Il “Grand Deal” che l'amministrazione Trump sta tentando di imporre in queste ore non è un semplice trattato diplomatico, ma rappresenta la sintesi brutale di una politica estera transazionale, dove la stabilità mediorientale è diventata il sottoprodotto della sopravvivenza politica interna. Per Donald Trump, l'esigenza di ribaltare i sondaggi elettorali in caduta libera ha trasformato la crisi iraniana in un'opportunità di marketing politico: la ricerca di un trofeo diplomatico da esibire come prova della propria infallibilità negoziale. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni di ieri, emerge un progetto di “normalizzazione coatta” dell'Iran che va ben oltre la questione nucleare, puntando a una resa strutturale del regime che Washington vorrebbe presentare come il definitivo successo della dottrina della massima pressione. I punti cardine delle richieste del tycoon alla Repubblica islamica prevedono lo smantellamento balistico e nucleare, la fine dell'esportazione della rivoluzione, libertà di navigazione permanente, ispezioni senza preavviso. Soprattutto, però, come accennato gli USA offrirebbero la fine delle sanzioni e la garanzia di non tentare un “cambio di regime”, a patto che l'Iran diventi una “nazione normale” priva di ambizioni egemoniche regionali.
Sui media americani, in particolare su Fox News, la narrazione è già orientata a preparare l'opinione pubblica a questo trionfo. Il “Grand Deal” viene descritto come l'unica alternativa credibile a quella “Epic Fury” minacciata dal Presidente. Il messaggio è chiaro: l'Iran è un'azienda in crisi che il “grande negoziatore” sta portando alla liquidazione alle proprie condizioni. In questo schema, la neutralizzazione della petroliera Hasna e i blocchi navali sono presentati come le clausole di salvaguardia di un contratto che l'Iran non può permettersi di non firmare. La Casa Bianca punta a un accordo che includa la fine del supporto alle milizie regionali e il disarmo balistico, cercando di ottenere in pochi mesi ciò che decenni di diplomazia non hanno scalfito, proprio facendo leva sulla disperazione economica di Teheran.
La risposta dell'Iran, tuttavia, si muove su una logica di conservazione speculare. Le ultime 14 ore hanno mostrato un regime che ha compreso la necessità di uscire dal confronto diretto per garantire la propria incolumità, ma che non può permettersi di farlo da sconfitto. Teheran sta cercando di trasformare il “Grand Deal” di Trump in una “Vittoria della Resistenza” agli occhi del proprio popolo. I segnali di apertura giunti tramite i canali russi e iraniani (Tass e Irna) suggeriscono che gli ayatollah siano disposti a discutere di sicurezza regionale, a patto che l'accordo garantisca la legittimità della Repubblica Islamica e la fine immediata dell'assedio marittimo. Per il regime, la posta in gioco è la “dignità rivoluzionaria”: il compromesso è accettabile solo se può essere narrato come il momento in cui l'America ha dovuto riconoscere il ruolo centrale dell'Iran per evitare un conflitto globale.
In questo scenario, la posizione di Israele appare la più critica e carica di incognite. Se per Washington il “Grand Deal” è il passaporto per la rielezione, per Tel Aviv rappresenta un potenziale tradimento tattico. Il governo israeliano teme che la fretta elettorale di Trump porti a un accordo che “congela” l'Iran ma lo lascia intatto nella sua capacità di colpire tramite i propri alleati. L'uccisione del comandante della Forza Radwan avvenuta ieri a Beirut può essere letta come un segnale inviato da Israele non solo a Hezbollah, ma alla stessa Casa Bianca: Tel Aviv non accetterà una pace che garantisca la sopravvivenza del regime iraniano a scapito della propria sicurezza sul confine nord. Per Israele, il rischio è che il “Grand Deal” si riveli una vittoria di Pirro americana che lascia lo Stato ebraico solo a gestire le macerie di una tregua mai realmente accettata dagli attori sul campo. (7 MAG – deg)
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