari sono teatro di blocchi navali, il Libano è tornato a essere il terreno della pressione tattica più violenta. In un raid aereo israeliano condotto ieri nei sobborghi meridionali di Beirut, è stato ucciso un comandante della Forza Radwan, l'unità d'élite di Hezbollah. Si è trattato della prima operazione di questo tipo nella capitale dal cessate il fuoco del 17 aprile. Colpire i vertici di Radwan proprio in questa fase negoziale significa privare l'Iran della sua pedina regionale più efficace. Israele sta operando per ridurre il potere contrattuale di Teheran, dimostrando che la “profondità strategica” iraniana in Libano è vulnerabile.
La reazione sul campo conferma la precarietà della situazione: il Ministero della Salute libanese ha riportato che i raid israeliani nel Libano orientale e meridionale hanno causato 11 morti nella giornata di ieri. Di contro, l'esercito israeliano ha annunciato ieri la morte di un proprio soldato e il ferimento di altri tre in un attacco di droni nel sud del Libano. Questi scambi di fuoco, lungi dall'essere incidenti isolati, rappresentano i messaggi di fumo di una trattativa sotterranea dove ogni caduto serve a spostare di un millimetro l'asticella delle concessioni.
Sarebbe dunque frettoloso liquidare la situazione attuale come una crisi fuori controllo: di fatto, le evidenze rivelano il dipanarsi di un conflitto ferocemente gestito. Trump ha bisogno di una vittoria diplomatica per salvare la propria presidenza; Teheran ha assoluta necessità di uscire dall'angolo per salvare il regime, ma deve poterlo fare “cantando vittoria” per non crollare dall'interno. Le navi intercettate a Hormuz e i comandanti uccisi a Beirut sono i pegni di questo braccio di ferro. Se la Corea del Sud decidesse oggi o nelle prossime ore di unirsi formalmente alle operazioni statunitensi, il cerchio intorno all'Iran si chiuderebbe definitivamente, forzando probabilmente quell'accordo che Trump insegue con tanta urgenza. (7 MAG – deg)
(© 9Colonne - citare la fonte)




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