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HORMUZ, ATTI DI GUERRA
TRUMP: NO ESCALATION

HORMUZ, ATTI DI GUERRA <BR> TRUMP: NO ESCALATION

Risale ai massimi livelli la tensione nello Stretto di Hormuz dove nella notte è andato in scena uno scontro a fuoco che ha coinvolto tre unità della marina militare a stelle e strisce. Quanto accaduto rappresenta il punto di massima frizione dall'entrata in vigore della tregua dell'8 aprile scorso. Nonostante la narrativa ufficiale della Casa Bianca tenda a minimizzare l’episodio per non far deragliare i negoziati, l'entità dello scambio balistico e il coinvolgimento diretto delle difese aeree regionali sottolineano, se mai ce ne fosse bisogno, ancora una volta la fragilità strutturale dell'accordo di cessate il fuoco, esposto ogni momento al rischio più che concreto che incidenti tattici possano trasformarsi in un'escalation strategica incontrollata.

LA BATTAGLIA NAVALE NELLO STRETTO DI HORMUZ. La tensione nel braccio di mare che separa il Golfo Persico dal Golfo di Oman è esplosa, come detto, nella notte appena trascorsa. Secondo le ricostruzioni fornite dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), tre cacciatorpediniere lanciamissili della Marina statunitense, mentre completavano il transito nello Stretto, sono stati oggetto di un attacco iraniano “su più fronti”. Le dinamiche riportate indicano l'impiego massiccio di droni kamikaze e missili antinave, neutralizzati dai sistemi Aegis delle unità americane. Dal canto suo, Teheran ha fornito una versione diametralmente opposta. Il comando delle forze armate Khatam Al-Anbiya, attraverso i canali della televisione di Stato Irib, ha accusato le forze americane di aver “preso di mira una petroliera iraniana in partenza dalla costa iraniana” ieri, violando apertamente i termini della tregua. Secondo la tesi iraniana, l'attacco statunitense non si sarebbe limitato alle unità navali, ma avrebbe colpito anche una seconda imbarcazione non meglio identificata, innescando la reazione immediata delle batterie costiere e delle unità dei Pasdaran.

L'ESTENSIONE DEI RAID SULLA TERRAFERMA E IL RUOLO DEI PARTNER REGIONALI. Un elemento di novità rispetto ai precedenti attriti riguarda l'estensione geografica delle operazioni odierne. Il comando militare iraniano ha confermato di aver subito attacchi diretti sulle proprie coste, specificando come obiettivi “le coste di Bandar Khamir, Sirik e dell'isola di Qeshm”. Queste località ospitano infrastrutture sensibili e basi logistiche che monitorano l'accesso al Golfo. Teheran ha inoltre sollevato una questione politica rilevante, accusando gli Stati Uniti di aver operato “in collaborazione con altri paesi della regione”, un chiaro riferimento alla rete di difesa integrata che Washington sta cercando di consolidare con le monarchie del Golfo.

Il CENTCOM ha risposto oggi confermando di aver “neutralizzato le minacce e preso di mira le strutture militari iraniane responsabili degli attacchi contro le forze statunitensi, tra cui siti di lancio di missili e droni, centri di comando e controllo e basi di intelligence, sorveglianza e ricognizione”. Nonostante la durezza della risposta militare, la comunicazione del comando statunitense resta cauta, ribadendo di “non cercare un'escalation”, pur mantenendo una postura di massima allerta per la protezione degli assetti nel quadrante.

IL COINVOLGIMENTO DEGLI EMIRATI ARABI UNITI. Nelle prime ore di oggi, il conflitto ha travalicato i confini dello scontro diretto USA-Iran coinvolgendo gli Emirati Arabi Uniti. Il Ministero della Difesa emiratino ha confermato l'attivazione dei propri sistemi di difesa aerea per intercettare minacce provenienti dal territorio iraniano. “Le difese aeree degli Emirati Arabi Uniti sono impegnate in una lotta contro attacchi missilistici e di droni provenienti dall'Iran”, recita la nota ufficiale diffusa in mattinata. L'attivazione delle batterie Patriot e dei sistemi THAAD negli Emirati sottolinea come la minaccia iraniana sia stata percepita come una violazione dello spazio aereo nazionale o come un attacco diretto alle infrastrutture critiche del Paese. “Il Ministero della Difesa conferma che i rumori uditi in varie parti del Paese sono dovuti all'intercettazione, da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti, di missili balistici, missili da crociera e droni”, ha aggiunto Abu Dhabi. L'uso di missili balistici e da crociera indica un livello di sofisticazione che mal si concilia con l'idea di una semplice scaramuccia navale casuale.

LA LINEA DI TRUMP: TRA MINACCIA E MINIMIZZAZIONE. Il presidente americano Donald Trump ha affrontato la crisi affidandosi a un duplice binario comunicativo. Da un lato ha, come suo solito, cercato di sminuire l'efficacia militare dell'azione iraniana, definendo l'attacco subito niente meno che una “sciocchezza”, ma dall'altro ha inasprito i toni per forzare la mano su un accordo definitivo che Teheran sembra riluttante a firmare. “Oggi hanno giocato con noi. Li abbiamo spazzati via. Hanno giocato. Io la considero una sciocchezza”, ha dichiarato il tycoon ai giornalisti, sottolineando come l'hardware militare americano abbia avuto gioco facile nell'intercettare le minacce. Tuttavia, sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha alzato il tiro, legando la sicurezza navale alla conclusione del processo diplomatico. “Sono stati lanciati missili contro i nostri cacciatorpediniere, ma sono stati facilmente intercettati. Allo stesso modo, sono arrivati dei droni che sono stati immediatamente inceneriti in volo”, ha scritto The Donald. Il messaggio politico è chiaro: Washington non tollererà un logoramento della tregua che non porti a una firma definitiva. “Così come li abbiamo neutralizzati ancora una volta oggi, in futuro li colpiremo molto più duramente e con molta più violenza se non firmeranno l'accordo, e in fretta!”, ha aggiunto il presidente.

DIPLOMAZIA AL BIVIO E MEDIAZIONI REGIONALI. Nonostante il fragore delle intercettazioni, i canali diplomatici restano formalmente aperti, sebbene sottoposti a una pressione estrema. Il Pakistan, che agisce come principale facilitatore tra le parti, continua a professare ottimismo. Ieri, il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha rilasciato una dichiarazione televisiva cercando di gettare acqua sul fuoco: “Credo fermamente che questo cessate il fuoco diventerà duraturo”. Sharif ha confermato che Islamabad è “rimasta in costante contatto con l'Iran e gli Stati Uniti, giorno e notte” per evitare che l'incidente di Hormuz cancelli settimane di progressi. La realtà sul campo, però, appare più complessa. L'accusa iraniana di danni significativi alle navi statunitensi, smentita categoricamente dal Pentagono, serve probabilmente a uso interno per giustificare la tenuta del regime di fronte a una risposta americana che ha colpito obiettivi sul suolo nazionale. Al momento, i media statali iraniani riferiscono che oggi "la situazione si è calmata" e che "finora non si registrano vittime civili", un segnale che potrebbe indicare la volontà di non procedere a ulteriori ritorsioni immediate, attendendo di valutare l'ultima proposta di Washington menzionata da Trump.

L’ANALISI: LA GESTIONE CONTROLLATA DELL'INSTABILITÀ. Gli ultimi sviluppi del braccio di ferro in atto nello Stretto di Hormuz sembrano far emergere una gestione dell'instabilità che appare quasi “concordata” nei suoi limiti, ma pericolosissima nei suoi errori tattici. L'attacco alle navi americane potrebbe essere interpretato come un tentativo di Teheran di rialzare il prezzo del tavolo negoziale, dimostrando di poter colpire ancora nonostante le sanzioni e la presenza militare nemica. La risposta americana, chirurgica ma estesa alle basi costiere, fungerebbe in tale prospettiva da monito sul costo di tale strategia. Il fatto che Trump definisca l'attacco una “sciocchezza” ma minacci ritorsioni “violente” renderebbe palese il fatto che la Casa Bianca non intenda concedere all'Iran il riconoscimento di aver violato efficacemente il cessate il fuoco, mantenendo intatta la narrazione di una “pace attraverso la forza”. Tuttavia, il coinvolgimento diretto degli Emirati suggerisce che la rete di alleanze regionali è ormai parte integrante dello scontro, rendendo impossibile per Washington isolare la disputa in un semplice faccia a faccia bilaterale. La finestra per la firma dell'accordo “rapido” invocato da Trump si sta chiudendo, mentre la militarizzazione dello Stretto di Hormuz torna a livelli di allerta rossa. (8 MAG – deg)

 

(© 9Colonne - citare la fonte)
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